Sei nell’anima

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L’ultimo derby elettorale della nostra storia è semplicemente indimenticabile: Inter-Milan 0-6. Fu la gioia più inattesa ed eclatante di una stagione amarognola, spaccata a metà dall’esonero di Zaccheroni in diretta tv da parte del futuro premier Berlusconi, con una Champions finita al secondo girone e un campionato anonimo terminato al sesto posto, il peggior risultato dal 1998 a oggi. In mezzo a nove mesi di dimenticabile mediocrità si stagliò, imperiale come il monolito di 2001 Odissea nello Spazio, questo derby colossale, inspiegabile dall’inizio alla fine, illuminato dalla grazia in ogni suo frammento, delizioso e giocondo come una commedia natalizia di Frank Capra.

Era l’ultimo giorno di campagna elettorale e Berlusconi era avviato verso una vittoria schiacciante, dopo cinque anni di pasticciatissimo centro-sinistra. Il naufragio del suo primo governo del 1994 era stato rapidamente dimenticato e milioni di italiani si scoprirono di colpo d’accordo con Iva Zanicchi, che in una celebre performance da Santoro a un certo punto aveva esclamato: “Ma prima di criticarlo, mettiamolo alla prova! Se farà male tra cinque anni gli daremo un calcio nel sedere e lo manderemo a casa!“. Se il Cavaliere in politica prometteva mirabilie e rivoluzioni, nel calcio era tornato brutalmente conservatore: messo alla porta Zac a febbraio, aveva riesumato addirittura Cesarone Maldini, col fido Tassottino a fargli da badante. Ne era derivato un Milan meno utopico e più pragmatico, che aveva preso a risalire la china secondo un classico passo da media inglese (vittoria in casa, pareggio fuori). I pretoriani di Zaccheroni erano stati messi ai margini ed erano saliti sul palco altri interpreti, più adatti per lo scolastico 4-4-2 di Maldini senior: su tutti il Concorde Serginho che, schierato ala sinistra e finalmente privo di compiti difensivi, poteva scorrazzare a piacimento e foraggiare di assist le due punte.

Il calendario prevedeva comunque un derby tra poverelle: entrambe le milanesi erano lontanissime dal discorso scudetto (che riguardava Roma, Juve e Lazio) e persino il quarto posto, detenuto dal Parma, si sarebbe rivelato una chimera. Solo il prestigio cittadino insomma, come nei bui anni ’70. Per darvi un’idea del periodo, appena una settimana prima, a San Siro sponda nerazzurra, era andata in scena una gag indimenticabile: il famoso sketch del motorino, uno dei momenti più surreali cui mi sia capitato di assistere in vent’anni di calcio.

Non si sa come mai, forse per spezzare la pigra monotonia dei pomeriggi primaverili di Milanello, ma quel giorno Cesarone fa una mossa inconsulta: spedisce in tribuna Oliviero Bierhoff e promuove titolare il 23enne Gianni Comandini. Un po’ come se il vostro simpatico nonnetto, dopo mesi e mesi trascorsi a guardare Barbara D’Urso, si iscrivesse dall’oggi al domani a un corso di barman acrobatico. Arrivato da Vicenza tra mille squilli di tromba, Gianni aveva sostanzialmente fallito l’esame di maturità, racimolando appena due presenze da titolare in campionato anche a causa di cronici problemi alla schiena. Il popolo di San Siro, più nerazzurro che rossonero (si giocava in casa Inter), apprende la notizia alla lettura delle formazioni e prorompe in una sonora risata.

Passano dunque tre minuti: la nebbia dei fumogeni non si è ancora diradata e sul prato sopravvivono ancora le ultime bucce d’arancia. Ferrari sbaglia malamente un passaggio, Maldini ruba palla e appoggia verso Serginho, che tira dritto come un treno in una canzone di Paolo Conte; ne salta un paio e tocca a destra verso Comandini, che liberissimo batte Frey al suo primo tiro in porta in un derby. Tutto incredibilmente facile, talmente facile da sembrare quasi deludente, come giocare a Fifa 2001 a livello amatore, come andare a Biarritz e trovare mare calmo.
L’Inter reagisce: Di Biagio, che già ci aveva purgato all’andata su punizione approfittando del sonno di Abbiati, tenta una sassata improvvisa, Rossi risponde alla meglio e Maldini sbilancia Vieri pronto ad avventarsi sulla respinta. Collina non vede e non sente. L’azione continua e dopo qualche secondo la palla giunge di nuovo a Serginho, sempre liberissimo a sinistra. E qui brutti pensieri si accalcano nella nostra mente di dietrologi impuniti: PERCHE’ Serginho è sempre così libero? Ha qualche malattia infettiva? C’è un disegno raffinatissimo che non abbiamo ancora colto? E pensare che, come insegna il tenente Colombo, la risposta giusta è sempre la più ovvia: stiamo giocando contro l’Inter, stiamo giocando contro una squadra allenata da Tardelli, la logica e il senso tattico si sono presi 90 minuti di congedo.
In tutto ciò Sérgio Cláudio dos Santos detto Serginho, nel frattempo liberissimo anche di andare a votare per la Camera e per il Senato, controlla e mette in mezzo un cross chirurgico: ancora Comandini (!!!) anticipa il povero Ferrari e schiaccia di testa lo 0-2. Siccome è la notte dei desideri, improvvisamente la qualunque diventa possibile: persino che Gattuso si trasformi in David Beckham e metta da destra un cross teso e tagliatissimo che Serginho in tuffo quasi non trasforma nello 0-3. E ancora: cross di Helveg (Helveg!), sponda di Shevchenko e girata fulminante di Comandini che si fa beffe di un campione d’Europa e del Mondo come Laurent Blanc; Frey si supera e respinge.

