In the Ruud for love

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La stagione 1993-94 fu indubbiamente la più gloriosa della nostra storia, l’unica a essersi conclusa con l’accoppiata scudetto-Champions League e i fuochi d’artificio finali di un leggendario 4-0 diretto sul muso di Johan Cruijff. A rileggere oggi la rosa e gli almanacchi sembrano quasi risultati scontati, addirittura dovuti, invece nell’autunno 1993 grande incertezza regnava sotto il cielo di Milanello. Invece che con gli squilli di tromba del caso, il Capello-tris era iniziato sulle note di un requiem per fagotto, con la contemporanea dipartita dei Tre Olandesi: Van Basten era ormai irrimediabilmente in infermeria, mentre Rijkaard era tornato all’Ajax. Quanto a Ruud Gullit, alcune frecciatine a Berlusconi e il furente litigio con Capello prima della finale di Monaco contro il Marsiglia l’avevano di fatto collocato sulla lista dei partenti. In società pensavano che fosse rotto e uno così, che comunque non aveva certo problemi di mercato, trovò giusto accasarsi al mare di Genova, sponda Doria, dove si esibirà indossando una curiosa maglietta numero 4.

Il 31 ottobre 1993 a Marassi il Milan, che non perdeva in trasferta da 38 partite e da oltre 2 anni e mezzo, incappa così in una circostanza ancora più insolita: perde una partita dopo essere stato in vantaggio di due gol. Nell’era Berlusconi non era mai successo; l’ultimo precedente risaliva a un famigerato Milan-Juve del novembre 1976, mentre in trasferta si doveva tornare indietro addirittura al maggio 1971 (Bologna-Milan 3-2). Da quel giorno in poi, succederà soltanto un’altra volta: Milan-Udinese 2-3, febbraio 2002. Una specie di cometa di Halley che attraversa il cielo di Genova in un pomeriggio memorabile, in cui il Milan di Capello sembra improvvisamente vulnerabile e insomma battibile, anche nel lungo periodo.

Mancano alcuni titolari, SebaRossi squalificato, Papin influenzato; l’assenza di JPP dà un’altra grande chance a Savicevic, genio incompreso che la settimana prima, contro la Juve, si era persino rifiutato di andare in panchina. A destra si rivede Brian Laudrup, l’altero danese arrivato dalla Fiorentina retrocessa (sarà una meteora). Il Ferraris è esaurito nonostante la pioggia, il clima è eccitato dalla grande sfida al suo passato del Tulipano Nero (non è l’unico, anche per Chicco Evani è un emozionante amarcord). Il Milan del primo tempo è più cinico di Walter Matthau: all’11’ una botta dal basso in alto di Albertini sblocca il risultato, grazie anche all’incessante su e giù di Donadoni e Maldini sulla fascia sinistra. Dopo un miracolo di Ielpo su Mancini – sguinzagliato da un errore di Baresi – e un palo del libero Sacchetti, come detto arriva lo 0-2: ancora Donadoni scappa via a sinistra e serve al centro Laudrup, che rientra sul sinistro e infila Pagliuca.
Tutto tranquillo sul fronte occidentale? Sì, almeno fino al primo squillo di Ruud, fin lì dormiente: partito in evidente posizione di fuorigioco sfuggita a tutti, recupera palla e si produce in un cross dritto e affilato per la testa di Katanec, che indovina l’angolo irraggiungibile per l’avvocato Ielpo. Poi l’episodio del rigore: i “quasi amici” Costacurta e Mancini si strattonano e il capitano doriano stramazza al suolo come una diva del muto, l’ineffabile arbitro Nicchi – che oggi troneggia al vertice dell’Associazione Italiana Arbitri – fischia il rigore. Per quanto storicamente scarsissimo dagli 11 metri, il Mancio stavolta spiazza Ielpo e fa 2-2. Il delitto perfetto si materializza sette minuti più tardi: altra leggerezza di Baresi che sbaglia il rinvio, Mancini controlla con la mano (ignorato dal sempre equivoco Nicchi) e serve Gullit che controlla e tira una sleppa di destro all’incrocio, scatenando il delirio blucerchiato. Contravvenendo alle usanze contemporanee, Ruud esulta come un pazzo sotto la curva doriana. Capello e tutta la società imbelviranno non poco contro Nicchi, con un furore che non si registrava dai tempi di Rosario Lo Bello.

Alle 16,30 di domenica 31 ottobre 1993 piove ancora. Per la prima volta in tre anni il Milan non è più primo in classifica, trovandosi addirittura terzo alle spalle di Juventus e Sampdoria. Ma sarà sufficiente vincere il derby la domenica successiva, mentre Juve e Samp crollano contro Parma e Cagliari, per riprendere la cavalcata solitaria e non fermarsi più fino a maggio, fino ad Atene. Vedete anche voi quanto bene può fare, ogni tanto, perdere una partita.

SAMPDORIA: Pagliuca, Mannini, Rossi (55′ Bertarelli), Gullit, Vierchowod, Sacchetti, Lombardo, Katanec, Platt, Mancini (89′ Serena), Evani – All.: Eriksson

MILAN: Ielpo, Panucci, P. Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi II, Donadoni (87′ Al. Orlando), Boban, Laudrup II, Savicevic (64′ Massaro), Simone – All.: Capello

Arbitro
: Nicchi

Reti: 11′ Albertini (M), 25′ Laudrup II (M), 56′ Katanec, 71′ rig. Mancini, 78′ Gullit

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