Doyen Sports e l’anima del Diavolo

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Nelio Lucas nasce a Coimbra (Portogallo) e va a studiare negli USA. Già sul suo preciso anno di nascita, s’iniziano ad avere meno certezze. Inizia a lavorare presso la Creative Artists Agency, intrecciando relazioni di varia natura con vari personaggi dello spettacolo. Ha competenze di marketing, comunicazione e politica internazionale, sa organizzare eventi e festival. Gli piace anche il calcio: nel 2000 debutta nel futebol con la Stellar Group, nel 2004 diventa assistente del potentissimo procuratore israeliano Pini Zahavi (altro personaggio che meriterebbe un articolo a parte), nel 2011 crea Doyen Sports.

Doyen Sports è la divisione sportiva di Doyen Group, impresa che opera soprattutto nel settore energetico. Impresa piuttosto misteriosa, visto che non possiede siti ufficiali e neanche una micragnosa pagina su Wikipedia; sono incerti i suoi finanziatori e l’origine delle sue fortune. Qualche giorno fa ha provato a ricostruirle con un pezzo su Calciomercato il bravissimo Pippo Russo: si tratta di una lettura consigliata e forse obbligata per orientarsi un po’ meglio in questo pantano. Partendo da un capitale iniziale di 200 milioni, la misteriosa Doyen Sports (che almeno possiede un sito Internet) è arrivata a controllare mezza Europa, in particolare la penisola Iberica: tra Spagna e Portogallo, le squadre direttamente o indirettamente influenzate dal fondo di Lucas si contano a decine, secondo il principio dei Third Party Ownership (TPO), fondi d’investimento che calano dall’alto su una società e ne indirizzano le scelte di mercato. Qualche esempio.

IL CASO ATLETICO MADRID
Tutto bello, tutto commovente: Simeone, la garra, il pueblo che umilia i ricchi. Ma nell’estate 2011, nonostante la fresca vittoria in Europa League appena un anno prima, l’Atletico è sull’orlo del baratro. Ha debiti a sei zeri col fisco spagnolo e con il suo stesso personale ed è costretto a mettere sul mercato i suoi gioielli, in particolare il portiere De Gea e il Kun Aguero. Ma la rosa non si indebolisce affatto, e piazza anzi un colpo a sensazione: l’acquisto dal Porto del formidabile Radamel Falcao, capocannoniere e vincitore dell’Europa League 2010-11, pagandolo ufficialmente 40 milioni di euro. L’Atletico ne paga però in realtà solo 18, perché i rimanenti 22 ce li mette Doyen, che entra così a gamba tesa nel mercato europeo a cinque stelle.

(I soldi di Falcao li riceve il Porto, altra squadra sotto l’ala protettiva di Doyen: negli anni in cui Lucas era socio in affari del volpone Jorge Mendes (ora il sodalizio si è un po’ incrinato), i portoghesi hanno realizzato plusvalenze a pacchi: pensiamo per esempio all’accoppiata Moutinho-James Rodriguez, 70 milioni in due, o in tempi più recenti allo sproposito dei 40 milioni pagati dal Manchester City per il mediocre difensore Mangala.)

doyen-atleticoTornando a Madrid, il colpo funziona: Falcao diventa il miglior centravanti del continente, trascina l’Atletico alla vittoria dell’Europa League 2012 e alla qualificazione in Champions e nell’estate 2013 viene venduto per 60 milioni al Monaco del nuovo magnate russo Rybolovlev, new entry nella galassia di Doyen. Di questi 60, ça va sans dire, l’Atletico ne vede meno della metà: anzitutto ne gira 15 direttamente al giocatore (che l’anno prima, per rimanere un altro anno al Calderòn, aveva spuntato 15 milioni di euro su una sua futura cessione) e poi si spartisce con Doyen i restanti 45, beccandone alla fine della fiera appena 18. Però gli utili crescono, il fatturato migliora e – anche se i debiti col Fisco rimangono invariati – l’Atletico si stabilisce nel calcio che conta, sfiorando addirittura una clamorosa vittoria in Champions. E la scorsa estate, nuova quadriglia: il portiere Oblak (16 milioni al Benfica!), il messicano Raul Jimenez (pagato ben 11 milioni al Club America!!), lo stesso Cerci è tutta gente che gravita tra Mendes e fondi d’investimento. Quest’estate, con ogni probabilità, il valzer ripartirà, visto che anche sembra esserci del torbido anche attorno al gioiellino Griezmann. Di fatto, l’Atletico Madrid non ha più un direttore sportivo né una dirigenza autonoma. Certo, sta vivendo il periodo più glorioso della sua altalenante storia.

