Fatih Forever

terim

 

“Quando eravamo in svantaggio alla fine del primo tempo, lui passava tutto l’intervallo a guardarci negli occhi, senza dire niente. E rimontavamo“. Il confine tra il calcio e la stregoneria è sempre molto labile quando si parla di Fatih Terim; queste sono parole di Claudio Taffarel, il portiere brasiliano ex Parma e Reggiana, al servizio dell’Imperatore ai tempi del primo Galatasaray che vinse la UEFA nel 2000. Questa primavera, anzi già tra due settimane contro il Real Madrid, Terim riproverà a dare la caccia a quel trofeo che il calcio turco non ha mai vinto nella sua storia.


3 novembre 1999. Una notte di tregenda all’Ali Sami Yen di Istanbul, allora dall’aspetto ancora più infernale e bolgiastico rispetto all’impianto, caldo ma tutto sommato civile, degli ultimi anni. Il Milan di Zaccheroni, che aveva bisogno di vincere per qualificarsi alla seconda fase, conduceva 2-1 fino a cinque minuti dalla fine, ma collassò all’ultimo ostacolo buttando alle ortiche anche la consolazione della retrocessione in UEFA, che spettò proprio al Galatasaray, destinato a maggio a diventare la prima e unica squadra turca ad aver mai vinto una coppa europea. Hakan Sukur, il pelatone Hasan Sas sempre in terra, Umit Davala – tutte colonne della Turchia che nel 2002 (allenata da Senol Gunes) arriverà addirittura terza nel truccatissimo Mondiale nippo-coreano. Congedato Trapattoni, del conducator Fatih s’incapricciò il mai lucidissimo Vittorio Cecchi Gori, che viveva in quei mesi gli ultimi fuochi di gloria prima del declino economico; lo prese di peso e lo mise al timone della prima Viola del dopo-Batistuta, venduto a peso d’oro alla Roma dopo dieci anni.
Terim partì a fatica (subito fuori dall’UEFA, eliminato dal modesto Tirol), fu subissato di pernacchi per una rocambolesca sconfitta in casa contro il Perugia degli sconosciuti di Cosmi, poi visse un autunno esaltante, trascinato dalle prodezze in serie di un Chiesa che segnava da tutte le posizioni e un Rui Costa mai più così sublime (forse, in quei mesi, persino superiore a Zidane). I due momenti più esaltanti coincisero entrambi con due vittorie sul Milan: un clamoroso 4-0 in campionato e un secco 2-0 in semifinale di coppa Italia. Perciò – come da regoletta aurea che aveva portato in rossonero titani come Sacchi ma anche gente non indimenticabile come Kluivert e Dugarry – eccolo a Milano l’estate dopo, osannato da subito come pochissimi altri allenatori della nostra storia, un’accoglienza quasi da interista. “Ho questo vizio: sono sempre desiderato, raramente vengo cacciato“.

Reduce da un sesto posto, Berlusconi aprì i cordoni della borsa portando in rossonero Pippo Inzaghi, Andrea Pirlo (grazie Moratti) e soprattutto Rui Costa, strappato per 85 miliardi alla Viola destinata al crac di lì a pochi mesi. Insieme a loro, però, anche una robusta dose di mezze figure e mezze seghe: Donati, Laursen, Contra e Javi Moreno (direttamente dal sorprendente Alaves, finalista di coppa UEFA) e appunto Umit Davala, per non far soffrire di solitudine l’Imperatore. E i nodi iniziarono a venire al pettine fin da subito: alla prima di campionato a Brescia, uno sciagurato errore di formazione (Chamot titolare) ci portò sotto 0-2 all’intervallo (doppietta di Tare!), prima di strappare il pareggio alla ripresa. Parafrasando la celebre definizione dell’Avvocato Agnelli sulla Juve di Maifredi, era un Milan sicuramente emozionante, capace di passare in poche settimane da un trionfale 5-2 alla Fiorentina allo sprofondo di un 1-3 in casa del solito Perugia di Cosmi, con sconosciuti diversi da quelli dell’anno prima, e alternare un rendimento che oscillava da un bel 2-0 contro la Lazio (di Zaccheroni!) a uno squallido 1-1 col Venezia che nelle prime cinque partite aveva raccolto ben zero punti. Summa di quello schizofrenico autunno fu l’indimenticabile derby contro l’Inter di Cuper, che sembrava ben avviata a rivincere lo scudetto dopo 13 anni: dopo un primo tempo parecchio gramo, concluso sotto 1-0 con gol di Ventola, il Milan ebbe una specie di reazione convulsa tipo defibrillatore e ribaltò clamorosamente il tavolo nel giro di otto minuti: pareggio di Shevchenko, vantaggio di Contra (!) con inaudita minella sotto l’incrocio, 3-1 di testa di Pippinzaghi. Tripudio, poker ancora di Sheva e inutile gol di Kallon per il 2-4 finale.

