Tu vuo’ fa’ l’americano?

“Tu vuò fa l’americano! Mmericano! Mmericano! Siente a me, chi t’ho fa fa?”

Ecco. Il punto è proprio questo. Chi è che vuol far l’americano? Mi spiego meglio. Gli Stati Uniti, a’ Mmerica, stanno molto lontani dalla nostra cultura, per quanto in parte influenzata dalle grandi migrazioni di inizio ‘900. A noi piace lo spaghetto, a loro l’hamburger. Noi siamo la terra della lirica, loro la patria del jazz e del rock’n’roll. Noi impazziamo e quasi ci scanniamo per il calcio, vera religione. Lì il soccer fa quel che può, ma è stritolato fra baseball, basket e football ‘mmericano. Siamo mondi distanti, universi paralleli, loro hanno Trump, noi Gentiloni, capite che francamente abbiamo molto poco da dirci.

Ecco, fatte queste debite premesse, mi sono posto una domanda: ma per quale incomprensibile motivo, un giornale autorevole, storico e soprattutto molto ‘mericano come il New York Times si è preso la briga di andare a scrivere un articolo sul proprietario cinese (!) di una squadra di calcio italiana? Cioè, al lettore medio del NYT, il futuro professionale di Donnarumma e Suso, quanto potrà mai interessare in una scala da 1 a quello che volete voi? Sbaglierò io magari, ma non credo che la cosa, al lettore americano del NYT, possa togliere il sonno. E quindi mi sono fatto una seconda domanda: a chi, allora, può interessare quel tipo di articolo? Che poi, capiamoci: non stiamo parlando di un pezzo da premio Pulitzer.

Siccome ci rendiamo conto che eccepire sul New York Times in Italia è come eccepire sul Papa in Vaticano (gli americani sono molto più scettici di noi: per loro è semplicemente un giornale, ricco e pendente a sinistra, il cui maggior azionista è uno dei tre uomini più ricchi del mondo, il messicano Carlos Slim) iniziamo a capire chi lo ha scritto. Le firme sono tre, e l’inchiesta, ha detto uno di loro alla Gazzetta dello Sport, è durata “diversi mesi”.

Sui-Lee Wee è di Singapore, e l’elenco dei suoi articoli per il New York Times potrebbe riassumersi in una singola constatazione: “Aiuto, i cinesi!” Al confronto di quello di Pechino, il governo missilistico di Donald Trump è gronda saggezza come l’Atene dell’età aurea.

Ryan McMorrow non scrive più per il New York Times, altrimenti non scriverebbe sul suo profilo twitter (ricco di 688 follower) “Prima scrivevo sul New York Times”. Pochi giorni dopo quell’articolo ha trovato impiego alla France Press, e come si può facilmente notare su twitter, alterna articoli che sottolineano la barbarie della Corea del Nord ad articoli che sottolineano la barbarie della Cina. Con questo, non è che vogliamo dare giudizi politici – essere milanisti (o interisti) non obbliga a essere filocinesi più di quanto non ci obbligasse a votare Forza Italia. Se non credete che questo sia possibile, ce ne faremo una ragione (…pure voi, però). L’unica cosa che ci preme notare è che almeno due degli autori dell’articolo partono da posizioni abbastanza scettiche su qualsiasi cosa riguardi la Cina. Forse ne hanno ben donde. Però teniamone conto.

Infine, la star dell’articolo, Tariq Panja, londinese, arrivato al New York Times a fine agosto (“diversi mesi” fa, ma nemmeno tanti) e quindi bisognoso di provare la sua fama di uomo-scoop. A lui in effetti la Cina non pare interessi molto, questo suggerisce l’ipotesi che a fare il lavoro grosso siano stati gli altri due più un paio di collaboratori presumibilmente cinesi a Pechino, e lui abbia giusto fatto da garante, perché la sua personale ossessione sono i Russi, impero del male in ogni sua emanazione. Di sport americano, anche a livello di business, non pare occuparsi affatto; la sensazione è che il suo ruolo nell’autorevolissimo NYT sarà quello di pestare durissimo sul calcio in genere e sui mondiali in particolare.

A questo punto, ribadito che il New York Times, il grande irreprensibile NYT, idolatrato da tutti gli intellettuali italiani e specialmente dai comunisti (tutti e nove) è il giornale più fantastico del Paese più fantastico del mondo, e noi qui siamo solo degli italiani che mangiano gli spaghetti suonando il mandolino (le cui corde sono esse stesse fatte di spaghetti), osiamo far notare che nel suo primo articolo il NYT non ha certo scoperto nulla: ha sostanzialmente detto che non c’è certezza che le miniere di fosforo appartengano a Yonghong Li e poi ha parlato di quei guai con la Borsa di Hong Kong che in Italia erano già stati riportati e chiariti.

