A novembre, la città si spense in un istante

Così se ne va l’Aeroplanino. Prendendo il volo all’improvviso, di lunedì mattina, malgrado le tante pubbliche conferme e rassicurazioni. Con un ulteriore salto di qualità del processo (involontario?) di morattizzazione dell’AC Milan. Qualcuno ricorda il grottesco esonero di Gigi Simoni reduce da due vittorie di fila contro Real Madrid e Salernitana? Montella non aveva dalla sua neanche questi risultati, ma probabilmente il Milan-Torino di ieri è stata la miglior prestazione stagionale casalinga. Certo se Kalinic, Silva e Calhanoglu, tre fiori all’occhiello del mercato estivo, sbagliano ripetutamente a tu per tu col portiere, non può essere evidentemente solo colpa dell’imperturbabile timoniere con quel solco lungo il viso come una specie di sorriso. Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli e chissà chi altro prendono dunque atto, a novembre, del fallimento tecnico e gestionale della stagione 2017-2018, perlomeno per quanto riguarda il campionato (in fondo l’Europa League è ancora in piedi, e basta un paio di sorteggi favorevoli stile Mourinho per arrivare in fondo).

È evidentemente il loro fallimento, per l’illusoria convinzione – da noi tutti condivisa – di poter scalpellare senza problemi una squadra in carne e ossa dal lussuoso pezzo di legno di un mercato faraonico e spericolato, come in una brillante sessione di un Football Manager craccato. Forse l’idea che un turco, un croato, un portoghese e un ivoriano potessero subito sintonizzarsi sulle stesse lunghezze d’onda sarebbe stata troppo ottimista anche per John Lennon. Nel frattempo le giornate sono passate, i titolari si sono alternati istericamente (23 formazioni diverse su 23 partite) e gli appelli alla calma e alla pazienza sono stati subissati da un crescendo di pernacchie da una tifoseria sempre più sincopata e assetata di sangue.

La testa di Montella viene ora esibita sul più alto pennone di Casa Milan, data in pasto a una folla che chiede la massima punizione non tanto per i modesti risultati quanto per la terribile disillusione post-estiva, mentre tutte le altre big viaggiano alla grandissima con distacchi dai dieci punti in su e ci sbeffeggiano con social gag e meme spiritosissimi sulle cose formali e sugli equilibri spostati.

Montella a sua volta paga la presunzione, l’ostinazione per principi di gioco e metodi di allenamento condivisi da nessuno al di fuori del suo cerchio magico (a questo proposito, l’episodio del preparatore atletico silurato a mezzo Twitter è stato singolarmente patetico), l’incapacità umana a creare relazioni più che professionali con un gruppo che non è mai nato, forse anche per l’assenza di una guida tecnica “alla Spalletti” o, nella sua versione da discount, “alla Gattuso”. Gli auguriamo una brillante carriera alla guida della Nazionale o del Torino, che di questi tempi è un po’ la stessa cosa.

Invece al nostro amatissimo Ringhio auguriamo innanzitutto di avere già la piena comprensione di dove si trova e di cosa lo aspetta. In Primavera stava facendo un lavoro eccellente che è ingiusto interrompere, anche per rispetto a venti ragazzi che lo seguivano ciecamente; ma così vanno le cose del mondo. Certamente non aspettiamoci capolavori tattici e strategici e non crocifiggiamolo per questo: la sua modesta e ancor giovane carriera è piuttosto eloquente, così come l’evidente tendenza delle sue squadre a non sciorinare calcio champagne. Speriamo che dia colore e carattere a parecchi giocatori che finora hanno dimostrato di non possederne affatto, e in maniera un po’ più cinica speriamo che i suoi sette (?) mesi siano propedeutici a un allenatore vero da giugno 2018. Di chi stiamo parlando? Lo sappiamo tutti, ma di scriverne il nome abbiamo un po’ paura e un po’ pudore.

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