I 5 Lazio-Milan della nostra vita

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Lazio-Milan 0-1, 3 dicembre 1995. Tre mesi prima, Giorgione Weah aveva saccheggiato l’Olimpico sponda Roma. Ora eccolo – lui, strepitoso solista – contro la banda Zeman che in casa viaggia a tutto motore e meno di un mese prima le ha suonate 4-0 alla Juve campione in carica. In un impeto di mostruoso pragmatismo, Capello lascia sfogare le truppe boeme, arretrando via via sempre di più il baricentro dopo un primo tempo quasi dominato: partito lancia in resta col doppio trequartista Baggio-Savicevic (con Dejan come sempre emarginato all’ala), a metà ripresa toglie Baggio e mette Coco, mentre il tridente laziale si scorna contro la muraglia Panucci-Maldini-Baresi-Costacurta e SebaRossi si fa come sempre benvolere dalle tifoserie avversarie, spaccando il naso a Favalli dopo un’uscita a ginocchio alto. Quando il colloso 0-0 sembra inevitabile e la Lazio lo sta accogliendo quasi con dispiacere, Weah esce di foresta, butta la palla avanti e in un sol boccone si mangia quattro o cinque laziali, superando l’incerto Mancini in uscita con un tocchetto felpato di mezzo esterno. Un gol sublime che vale come primo antipasto del 15° scudetto.

Lazio-Milan 4-4, 3 ottobre 1999. Che notte quella notte. Andriy Shevchenko era partito bene, con 2 gol nelle prime 4 di campionato, si muoveva in modo appropriato e si faceva trovare puntuale negli inserimenti e nelle zampate sotto porta; ma quando incrociò i futuri campioni d’Italia, scoprimmo tutti che era qualcosa di più. E’ una delle partite più belle della storia della serie A, gli ideali titoli di coda dei magici anni ’90 del calcio italiano che dominava in Europa e incassava palate di soldi dai diritti televisivi provenienti da ogni parte del mondo. Apre le danze Veron di controbalzo, pareggia il Milan con un rocambolesco autogol di Mihajlovic su tiro sbananato da Weah. Sinisa ha il tritolo nel piede sinistro e terrorizza Abbiati dal corner per tutta la sera: il 2-1 è un autogol del nostro portiere che mette la palla in porta nel tentativo di anticipare Simeone. Il 3-1 è un gol stupendo di Salas, che stacca dove non osano neanche le aquile su cross pennellato da Conceiçao. Poi si sveglia il Bambi di Kiev, con un movimento di velocità impressionante che fa secco Marchegiani: 3-2. Si va avanti: Ambrosini lancia Weah steso in area da Marchegiani: rigore, Sheva glaciale, 3-3. Ancora Shevchenko, incubo di uno stadio intero: stavolta è il sinistro che incenerisce Marchegiani, clamoroso 3-4. In difesa non siamo all’altezza dell’attacco: Veron pesca Salas completamente solo a centro area, il Matador fa 4-4. Poi sfida rusticana tra Mihajlovic e Abbiati: non è mai esistito nessuno che calciasse gli angoli così bene, ma Abbiati nega più volte un ingiusto 5-4. Olimpico in piedi, e tutto il mondo con loro.

Lazio-Milan 0-1, 29 febbraio 2004. Molto più cerebrale e molto meno spettacolare della disfida precedente, questo Lazio-Milan è uno dei tasselli decisivi per lo scudetto ancelottiano. Il gol di Ambrosini, stupendo, arriva a un quarto d’ora dalla fine di una partita quasi senza occasioni: lancio di 60 metri di Pirlo che pesca Cafu quasi all’altezza della linea di fondo avversaria (attaccava pochino, il Pendolino); controllo e palla acchittata per l’accorrente Seedorf che crossa di destro una palla incantevole sul secondo palo, dove si sta avventando Ambrosini col furore negli occhi. Volo d’angelo di Ambro e palla perfettamente incornata alle spalle di Peruzzi, 0-1, ciao a tutti. Una delle azioni-simbolo di una squadra di qualità commovente, probabilmente la più bella ad aver mai vinto uno scudetto negli ultimi vent’anni.

Lazio-Milan 1-2, 26 settembre 2004. Meno di sette mesi è un Milan profondamente rabberciato, pigro e pasticcione come nei peggiori autunni ancelottiani. Ma immerso nella classe come Obelix nel pentolone, e il confronto con la prima Lazietta di Lotito, lontanissima dai fasti di qualche rigo qui sopra, è impietoso. Pure, al 36′ del primo tempo ci addormentiamo come sempre su calcio piazzato e Fernando Couto segna di testa senza neanche saltare, prima di rischiare l’osso del collo per una capriola mal eseguita che lo porta ad atterrare di schiena sulla pista d’atletica. Summa iniuria, Paparesta espelle Ambrosini per una manata a Filippini al limite del cartellino (più tardi Simone Inzaghi morderà a un dito di Nesta, sentendo forse odore di yogurt). Ma alla fine arriva Sheva, un’iradiddio, che già in agosto aveva punito con una tripletta la Lazio in Supercoppa. L’1-1 è una prodezza di coordinazione su azione sporca da corner; l’1-2 è il solito one-man-show concluso con una stangata di destro solo toccata da Peruzzi. Inzaghino colpisce la traversa, ma il 2-2 sarebbe stato moralmente inaccettabile.

Lazio-Milan 1-5, 7 ottobre 2007. Partita oltremodo grottesca che si temeva difficile, per un Milan in gran difficoltà in campionato, e che diventa invece trionfale a causa della serata tragica del portierino Fernando Muslera, che alla quinta presenza in serie A si stampa in modo indelebile nelle menti di tutti i tifosi lazio-milanisti. Il primo gol lo prende da 45 metri, facendosi trovare drammaticamente impreparato su un lancio sbagliato di Ambrosini. Dopo il pareggio di Mauri, affossa ingenuamente Gilardino in area: Kakà, 1-2. Nell’impietoso secondo tempo prende due gol sotto le gambe, con gestualità rivedibile da goffo portiere di hockey: prima Kakà, poi Gilardino, che fa addirittura doppietta con una randellata al volo di destro appena schiaffeggiata da Muslerino. Che tornerà in panchina in attesa di tempi migliori, che arriveranno: una coppa Italia e una semifinale mondiale con l’Uruguay conquistata grazie ai suoi rigori parati.

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