Nelio Lucas ha sempre definito la sua impresa “una banca, tipo Barclays o qualche altro istituto“. A suo dire, si limita a finanziare squadre bisognose, senza obbligare nessuno. E in effetti è vero, ma sono in molti a cedere la tentazione di portarsi in casa qualche campione pagandolo meno della metà, per prendersi poi la gloria se l’operazione va funziona. Ma se invece va male?

IL CASO SANTOS
Nel 2013, come riporta il solito Pippo Russo in un altro pezzo di qualche mese fa sempre su Calciomercato, il Santos compra quel pacco di Leandro Damiao a 42 milioni di reais (13 milioni di euro, mica pochi per il calcio brasiliano), non mettendo di tasca propria neanche un centesimo: sono tutti soldi di Doyen, che in caso di vendita a prezzo superiore avrà diritto a una percentuale sulla plusvalenza, mentre in caso di mancata rivendita entro 5 anni dovrà restituire una cifra intorno a 62 milioni di reais (19 milioni di euro). leandro-damiao
Damiao al Santos è un mezzo flop e già un anno dopo, a fine 2014, Doyen lo sposta in prestito al Cruzeiro, senza tuttavia rinunciare al credito col Santos. Che nel frattempo ha cambiato presidente: il nuovo, Modesto Roma Junior, scopre che il suo predecessore – per far fronte al debito – ha già ceduto a Doyen i diritti economici di tre tra i suoi giovani più promettenti, Gabigol (20%), Geuvanio (25%) e Gabriel Guedes (30%). Due dei nomi che avete appena letto – Gabigol e Leandro Damiao – sono finiti in una lista di possibili obiettivi del Milan pubblicata qualche giorno fa sul sito di Gianluca Di Marzio, solitamente molto ben informato.

Ma ora fate attenzione: in Italia tutto questo è vietato. Sia per norme locali, sia per il recente veto di FIFA e UEFA (Circolare FIFA n. 4164 dello scorso 22 dicembre, con effetti dallo scorso 1° maggio). E Doyen che fa? Entra direttamente dal portone principale, si trasferisce armi e bagagli nella stanza dei bottoni e pilota il mercato direttamente dall’interno; potendo scegliere se acquisire i propri giocatori in prestito o anche a titolo definitivo, vestendo in altre parole sia i panni di chi fa l’offerta che di colui che la riceve. In altri tempi e in altri Paesi si parlerebbe di “conflitto d’interessi”. Non da noi, evidentemente.

Il primo contratto tra Galliani e Lucas risale all’estate 2013, in un week-end a Taormina passato alla piccola storia giornalistica per le orrende foto di Galliani che faceva il bagno in piscina. Era quello il Milan di Galliani-Raiola, un duo nefasto per mille ragioni, con la stella di Minone lentamente offuscatasi col passare dei mesi e la mediocrità dei risultati. Può diventare galliani-bagnoil Milan di Galliani-Lucas (già si parla di Unai Emery come solido candidato alla panca), con la Doyen che ha già avuto modo di assaggiare il calcio italiano e di fare conoscenza con due amiconi del Condor: Claudio Lotito (con cui ha messo su la trattativa per Felipe Anderson, ovviamente estenuante secondo i canoni del presidente laziale) e soprattutto Urbano Cairo, coinvolto nell’affaire-Cerci la scorsa estate e ripagato (si fa per dire) con il pacco Ruben Perez, sei o sette presenze prima di essere rimpatriato.

Per storia, prestigio e forza economica, una relazione tra Milan e Doyen sfocerebbe più in un finale “alla Porto” che non in uno “alla Santos”. In altre parole, torneremmo competitivi a livello italiano e forse anche europeo, ma con la consapevolezza di essere una rosa “usa e getta”, in cui i migliori sarebbero rimpiazzabili nel giro di due-tre anni (a meno che la nuova proprietà non fosse talmente tanto munifica da blindarli a suon di mega-contratti: è quello che ci auguriamo tutti). Un Grand Hotel dalle porte molto più girevoli che in passato, in cui i Kakà, i Pirlo e gli Shevchenko andrebbero via molto prima di sei, sette o dieci anni. Notate i condizionali: siamo in purissimo periodo ipotetico, i contorni sono ancora sfumatissimi. Pur di tornare a vincere, siamo disposti a correre il rischio di perdere l’anima? E’ il dilemma più difficile che stia attraversando la mente e il cuore del Milan almeno da trent’anni.

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