Io il Milan lo odio – La signora in giallorossonero (feat. Angela Cutrera)

(Disclaimer: questo post è stato scritto sotto l’influsso dell’ennesima visione dell’episodio di “Fratelli d’Italia” in cui Boldi deve fingersi tifoso romanista durante la partita Roma-Milan)(“io so’ milanese però… so’ lupacchiotto!”)(e questo non ha aiutato la mia capacità critica)

Dunque. Allora. Ecco. La so. Giuro che la so. “Io il Milan lo odio”. Sì. Certo. Lo odio. Troverò millemila motivi per odiarlo, a cominciare dal Presidente Onorario, quello che detta le formazioni agli allenatori compiacenti, quello che dice che non vende e poi vende, quello che dice che si ritira e poi non si ritira, e poi fa cadere il governo e poi lo appoggia. Quello là. E quanti ne volete, non vi basta già questo? (Ci sarebbe un motivo tragicissimo, ma non fu colpa del Milan se quel mattino del 4 giugno 1989 alcuni vigliacchi pestarono a morte Antonio De Falchi, anni 19, tifoso romanista in trasferta a Milano.)

Però mo’,” odiarlo”, il Milan. Mica facile, per una romanista. Vuoi per il gemellaggio di estrazione sociale tra noi e loro, che si contrappone a quello tra Inter e Lazio. I casciavìt e i borgatari da un lato, i baùscia e i pariolini dall’altro. Prima che la politica diventasse territorio di comici e intrallazzatori, anche una declinazione sinistrorsa verso una spocchiosa appartenenza destrorsa. Vuoi per il rosso in comune, quel rosso che significa passione, calore, cuore, in una parola amore, spesso (come il vero amore d’altronde) impermeabile ad ogni offesa, ad ogni delusione, ad ogni evidenza, ad ogni stagione negativa. Vuoi perché io annovero nel mio curriculum ben DUE fidanzati milanisti. Al primo, anni e anni fa, con i soldi dei primi stipendi regalai per il suo compleanno due biglietti di Tribuna Tevere numerata per Roma-Milan. Arrivammo con degli incongrui e fantozziani panini con la frittata da curva Sud quasi due ore prima, perché lui, esule rossonero in terra nemica, non voleva perdersi nemmeno un attimo di epifania dei suoi eroi. Finì salomonicamente 1 a 1, con gol di Marco Simone e pareggio di Ruggiero Rizzitelli. Erano i tempi del Principe Giannini, di Sebino Nela, di Aldair e del Tedesco Voeller, allenati da Ottavio Bianchi, l’Uomo che non rideva mai. Dall’altro lato c’erano Baresi, Massaro, Rjikard, Van Basten (in quella partita non giocò Gullit, con mio grande sconforto), allenati da Capello, l’Uomo che non rideva mai. Due Buster Keaton in panchina, ma solo uno faceva ridere i propri tifosi. L’altro fidanzato invece era (è) milanista in terra promessa. Ciò faceva sì che durante la relazione i nostri rari fine settimana insieme fossero dedicati solo marginalmente alla visione delle partite di calcio. Provammo a vedere un Parma-Roma in orario prandiale, ma non andammo oltre il primo quarto d’ora di gioco (ehm). Ci eravamo ripromessi di recarci nei nostri templi pagani (io non sono mai stata a San Siro, lui mai all’Olimpico) per colmare le lacune assistendo ad una gara delle rispettive squadre del cuore, ma proprio quando sarebbe stato più facile realizzare l’obiettivo è arrivata la realtà con un intervento a gamba tesa a stroncare le nostre ambizioni. E vabbè. Comunque, io gli resi più volte il servizio gratuito di sms-cronaca delle partite del Milan, sia di campionato che di Coppe, allorquando lui si trovava impossibilitato a vederle, anche mentre era all’estero per lavoro con fusi orari improbabili e copertura GSM di una tacca scarsa. E ditemi voi adesso quale altra fidanzata si sottopone a decurtazioni del proprio stipendio, digitazioni compulsive di messaggini, regali a tema rossonero, paziente ascolto delle vostre recriminazioni per prestazioni deludenti, torti arbitrali e cessioni di giocatori fondamentali, il tutto restando pervicacemente romanista e infine non restando nemmeno la vostra fidanzata. The things we do for love. (In effetti, QUESTO mi sembra un buon motivo per odiare il Milan.)