Sono passate appena due settimane, con annessa passerella sotto la Sud osannante (da bravo aspirante dittatore mediterraneo, Fatih ha un debole per i bagni di folla) e nessuno può immaginare che già incombono i titoli di coda. I risultati arrivano a singhiozzo, quel che non gira è tutto il resto. L’Imperatore si presenta in conferenza stampa in bermuda e maglietta, parla un italiano sempre più stentato, non si adatta né alle regole di Milanello né tantomeno alla vita quotidiana in Brianza: non sappiamo come si dice saudade in turco, ma un ottobre trascorso ad Arese invece che a Istanbul non ha bisogno di traduzioni.

Il 4 novembre perdiamo a Torino. Partitaccia finanche sfortunata, visto che al 90′ Inzaghi butta alle stelle il rigore del pareggio (anche se, col senno di poi…). A Fatih sembra comunque di avere ancora un bel po’ di credito: il derby è un dolce ricordo ancora fresco e in coppa Uefa stiamo andando bene. Il problema in effetti è un altro: non siamo tanto noi a zoppicare, quanto il Parma che è in crisi nera. Ulivieri è già saltato e quella domenica in panchina contro il Perugia c’è andato il traghettatore Carmignani, ma il sogno di Tanzi è richiamare in sella Carletto Ancelotti, con Arrigo Sacchi già direttore tecnico. Eccolo, il Giuda, l’ombra di Banco, l’incubo che aleggiava su Terim fin dalla presentazione estiva. L’offerta del Parma arriva domenica sera, Ancelotti prende tempo ma sembra disposto ad accettare: ci aggiorniamo domattina per la conferma. Una soffiata a Milanello allerta Galliani, che telefona al Capo: che facciamo? Berlusconi passa una notte agitata, poi gira il pollice all’insù. L’indomani, mentre Terim vola a Istanbul per un convegno con la promessa di ritrovarsi per il giovedì (c’è la sosta per le Nazionali, non c’è fretta), Braida e Galliani salgono in macchina direzione Felegara, a Villa Carletto. Un pranzo veloce e quella promessa che non c’è bisogno di ricordare: se il Milan chiama, non puoi sottrarti. Nel pomeriggio il Parma torna a bussare come concordato; Ancelotti nicchia. Una promessa è una promessa. A Istanbul, ignaro di tutto, Terim spende parole di elogio per la grande professionalità del calcio italiano. La tragedia scespiriana giunge al tragico epilogo: alle 19 l’AC Milan annuncia Ancelotti e liquida l’Imperatore con uno stringato comunicato che fa montare la rabbia del popolo turco (“Da oggi il Milan avrà 65 milioni di nemici“). Un negozio di articoli sportivi a Kahramanmaras, landa remota a pochi chilometri dal confine siriano, espone un cartello sinistro: “Non si vendono più prodotti del Milan”.
* * *
Elveda, Imperatore. Sono passati più di dieci anni e il popolo rossonero, di memoria lunga e di certo romantico fino all’istupidimento, non ha ancora dimenticato. Gran paraculo, Fatih è tornato a San Siro nell’aprile 2011 in occasione del derby poi vinto 3-0 (Pato-Pato-Cassano) e ha ricevuto un’accoglienza come sempre trionfale, almeno a giudicare dai toni leggerissimamente enfatici di questo servizio della tv turca. Il 3 aprile salirà a Madrid con il suo codazzo di vecchi filibustieri: Drogba, Snejider, Ujfalusi, Felipe Melo, Muslera, Altintop, il nuovo prodigio Buruk Yilmaz. Testa alta, petto in fuori e, come sempre, la giacca sulla camicia virginalmente bianca. Di sicuro lui, il famoso miedo escenico che prende alla gola tutti quelli che mettono piede al Bernabeu, non l’ha mai sentito nominare.

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