I 5 Fiorentina-Milan della nostra vita

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Fiorentina-Milan 3-7, 4 ottobre 1992. Nella giornata più ricca di gol nella storia della serie A (48 gol in 9 partite: pensate cosa dev’essere stato quel giorno “Tutto il calcio minuto per minuto”), il Milan dà il suo modesto contributo sotterrando di reti la velleitaria Fiorentina di Gigi Radice, destinata a tragica sorte dopo che il Gigione sarà sospettato, dal fumantino Vittorio Cecchi Gori, di giacere con la di lui (di Vittorio) avvenente moglie Rita Rusic. Milan da lacrime agli occhi: Albertini-Rijkaard coppia centrale di centrocampo, Lentini e Gullit sulle fasce, Massaro e Sua Santità MVB in attacco. Il 3-7 con cui si pasteggia a Firenze viene dopo un 2-8 a Foggia e un 4-5 a Pescara, in epoche in cui gli allegri zonisti (Zeman, Galeone, Radice) venivano tutti spazzati via dal vento capelliano del Pragmatismo. Al gol di Ciccio Baiano, che fa sognare ai tifosi viola il sorpasso in classifica, segue l’uragano: Massaro, Lentini, Gullit, Massaro, Van Basten, Gullit, Van Basten. In mesi di grande confusione per l’Italia intera, tra attentati mafiosi, Tangentopoli e lancinante crisi economica, non è davvero un’eresia dire che proprio il Milan è uno dei maggiori orgogli nazionali.

Fiorentina-Milan 0-0, 7 febbraio 1999. Il silenzio che cadde sull’intero stadio Franchi è qualcosa che non si può dimenticare facilmente, così come il coro disperato “Bati-Bati-Batigooool” ad accompagnare il campione che esce in barella. Criniera al vento, Batistuta sta volando verso la porta del giovanissimo Abbiati a pochi minuti dalla fine. Con 18 gol in 19 partite, è il capocannoniere di un campionato che vede prima in classifica la Fiorentina di Trapattoni, a trent’anni di distanza dall’ultimo scudetto. Scappa Batigol, e poi frana a terra: lo tradisce il legamento collaterale interno del ginocchio sinistro, che decide di stirarsi proprio nel momento più delicato, che coincide tra l’altro con l’inizio del carnevale di Rio, evento a cui Edmundo non può proprio mancare, tanto da partire per il Brasile la sera stessa, sordo alle preghiere del club. Si dissolve così quella Viola bella e sfortunata, che si limiterà a qualificarsi in Champions. Lo scudetto più incredibile spetterà proprio al Milan di Zaccheroni che, va detto, a Firenze quel giorno gioca molto bene, in casa di una squadra reduce da 16 vittorie interne consecutive: colpisce un palo clamoroso con Weah e passeggia sulle nuvole nel secondo tempo, ispirato da un sommo Boban, sprecando almeno due volte il colpaccio con Bierhoff e Weah. Finirà 0-0, ma sono punti che non rimpiangeremo.

Fiorentina-Milan 0-1, 3 febbraio 2008. Nel giorno della morte di Rosa Bossi Berlusconi (con florilegio di battute già nell’appena nato Facebook), capita questo spareggio-Champions tra la rampicante Viola di Prandelli e il vecchio Milan di Ancelotti, che ha definitivamente riempito ogni spazio rimanente nella propria pancia issandosi a campione del mondo due mesi prima. Pure, è una bellissima partita tra due squadre che giocano e lasciano giocare. Protagonista a sorpresa è il lungagnone Kalac, sostituto di Dida a tempo indeterminato, goffo e sgraziato ma decisivo almeno tre volte. Protagonista meno a sorpresa è il Paperino Pato, autore di un debutto folgorante sulla scena italiana: qui decide con una zampata ma accusa ahilui anche il primo di una lunghissima serie di infortuni, una brutta distorsione alla caviglia che lo terrà fuori per un mese (la settimana dopo in casa contro il Siena, disperato, Ancelotti butterà dentro persino l’implume Paloschi, cavandone incredibilmente un gol dopo 18 secondi). Altro da segnalare? Ah sì, il numero più notevole combinato da Emerson in due anni di Milan: tunnel, controtunnel e staffilata fuori di un soffio.

Fiorentina-Milan 0-2, 31 maggio 2009. Oltraggiato da un’indegna contestazione prezzolata la settimana prima a San Siro, Paolo Maldini si prende finalmente le ovazioni che merita, davanti a uno dei pubblici più astiosi e velenosi d’Italia. Ma anche il Franchi di Firenze, alle ore 16:, si scioglie nell’applauso per il 41enne non più Paolino, alla 902esima e ultima presenza col rossonero. La partita è uno spareggino per la Champions diretta: al Milan basta perdere con un gol di scarto per conservare il terzo posto ed evitare i fastidiosi preliminari estivi, e affronta l’esame dell’ultimo giorno di scuola con il piglio di chi vuole andarsene a casa il prima possibile con la faccenda conclusa. E’ anche l’ultima panchina di Carletto Ancelotti, che ha già il biglietto per Londra. E pure l’ultima partita di Kakà, ovviamente con gol e assist per Pato che segna deliziosamente lo 0-2. E’ una triste giornata insomma, affogata nel clima umido e instabile della quasi estate fiorentina. Applaudono i tifosi, applaudono le genti davanti alla tv, applaudono gli studenti universitari davanti ai computer in streaming (per esempio, chi scrive).

Fiorentina-Milan 1-2, 10 aprile 2011. Come spesso gli è successo in carriera – anche se non si può scrivere a voce alta perché lui è pur sempre Dio – Ibrahimovic tende a sparire quando i giochi si fanno duri, diciamo da marzo in avanti. Il 2011 non fa eccezione: dopo sei mesi fenomenali in cui realmente fa partire la sua squadra sempre da 1-0 sopra, Ibra segna al Napoli a fine febbraio e poi s’infila in un tunnel senza uscita fatto di prove ectoplasmatiche, cazzottoni a gioco fermo e conseguenti giornate di squalifica. Senza il suo totem, il Milan di Allegri si aggrappa alla difesa per stringere tra i denti lo scudetto numero 18 e resistere alla rincorsa dell’Inter del supposto “nuovo Mourinho” Leonardo (ha ha ha!). E si aggrappa soprattutto a un meraviglioso Clarence Seedorf, che gioca a livelli poetici e sblocca il risultato dopo appena 10 minuti, e anche a Mario Yepes, improvviso conducator della difesa assieme a Thiago Silva, stanti gli acciacchi di Nesta. E’ un gran bel Milan, compatto e volitivo, a parte il Dio Ibra, che al 92′ di una partita da turista manda a fanculo il guardalinee senza preavviso e si prende altre due o tre giornate di squalifica. Che giocatore.

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  1. Io avrei ricordato l’amichevole persa una settimana prima del trionfo di Atene nel 94, in cui capello comprese che non era cosa arretrare desailly in difesa per tamponare le assenze per squalifica di baresi e Costacurta e ebbe la felice intuizione di puntare su Filippo galli che non fece toccare palla a romario

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