I 10 colpi della nostra vita. 02: Marco Van Basten

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Il cross di Jan Wouters, nato a Utrecht come lui, è così così: non troppo teso, di quelli che i centravanti ci si fiondano a pesce, ma neanche del tutto sbagliato. La sua palletta è diretta verso centro area e Marco Van Basten ha già previsto tutto: la colpirà al volo di destro, in sforbiciata, piazzandola imparabile sul secondo palo. Ma ciò che accade va persino al di là delle sue più rosee e cartesiane aspettative, perché va a finire ancora meglio: Marcolino, non ancora Cigno, la calcia non di collo pieno ma con un mezzo esterno che imprime al pallone un effetto ancora più mefistofelico, facendolo sbattere sul palo interno e poi in rete. Al povero portiere del Den Bosch, Jan van Grinsven, non resta che la parzialissima consolazione di ritrovarsi spesso in tv da quel giorno in avanti: sfortunatamente per lui, negli ingrati panni del palo della luce.

E’ il 9 novembre 1986, il giorno in cui Marco Van Basten segna uno dei gol più belli della storia del voetbal. Il suo nome è già da qualche mese sui taccuini di Ariedo Braida e Adriano Galliani, sempre abbinato a quello del compagno di Nazionale Ruud Gullit, la cui estenuante trattativa meriterà (la prossima volta) un capitolo ad hoc. Al confronto, l’acquisto di MVB è persino riposante, perché il Milan arriva semplicemente a raccogliere quel che altre squadre italiane hanno sciaguratamente sperperato da primavera in avanti.

Dai blocchi di partenza era uscita benissimo la Fiorentina, che a marzo 1986 lo aveva scelto preferendolo al connazionale Wim Kieft dopo una videocassetta e un paio di partite viste di persona dal direttore generale Claudio Nassi. La sua procura appartiene all’Interpro, una società di management gestita dal potentissimo maneggione Apollonius Konijnenburg, da Piet Keizer (ex bandiera Ajax e numero 9 della leggendaria Olanda 1974) e da Cor Coster, il suocero di Johan Cruijff. L’accordo è lasciarlo per un’altra stagione in prestito all’Ajax e accoglierlo a Firenze nell’estate 1987. C’è un impegno formale, probabilmente messo nero su bianco: all’Ajax 4,2 miliardi pagabili in tre anni, al giocatore un triennale da 600 milioni all’anno più casa e macchina. Ma l’estate fiorentina del 1986 è parecchio turbolenta: amareggiata da una stagione difficile e dalla contestazione del sempre squisito pubblico viola, la famiglia Pontello leva le tende, designando proprio Nassi come nuovo presidente. Se non che Nassi non se la sente di accettare un incarico così gravoso e molla pure lui, portandosi dietro anche il tecnico Agroppi. In questo clima di caos tipicamente fiorentino, destinato a risolversi solo mesi dopo con la nomina del nuovo presidente Pier Cesare Baretti, l’opzione per Van Basten viene disgraziatamente lasciata cadere. Come futuro centravanti, la nuova società sceglierà Stefano Rebonato, capocannoniere dell’ultima serie B col Pescara. Mmmh.

Apollonius non la prende benissimo e nei mesi successivi inizia febbrilmente a offrire il giocatore a destra e a manca. Si parla del Torino del rampante direttore generale Luciano Moggi, che ha già messo ufficialmente le mani su Wim Kieft e sogna la doppietta olandese. Per usare termini molto in voga nel mercato anni ’80, ci sono dei cosiddetti “abboccamenti”, ma l’affare muore lì. Si parla anche di Juve, a caccia di un nuovo numero 9 dal fascino europeo, anche perché Michel Platini ha già fatto trapelare propositi di ritiro. Agnelli e Boniperti sono combattuti tra due fuoriclasse: Van Basten oppure il grande Ian Rush, impareggiabile bomber gallese pluri-campione d’Europa con il Liverpool. Il nome di Rush è ben in alto anche nella lista che Braida sottopone a Berlusconi, a caccia di facce da copertina per il suo Nuovo Milan Paradiso: ma, forse anche per marcare una discontinuità rispetto agli inglesi Hateley e Wilkins entrambi in partenza, il presidente decide di virare sull’Olanda, in cui, dopo una lunga magra post-anni ’70, sta finalmente sorgendo una nuova generazione di fenomeni. Scontento di Liedholm, il sogno di Berlusconi è ancora più ambizioso di quel che poi sarà: portare in panchina nientemeno che Johan Cruijff, che da due anni allena l’Ajax con ottimi risultati.

