Lo strano caso del dottor Sandro e del signor Tonali

(di Leonardo Pinto)

Nel mondo succedono cose veramente brutte e complicate. Quindi, chiediamo scusa a chi troverà esagerato, in questo momento, essere amareggiati da questo strano caso, brutto e complicato, di Sandro Tonali.

Ma sappiamo tutti che il calcio, anche a noi adulti che ogni settimana ne scorgiamo storture e nefandezze, e il suo utilizzo per intortarci e spennarci, riesce a conservare una capacità immensa di far nascere sogni, fantasticherie, ispirazione, persino idee e ragionamenti. Forse nessuno ha mai spiegato né capito come succeda. Certo, è evidente che il lancio del peso (con tutto il rispetto, come si dice sempre in questi casi) offre spunti più limitati.

Ma il prezzo da pagare è che il calcio ci fa soffrire spesso. E periodicamente, ci tende delle trappole.

Una di queste è pensare che dei giovani bravi a calciare, a passarsi la palla, a vedere i compagni – o fermare gli avversari – siano anche persone straordinarie. E non solo: che abbiano la statura di eroi mitologici, da infilare nei canti di Omero o Dante. È una cosa che hanno sempre fatto tanti intellettuali, da Umberto Saba a Gianni Brera a Carmelo Bene, e lo fanno quotidianamente migliaia di pennivendoli che non potevano trovarsi un mestiere. E a quasi tutti noi piace che lo facciano. Anche ad alcuni qui su #ComunqueMilan (con tutto il rispetto) piace farlo. È un nostro modo di giocare.

Sandro Tonali aveva un suo modo di giocare. In campo.
E un altro, fuori dal campo.

In campo, non era uno che azzardava. Tranne qualche tiro da fuori ogni tanto. Raramente fortunato, se ci ricordiamo bene. E ricordiamo un suo gol su punizione. Ma poi, non molti tentativi. Diversi calci d’angolo non eccezionali. Diversi suoi gol di pura volontà, quelli sì. Perché il suo modo di giocare – in campo – non era un gioco d’azzardo, era un modo di giocare ragionato, coi piedi per terra – qualcuno ricorda suoi colpi di testa, e non stiamo parlando per metafore?

Fuori dal campo , lo abbiamo appena scoperto, c’era un altro Sandro Tonali. Che non si comportava allo stesso modo. Ma all’opposto.

In questi giorni alcuni stanno facendo un grande esercizio di Senno Di Poi, da “Vuoi vedere che lo hanno venduto per quello” a “Ora capisco perché quel cartellino giallo”. “Figurati se i compagni non sapevano – se lo sapeva uno della Juventus…”. “Maldini sapeva e voleva difenderlo” “No, Maldini non sapeva, ecco perché non voleva venderlo”. E la gente fa ipotesi su tutto. “Vedrete che il Newcastle vorrà indietro i soldi”. Fino ad arrivare ai sogni erotici dei tifosi di un’altra squadra, la stessa del gran figlio di papà Fabrizio Corona (e a chi poteva tenere, se no?). Ma la verità è che Tonali è l’ultimo cui avremmo pensato se ci avessero detto che un milanista aveva questo hobby proibito. Per i calciatori, beninteso, perché per tutti noi scommettere è legale ed è pure incoraggiato, il Milan e non solo lui ha avuto una società di scommesse come sponsor.

Ora, tanti di noi si sentono traditi per aver voluto bene a Sandro Tonali, per il sincero dispiacere o anche la rabbia provati quando il Milan lo ha venduto al #Newcastle. Per la favola del ragazzino che sognava di giocare nel Milan e aveva pure rinunciato a essere pagato di più pur di vestire una maglia rossonera, quella col numero 8 che tanti adulti e bambini hanno comprato. E anche a diversi componenti di #ComunqueMilan si era un po’ spezzato il cuore nei giorni in cui ci eravamo separati da tanti nostri eroi, tra i quali lui.

La favola di Tonali è un po’ finita. E temiamo che nessuno la restituirà mai a noi e a lui. Calerà un velo di tristezza mista a rancore anche sui suoi gol. Proprio un anno fa di questi tempi ne segnò uno al Verona, sua vittima preferita, una delle tante cose per cui si faceva voler bene.

Ma bando ai sentimenti. Veniamo al problema vero.
Nella nostra esperienza (purtroppo anche nel nostro passato come acMilan), se un giocatore scommette sulla sua squadra e vuole influire sul risultato, ha sostanzialmente due modi di farlo.
Il primo è danneggiare la propria squadra: facendo autogol, facendosi espellere, sbagliando dei gol fatti, non impegnandosi. Nel qual caso, la squadra danneggiata sarebbe la sua squadra di bambino, il Milan di cui tutti pensavamo sarebbe diventato capitano.

Il secondo modo è accordarsi con qualche avversario convincendolo a favorirci – per fare un esempio assolutamente a caso, Handanovic. Oppure l’attuale giocatore buono e bravo e generoso e dominatore europeo, Acerbi. Oppure Freuler dell’Atalanta al quale ruba palla prima di battere Musso (complice anche lui?). Oppure tutto il Verona, sua vittima preferita.
Al momento non abbiamo elementi per capire se si sia verificata una di queste due eventualità. È ovvio che ci danno molto fastidio tutte e due, ma la seconda è molto peggio della prima – anche se dovesse esserci costata qualche punto in classifica. La cosa migliore sarebbe naturalmente la terza eventualità, cioè che scommettesse sul Milan ma come azzardo puro, non avendo nessuna idea di come sarebbe andata la partita, ma solo affidandosi a istinto, intuito e calcolo delle probabilità, come in teoria dovrebbero fare quelli di noi che giocano d’azzardo.

In pratica, dobbiamo sperare che Tonali fuori dal campo fosse davvero, completamente un giocatore d’azzardo, e completamente l’opposto di quello che era in campo. E che come noi, nemmeno al Milan nessuno lo sospettasse.

Stupiti e increduli, dobbiamo sperare che sia così. Dobbiamo affidarci a istinto e intuito e calcolo delle probabilità, e scommettere sulla delusione minore.

Ce la sentiamo?

Boh. Eventualmente, chiediamo consiglio a Buffon.

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