Restando a casa. Ep. I – Blues di Ante Rebic

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole.

Semplicemente, mi diverto sempre meno.

A volte dico di sentire un dolore e non gioco. Ed è vero. È una specie di dolore.

Il fatto è che so già come andranno le cose, se un’azione finirà con un gol oppure no. Quando sono io a segnare si stupiscono se non festeggio, se faccio segno di non agitarsi perchè non è successo niente di inaspettato. Qualcosa nella mia testa mi aveva anticipato da tempo che la palla sarebbe entrata.

Anche per questo, segnare è sempre meno allettante. E in ogni caso mi sembra di aver già segnato in tutti i modi. Di testa, di destro, di sinistro, al volo, da fuori, da dentro, colpendo bene, colpendo malissimo. Qui tutti hanno un loro colpo preferito – Theo arriva di corsa e tira, Rafa parte sulla fascia, sfonda appoggiandosi all’uomo e la mette nell’angolo, Messias aggira il portiere, Tonali arriva come un pirata all’arrembaggio, e naturalmente Giroud si gira – a volte in modo incredibile, ma mi sembra che faccia sempre quello. Io non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue un gol dall’altro. Non ho un mio gol, non potrei sopportarlo. Sarebbe una regola.

Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato dalla scrittura del proprio nome in un tabellino. Mi diverte ancora un pochino dare palla agli altri per metterli davanti alla porta, mi piace gettare una perla in un corridoio e vedere cosa faranno. Ogni tanto penso che Origi mi somigli – nelle ultime partite l’ho mandato davanti al portiere e gli ha tirato addosso. Poi nel secondo tempo ho fatto filtrare il pallone tra mille difensori per dargliela in area, ma si è fatto mettere in fuorigioco. Ai tifosi non piace, ma devono capire che non è tutta questione di fare quello che si deve fare. La vita non è lineare. La vita è un labirinto, non trovi l’uscita andando dritto.

A volte vedo in giro l’immagine di me che abbraccio l’arbitro che per nessun motivo al mondo aveva annullato un nostro gol. Tutti pensano che lo stessi per strangolare. Invece è stato l’uomo più simile a me che io abbia incontrato su un campo da calcio. Chissà cosa c’era nella sua testa. Chissà cosa c’è nella mia.

Non so come funzioni. So che a un certo punto, così come gli animali sentono i terremoti, io sento che devo fare qualcosa. Per esempio, devo andare a saltare vicino a un portiere – non importa che io prenda il pallone, basta che io salti. Oppure devo andare all’assalto di un giocatore, magari uno che sta tenendo la palla per far scadere gli ultimi secondi; e anche se non c’è nessun motivo per cui lui perda quel pallone io ci vado e lui si confonde, dimentica tutto quello che sa, gli metto la paura che mettono i tori che caricano.

Come quella volta che ho segnato ai Mondiali: il difensore e il portiere dell’Argentina avevano tutto il vantaggio possibile, ma da lontano ho sentito l’odore del sangue e sono partito alla carica. A questi Mondiali non mi hanno voluto, anche se quattro anni fa sono stato io a fare il primo dei nostri gol, a far capire alla squadra che anche l’Argentina di Messi e Aguero, Di Maria e Dybala e Higuain poteva avere paura. Tutti hanno paura. Soprattutto quando capita qualcosa che non ci si aspetta. Gli uomini dovrebbero vivere così, non sapendo cosa si sta per abbattere su di loro, non sapendo cosa c’è dietro l’angolo in attesa.

A volte cerco di confondere anche me stesso. Quando ho un avversario davanti scarto sempre la cosa più facile: potrei saltarlo, invece gli do la palla per vedere se ne è sorpreso, se fa qualcosa di altrettanto inaspettato. In genere, no: se ne va via col pallone. Come sono banali, gli uomini. Cosa giochiamo a fare, se non per sorprendere noi stessi?

Qualche giorno fa un uomo è venuto verso di me a sfidarmi. Ho riso. Avrei potuto afferrarlo e mangiargli la testa, mettere fine alla sua esistenza davanti a tutti: la fine della sua vita non avrebbe cambiato in nulla il movimento delle stelle. Ma non potevo farlo, sarebbe stato ovvio, prevedibile. Chissà se lui lo sapeva e ci contava. Ha avuto ragione. Ormai so che fare a pezzi un uomo, farne a pezzi a decine, non porterà nulla di nuovo attorno a me. Perché tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole. In basso, io: Ante Rebic.

 

 

 

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