L’HASHTAG – #misteroHonda

Milan-Chievo Verona serie A

Per quasi ventiquattr’ore, prima che l’arbitro Rocchi decidesse altrimenti, è stata scritta la storia: un giapponese capocannoniere della serie A. Arrivato vestito come un bischero, tra gli sberleffi dei criticoni che sbeffeggiavano un suo presunto tema scolastico scritto a 12 anni in cui spiegava di voler indossare la maglia numero 10 del Milan, Keisuke Honda ha attraversato con il carisma di un salmone surgelato i suoi primi quattro mesi rossoneri, incorniciati dalle imperiture parole di Galliani in tribuna a Bergamo: “Perché Seedorf fa giocare Honda e non Taarabt?” “Perché è matto“. Poi è fiorito di colpo, come i mandorli nei peggiori stereotipi sul Giappone, tipo quei film in costume con le geishe e le musiche del maestro Ryuichi Sakamoto.
Eppure rimane tuttora un bel mistero, un mistero buffo come la sua andatura da signorotto veneziano del Seicento, che fa l’inchino alle madamine vestito come un bischero (appunto). Honda è espressione di un Giappone da cartolina, quello col Monte Fuji sullo sfondo, molto più di Hide Nakata che almeno sfoggiava una personalità molto più evoluta e consapevole. Procede impettito – non diciamo “correre”, Honda non corre, zampetta fiero della sua tinta platinata – e, come ogni giapponese che si rispetti, è disciplinatissimo e ossessionato dalla puntualità. Dalla sua misteriosa presenza sulla destra – leggera e letale come il gas nervino che un giorno fu sprigionato nella metropolitana di Tokyo – trae beneficio per esempio Abate, libero di prodursi nelle sue accelerate senza il terrore di non avere nessuno a coprirgli le spalle.

Honda ha capacità atletiche degne di un concorrente di “Mai dire Banzai”, e pure tecnicamente non è che sia Roberto Baggio: mancino spostato a destra, fa quasi sempre la stessa finta, tanto che per lunghi tratti del primo tempo Biraghi gli lasciava lo spazio per crossare di destro, fiducioso in una sua fetecchia. Ma è un secchione, è una spugna, assorbe tutto ciò che gli viene detto, fossero anche i consigli tattici di Mexes. Forse che in serie A è sufficiente consegnare ogni volta un compitino senza errori per diventare una stella assoluta? Persino i suoi “famosi” (ab sit iniuria verbis) calci di punizione non si spiega come facciano a creare tanto scompiglio, come fossimo davanti a un Sensible Soccer 1993-94. Sono puliti, sicuramente, belli tesi, ma non particolarmente potenti né precisi. Sarà colpa dell’atteggiamento sottilmente xenofobo che il maschio occidentale ha nei confronti dello straniero: sì ok, ti saluto e ti rispondo perché sono gentile, ma in realtà non desidero altro che tu non mi rivolga più la parola.

Cinque delle sei difese di serie A incontrate finora, Honda non hanno saputo come prenderlo. E’ uno strano tipo di avversario con cui non si può avere nessun rapporto, per pigrizia o incapacità mentale, e ci si augura che passi velocemente, che tanto lascerà poche tracce. Lo dimostra il nostro stesso atteggiamento di tifosi: anche se ha segnato 4 gol in 6 partite, nessun milanista lo metterebbe tra i 3 giocatori più forti o più importanti in squadra (non negate, vi vediamo mentre fate sì con la testa). Eppur si muove, eppure gioca; eppure segna. #misteroHonda

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