Prima di rimanere folgorato dal mago di Fusignano in una banale serata di coppa Italia, Berlusconi si porta ampiamente avanti. La leggenda racconta di una mitologica videocassetta contenente tutti i gol del futuro Cigno di Utrecht, stoppata dal Cavaliere già dopo trenta secondi al grido di “Basta così, è un fenomeno, prendiamolo“. Quel che è certo è che la sera del 5 luglio 1986 un implume Van Basten varca i cancelli di Villa San Martino, Arcore, ricevuto dal Berlusca con tutti gli onori che all’epoca riservava – chessò – a una Raffaella Carrà (tenete a mente questo nome). Come detto, i tulipani sul tavolo sono due: lui e Gullit, uno dell’Ajax e uno del PSV Eindhoven. Berlusconi scalpita, si tradisce pubblicamente almeno in un’occasione, quando si fa sfuggire quel cognome durante una conferenza stampa di presentazione dei Mondiali ’90. In realtà, il momento della verità non è ancora arrivato: l’unico modo per trattarli nello stesso momento è approfittare della Nazionale. La sera del 19 novembre Apollonius organizza l’incontro decisivo in una lussuosa suite dell’Hotel Amstel, il più costoso di Amsterdam. Al vecchio Stadio Olimpico si gioca Olanda-Polonia, partita di qualificazioni per Euro 1988, un noioso 0-0 sotto la pioggia in cui Marcolino si fa comunque notare per un gran destro al volo rasoterra, uscito di poco (minuto 1:40 qui sotto). Una soluzione che, pochi mesi dopo con la stessa maglia, gli regalerà la gloria eterna.

A fine partita Apollonius prende sottobraccio i due caballeros e li porta in hotel, ma neanche lui s’immagina di trovarsi davanti Berlusconi in persona, arrivato da poche ore con il suo jet privato dal jamesbondiano nome di “Goldstream”. Stando alle Gazzette dell’epoca, da Milano è partita una spedizione imponente e un po’ fantozziana che comprende anche “il padre Luigi, il figlio Silvio junior (sic), l’ amministratore delegato del Milan Galliani, il direttore sportivo Braida, il direttore della rivista rossonera Vesigna, gli amici Sannicola, Rivetti, La Valle, Gucci e Coppola, con la segretaria Maria Brambilla a risolvere i problemi logistici di tutta la spedizione“. Qui si fanno i giochi, e i corrispondenti dell’epoca – non esattamente impermeabili al fascino di Sua Emittenza – indugeranno sul particolare che Berlusconi ha conquistato i due tulipani “con un abile corteggiamento alla fidanzata di Van Basten e alla moglie di Gullit“. Si chiude quella sera una trattativa capolavoro: siccome Van Basten è in scadenza di contratto, il Milan lo soffia all’Ajax pagando solamente un miliardo e ottocento milioni, il cosiddetto “parametro UEFA”, una cifra arbitraria fissata per tutelare le società (l’usanza andrà in frantumi con la sentenza Bosman).

L’ufficialità arriverà mesi dopo, in primavera. Intanto, il già rossonero Van Basten scopre a dicembre di essere fatto di cristallo. Il boia è Olde Riekerink, difensore del Groningen che gli molla un pestone sulla caviglia. Visitandolo, i medici dell’Ajax si accorgono che le sue caviglie hanno un difetto congenito, una carenza di cartilagine che si assottiglia sempre di più dopo ogni tackle. Sta fuori due mesi, rientra l’8 marzo 1987 contro l’Excelsior e segna dopo cinque minuti. Fa in tempo a vincere la Coppa delle Coppe da protagonista, riportando l’Ajax su vette continentali sconosciute da oltre dieci anni. Segna di testa il gol decisivo nella finale contro la Lokomotiv Lipsia (nella a noi cara Atene), ma è nei quarti di ritorno contro il Malmoe, sotto gli occhi dell’osservatore Fabio Capello, che strega definitivamente il Milan. Guardare per credere.

Il suo è l’acquisto più economico della prima era Berlusconi, quella dei miliardi buttati dall’elicottero, alla maniera di un Wolf of Villa San Martino. Il suo compare Gullit costerà otto volte tanto, al culmine di una trattativa almeno otto volte più faticosa. Talmente faticosa, che ve la racconteremo la prossima volta. A cominciare proprio da Raffaella Carrà.

(fine 2. – continua)

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