L’accampamento nemico è così fumante e deprimente che ci aggiriamo tra le macerie nerazzurre quasi con pudore. Avete presente la scena finale di Heat-La Sfida? Al Pacino ha dato la caccia a De Niro per tre ore di film ma quando finalmente se lo ritrova davanti, ferito e ormai vinto, non ha il coraggio di finirlo ma anzi gli tiene stretta la mano in segno di rispetto. Collina fischia la fine di un primo tempo mai iniziato; la San Siro bauscia sottolinea la prestazione dei propri beniamini con una salva di fischioni.
Se possibile, il secondo tempo assume fattezze ancora più grottesche. L’Inter è una specie di Elephant Man inguardabile, indifeso e fragilissimo, è come giocare a braccio di ferro col nipotino di tre anni. Giunti (non Pirlo, Giunti) calcia una punizione senza pretese in mezzo all’area, nessuno tocca, la palla rimbalza per terra e finisce in rete. Una cosa imbarazzante. Moratti si alza e se ne va, esibendosi nella specialità della casa: abbandonare la nave che affonda. Più volte Serginho parte ai 70 metri e arriva davanti a Frey in scioltezza, senza la minima opposizione. L’Inter è in undici ma sembra stia giocando in 5. All’ennesima sgroppata, Serginho arriva sul fondo e crossa sul secondo palo, dove Sheva brutalizza di testa il malcapitato Simic: 0-4. La sensazione di sbando si diffonde anche sugli spalti: un tale entra in campo e vuole portarsi via il pallone; se avesse un minimo di sense of humour, Tardelli lo farebbe entrare al posto di uno qualsiasi. Invece il conducator nerazzurro non fa più cambi e il massacro sulla fascia sinistra può proseguire senza soste: ora è addirittura Kaladze (!) a percorrerla da casello a casello, dritto come un fuso, arrivare sul fondo e piazzare l’assist per il solito Sheva, che incenerisce Frey per lo 0-5. Chi manca sul tabellino? Ma naturalmente Serginho, che dopo tre assist ha ancora un languorino: riceve da Shevchenko, mette il turbo, semina un paio di comparse e batte Frey con un colpo da calcetto. Game set match, tutti a casa alé alé, tutti a casa alé alé. “Il tabellone, guardate il tabellone“.

Gli sberleffi e gli sfottò andranno avanti per mesi e mesi, ma inizieranno con qualche giorno di ritardo. Quella sera, se ci chiedono un commento, ci sembra quasi di infierire. Un giornalista ferma Shevchenko in zona mista: “Mi dispiace per l’Inter, sei gol sono tanti“. Bastava fermarsi, Andriy. “No, perché così va il calcio“. Amen.

Reti: 3′ e 19′ Comandini, 53′ Giunti, 67′ e 78′ Shevchenko, 81′ Serginho

INTER: Frey, Ferrari, Blanc, Simic, Zanetti, Farinos (34′ Cauet), Di Biagio (46′ Seedorf), Dalmat, Gresko, Vieri, Recoba – All.: Tardelli
MILAN: S. Rossi, Helveg, Costacurta, Roque Junior, P. Maldini, Gattuso, Giunti (71′ Guglielminpietro), Kaladze, Serginho, Comandini (57′ Josè Mari), Shevchenko (81′ Leonardo) – All.: Tassotti – DT: C. Maldini

Arbitro: Collina

One Comment

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One Comment on “Sei nell’anima
  1. Non dimenticherò mai l’amico irlandese alla sua prima volta a San Siro che a fine partita mi chiese: “Ma è sempre così?” non riuscii a rispondergli ma pensai solo: “Magari”.

    P.S.
    Io poi infierii su un amico interista (tutti abbiamo delle pecche) chiamandolo all’uscita, lui disse: “Lasciamo stare, è dal 4 a 0 che sono a casa”, sono tutti uguali al loro presidente.

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