Dai su ragazzi, parliamoci chiaramente: quando la stampa americana si interessa realmente ad una vicenda lo fa sempre portando a casa almeno uno scoop. In quel pezzo, invece, anche per la questione miniere si usava un vaghissimo condizionale. Molto poco ’mmericano. Peraltro la questione miniere è stata chiarita di fronte alla UEFA dal Milan quando, inviando alcune documentazioni richieste, è stata certificata l’effettiva proprietà da parte di YLi. A proposito di UEFA: più di qualcuno dice che quell’articolo, nella decisione sulla concessione del VA al Milan, abbia molto pesato sul definitivo NO.

Che è stato puntualmente segnalato dal grande irreprensibile New York Times il 22 novembre, sei giorni dopo il primo articolo. È possibile che siano state la prima e seconda volta che il giornale si è occupato della nostra squadra nella pagina dello sport e non per motivi non legati a un famoso Presidente del Consiglio. Anche qui, la tempistica dei due articoli, 16 e 22 novembre, con un articolo sparato poco prima della decisione Uefa, e l’altro subito dopo, non devono solleticare alcun complottismo, oh no! Sicuramente il secondo articolo, la seconda pallottola (ehm) era per comunicare all’interessatissimo lettore americano: “Visto? Avevamo ragione”, e non, poniamo, per dire “Missione compiuta”.

Che poi, nel caso, per dirlo a chi? Beh, ci sono molte stelle e strisce nel presente e nel recentissimo passato del Milan: oltre al NYT, è americano il fondo Elliott. E pensate, sono di casa negli Usa anche alcuni personaggi molto interessanti che a momenti rischiavano di trovarsi al posto di Fassone e YLi, cioè Sal Galatioto, Nicholas Gancikoff e Sonny Wu: cioè quella parte di cordata cinese fatta fuori quando Yonghong Li si decise a fare il passo decisivo. Non sono esattamente americani, ma vonno fa a’ mericani. Poi lo sapete come succede, no? Ti fai la prima domanda, poi la seconda, poi la terza. E insomma mi sono chiesto: a chi ha potuto portare beneficio l’articolo del NYT? Al Milan sicuramente no, a Fassone nemmeno, a YLi manco pe nniente – fin qui direi che è ovvio. Chi rimane? Mmh, Elliott?

Beh, a Elliott direi che qualche beneficio lo potrebbe portare: il fondo americano ha già fatto sapere che non avrebbe problemi a rivendere il Milan fra un anno ad un costo decisamente inferiore rispetto a quanto pagato lo scorso mese di aprile, guadagnandoci pure. Giusto per fare un esempio: immaginate che qualcuno abbia già detto a Elliott che in caso, può offrire 450 milioni per il Milan. Ecco, in quel caso il fondo americano avrebbe realizzato un guadagno di circa 150 milioni in un anno e mezzo. E il nuovo acquirente si ritroverebbe un asset pagato 300 milioni circa in meno e per giunta senza un euro di debiti, visto che l’unico debito che ha il Milan come società è proprio di 123 milioni verso Elliott. Direi un bell’affare no? Quanto a quelli che vonno fa i ‘mmericani, che vogliano ancora o meno comprare il Milan, di sicuro avranno sussurrato un “…eccellente!” dopo aver letto il pezzo del NYT. Che sicuramente ha fatto onestamente il suo lavoro. Ma noi siamo italiani, non ‘mericani, e sappiamo bene come a volte a pensar male si faccia peccato, ma magari ci si azzecchi.

Anche perché, sempre a voler pensare male, da buoni italiani quali fieramente siamo, non possiamo non notare che l’articolo del NYT è uscito esattamente il giorno dopo l’ufficializzazione della trattativa con Highbridge per il rifinanziamento del debito con Elliott: notizia del 15 novembre, articolo del 16 novembre. Intervistato il giorno dopo ancora, dalla Gazzetta dello Sport, l’illustre Panja ha concluso con un laconico: “Non vedo come il Milan potrà pagare il debito con il flusso di cassa attuale.” Ma come? Fa una inchiesta su Yonghong Li, sui conti del Milan e sul debito con Elliott, e dimentica che la proprietà cinese nel Milan è in trattativa con il fondo inglese Highbridge (peraltro di proprietà di un colosso della finanza internazionale come JP Morgan) ma per rifinanziarlo quel debito, e NON per estinguerlo? Un po’ strano. Ma sicuramente siamo noi che siamo malfidenti. Sicuramente il New York Times ci teneva semplicemente ad informare i suoi lettori delle sorti economiche del proprietario cinese di un club calcistico italiano.

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