Rise Above, cap. XV. Milan-La Rometta 1-4

Ci potrebbero essere tante immagini per descrivere lo sfacelo di Milan-Roma. Fra le mille che mi vengono in mente penso a Palettone, che nel pieno della demenza senile che lo sta accompagnando nel girone di ritorno, abbatte senza la minima dignità Mimmo Salah e si becca rigore e rosso diretto, il quarto in stagione. Vai Gabriello, te ne manca uno per pareggiare il record assoluto di Apolloni. A questo punto mi sembra pure una questione di principio.

A me la corsa in splenda solitudine di Salah verso la porta di Gigione ha ricordato quella della Magnani dietro al camion in ‘Roma Città Aperta’. Solo che sta volta la Rometta ci ha aperto a noi, nel senso che ha scoperchiato la fuffa che ci sta tenendo insieme con il Vinavil.

In pratica, non vinci con le piccole perché mancano gli stimoli e oltretutto il Crotone è il nuovo Real Madrid. Certo. Non vinci con la Roma perché quelli hanno i giocatori più buoni. Ovvio. Vedremo se caveremo dei punti da due squadre ormai mentalmente alle Maldive da mesi come Cagliari e Bologna.

Anche perché in sintesi, non vinci più. Non vinci mai.

San Siro, finalmente pieno come un uovo, si ammoscia come un soufflé al formaggio venuto male. Siamo così in astinenza da qualsiasi obiettivo minimo, che anche la prospettiva eccitante di un pre-preliminare di Europa League con il Breidablik a Vangur in Islanda o il Qayrat ad Almaty sulle radure kazake (esistono davvero eh, ho controllato) ci fa sognare e fare tabelline per capire a chi, nonostante tutto, toccherà arrivare sesto fra noi e altri due cavalli morti come le Merde e i viola.

Una prospettiva già abbastanza mortificante, resa ancora più umiliante da un’altra coincidenza. Che la conquista matematica degli ultimi due scudetti sapete contro chi è arrivata ogni volta? Esatto, la Roma. E con chi abbiamo conquistato la Coppa Italia pochi giorni dopo Manchester? Esatto, sempre loro. Mi ricordo che quelli venivano su in una specie di esodo biblico, sparpagliati fra treni, pulmini, macchine. Noi al baretto ore prima della partita fino a quando tornavamo in vietta, ce ne stavamo con le antenne alzate e l’adrenalina a mille.

Domenica sera a fine Primo Tempo l’adrenalina sarebbe servita per piantarcela nel cuore, stile Mia Wallace in Pulp Fiction, dopo che Dzeko ci aveva ricordato cosa sia un centravanti e Gigione era volato per un paio di parate anche oltre l’umana comprensione, indispensabili per tenere il risultato su tutto sommato dignitoso 0-2 per loro.

Perché ecco. Altre volte abbiamo perso in casa. Altre volte abbiamo preso due schiaffi forti subito al via. Però con i Pulcinellas, ci eravamo ricompattati, avevamo tirato fuori la nostra onesta mediocrità, fatta di sudore, calci, tensione nervosa. Tutta quell’intensità che sembra sia finita al 97esimo del derby. Adesso siamo spenti, molli, senza fuoco. Game over.

A quel punto più o meno tutti abbiamo pensato una sola cosa: va bene, è andata, l’ennesima giornata di merda. Almeno fateci salutare Totti. E quello fa entrare Bruno Peres, sul 3 a 1 per loro a dieci dalla fine. Spalletti, ma allora sei proprio senza cuore. Totti l’abbiamo temuto, l’abbiamo fischiato, l’abbiamo insultato. Gli abbiamo visto buttare dentro due punizioni mostruose nella Finale di ritorno di Coppa Italia, quando per un qualche minuto abbiamo avuto paura ribaltassero il 1-4 dell’andata, fino a che Cassano (e chi sennò?) è impazzito e si è fatto cacciare.

Gli abbiamo visto per anni dispensare calcio in una squadra che lo seguiva ciecamente e spesso non se lo meritava  nemmeno. Un po’ ci abbiamo sperato che potesse finire qua, come un’altra bandiera romana come Sandro Nesta, e alla fine siamo stati contenti che se ne sia rimasto con quell’unica maglia addosso tutta la vita. Era giusto così. Del resto noi di Capitani ce ne intendiamo.

Un San Siro depresso, sfiancato e nostalgico probabilmente gli avrebbe dedicato la prima standing ovation a scena aperta ad un giocatore avversario dai tempi dell’addio di Roby Baggio. Sono sicuro avrebbero applaudito tutti, dalla tribuna alla Curva Sud, il cui striscione di rispetto nei suoi confronti è stata probabilmente la cosa migliore vista allo stadio domenica sera.

Vedere per l’ultima volta Totti ci avrebbe ricordato di quando c’era Mazzone in panca da loro e Weah bruciava la praterie a Roma, di Kakà e del Genio. Di quel 5-0 nel 1998 pochi giorni dopo la finale di Coppa Italia con Lazie in cui i nostri se ne sono andati dall’Olimpico a fine Primo Tempo. Di Batistuta, Delvecchio e Montella. Di quando Sheva ha messo dentro una palla al bacio di Rui Costa e ha sbancato l’Olimpico. Dell’anno dopo a Tiburtina. Di Gattuso nel 2011 sulla balaustra che fa i cori per mandare a fanculo Leonardo.

Ci avrebbe ricordato di quando eravamo giovani e belli, e il Milan era il Milan.

 

One Comment

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  1. ……. e i nostri giocatori non si fischiano mai. Sì, nemmeno quel senza palle di De Sciglio, per lo meno finchè La indosserà. Ce lo insegnano da bambini. Non siamo mica le merde noi.

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