E poi, io ebbi un incontro ravvicinato con il Milan in un posto improbabile, un enorme grande magazzino di elettronica ad Akihabara, in quel di Tokyo, il dieci dicembre 1993, due giorni prima della finale di Coppa Intercontinentale persa con il San Paolo (ma non malignate, io ero ripartita il giorno prima, non c’entro niente). Mi ritrovai a curiosare tra autoradio e macchine fotografiche fianco a fianco con Desailly, Massaro, Tassotti e Costacurta, accompagnati da Ramaccioni e credo qualcuno dello staff medico. Eravamo gli unici occidentali in sette piani di negozio, i giapponesi per cultura non si avvicinavano rispettosi, ed io con l’incoscienza della gioventù e la mia faccia di tolla cominciai a conversare con Massaro. Ironia della sorte, non avevo una macchina fotografica con me, i cellulari erano arrivati da poco sul mercato ed in ogni caso non facevano fotografie. Dovrei avere però ancora il suo autografo da qualche parte (quello di Totti invece lo porto sempre con me – UN CAPITANO!!!).

[A proposito di Massaro: tra Roma e Milan c’è anche la cortese abitudine di scambiarsi i giocatori. E mica fiaschi che si abbottano, ma gente come Maldera, Ancelotti, Cafu, Di Bartolomei, Capello, lo stesso Liedholm, persino Borriello. Beh, poi noi romanisti abbiamo rifilato al Milan qualche sòla (a braccio, Cassano, Emerson e per ultimi Bojan e Mexes), quindi come si dice dalle parti dell’Olimpico, su questo argomento “mejo fa’ pippa” (aka, allontanarsi fischiettando con aria vaga) ché in caso sarebbero i milanisti a doverci odiare.]

Non dimentichiamoci poi che il 20 aprile 1986, al termine di un’esaltante rincorsa sui bianconeri, mentre già stavamo allestendo il Circo Massimo per un nuovo infinito carosello di gioia, la Juventus batté il Milan del neo-presidente Silvio Berlusconi (ma guarda un po’), e la Roma crollò in casa con il maledetto 2-3 del Lecce già retrocesso. Ora, non sto dicendo che quel mancato scudetto fu colpa del Milan che perse in casa della Juve, no. La colpa fu solo e totalmente nostra (se non di qualche giocatore in particolare, come da allora si insinua per giustificare una sconfitta incomprensibile e rovinosa). Ma certo i rossoneri non opposero un argine insormontabile alla vittoria dei gobbi, ecco. (Elloso, sto a cerca’ il pelo nell’uovo, ma ve l’ho detto che non ho grandi motivi di odio.)

Infine ci sono le vicende societarie. A Roma gira una voce, che se fosse vera, sarebbe degna di un film: pare, dice, sembra, si vocifera che a metà circa dei rutilanti anni ‘80, un Berlusconi che si stava preparando la strada per l’ascesa al potere valutò con serio interesse la possibilità di acquistare la squadra della Roma, con alto valore simbolico per i suoi fini di Imperatore Palpatine della Brianza. Alcune cronache riportano un interessamento anche per l’Inter dell’allora presidente Fraizzoli (alla faccia degli struggenti racconti sul padre Luigi che lo portava allo stadio da piccolo). Il futuro Migliore Statista degli Ultimi Centocinquanta Anni aveva infatti capito che dopo le televisioni, il calcio come spettacolo è il miglior veicolo pubblicitario di qualsiasi messaggio. Chi si mise di traverso fu, si dice ma chevvelodicoaffà, Andreotti, per tramite del suo braccio destro Franco Evangelisti, potente consigliere ed ex presidente della Roma. La storia del calcio sarebbe potuta cambiare, signori miei. E così la Roma perse la sua unica possibilità di diventare una squadra di livello europeo, con giocatori stellari, bacheche stracolme di coppe, rispetto e considerazione da parte degli avversari e degli arbitri, ricchi dividendi dei proventi dei diritti della Lega. Però non abbiamo mai avuto Berlusconi come presidente. E voi invece sì! Ma vi si può odiare, dico? Compatirvi, tutt’al più!

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