Quelli del materasso

schwarzenbeck

Non si può provare a raccontare, anche in piccolo, la storia e il mito dell’Atletico Madrid senza cominciare dall’orco che, nella buona e nella cattiva sorte, da quarant’anni tormenta le notti di tutti i tifosi. Come tutti gli orchi, ha un nome da orco: si chiama Hans-Georg Schwarzenbeck ed era uno stopperaccio del Bayern Monaco per nulla dotato tecnicamente che il 15 maggio 1974, a venti secondi dalla fine della finale di Coppa Campioni, si buttò avanti sospinto dalla cieca forza della disperazione. L’Atletico era in vantaggio per 1-0 grazie a una stupenda punizione di Luis Aragones, bomber e anima dei biancorossi, morto qualche settimana fa e commemorato con grande partecipazione da tutto il Vicente Calderon. Schwarzenbeck veniva avanti e tutto il mondo aspettava la palla in mezzo per Gerd Muller, capocannoniere di coppa con 6 reti, quella sera sontuosamente annullato da Ramon “Cacho” Heredia. In porta stava Miguel Reina, padre di Pepe, cui 33 anni dopo non riuscirà di vendicarlo, castigato due volte da un attaccante piacentino altrettanto svelto e letale come Muller. La leggenda vuole che in quel momento Reina fosse distratto, e stesse parlando con un fotografo appostato dietro la porta, che gli aveva chiesto la maglia e forse anche i guanti. Invece di crossare, Schwarzenbeck scelse la botta ignorante da 25 metri: Reina andò giù maldestramente, troppo tardi, e la palla s’infilò nell’angolino. Non c’erano ancora i rigori e così al 120′ il Bayern si guadagnò il replay della finale, dominata 48 ore dopo con un secco 4-0 su un Atletico fiaccato nel morale e nelle gambe.

L’ombra di Schwarzenbeck – nome che nella sua tragica complessità evoca i fantasmi shakespeariani di Rosencrantz e Guilderstern, traditi da Amleto su una nave al largo delle coste danesi, essendosi peraltro manifestato in un luogo altrettanto lugubre come lo stadio Heysel di Bruxelles – è ancora lì a fare compagnia ai tifosi dell’Atletico, nonostante Aragones, nonostante la doppietta coppa-campionato del 1996, nonostante Aguero, Torres, Falcao e Diego Forlan e nonostante Diego Pablo Simeone. E’ lo straccio orgogliosamente agitato per rivendicare quel mito in cui tutto il popolo colchonero continua tuttora a crogiolarsi, quello della squadra perdente, povera e in buona sostanza “sfigata”, in una specie di romantico elogio della sconfitta che assomiglia un po’ alla parabola umana e sportiva del Torino. Eppure, proprio come il Torino “tremendista” degli anni ’70, quell’Atletico era tutt’altro che una squadretta, avendo per esempio più volte soffiato il titolo al Real Madrid, simbolo del potere politico e del regime del Generalissimo Franco.

Quell’anno lo allenava l’argentino Juan Carlos Lorenzo, tecnico appuntito, adatto per squadre muscolari con una leggera tendenza al pestaggio (ne sanno qualcosa i giocatori del Celtic, che pure non erano delle margheritine, malmenati impunemente nel ritorno della semifinale a Madrid). E così,da allora, in un tripudio di pianginismo che al confronto i tifosi interisti sembrano degli inguaribili festaioli da Club Bobino, lo stadio Calderon sorge in fondo a uno stradone di nome Paseo de los Melancolicos; e in uno spot di qualche anno fa per la campagna abbonamenti (ripreso in un ottimo articolo di tre mesi fa da Valentino Tola), un bambino chiede al padre “Papa, por qué somos del Atleti?“. E quello non riesce a rispondere, tamburellando nervosamente con il dito sul volante con lo sguardo fisso sul semaforo.

All’Atletico, tutto ciò che si sono tramandati nei tempi trasuda di malinconia autoindotta, a cominciare dall’origine del loro celebre soprannome, colchoneros: dopo alcuni anni in bianco e blu, nel 1912 adottarono la divisa biancorossa perché erano colori più economici, ricavabili dalla foggia dei materassi (materasso in spagnolo, colchon). Club perennemente contromano, anche se mai fino in fondo come l’Athletic Bilbao, perchè dopo la parola “Atletico” ce n’è pur sempre un’altra, pesante, che è “Madrid”. Che ha vinto quando ha giocato male, niente spettacolo ma tanto cuore e il decisivo apporto de los cojones, come nel 1996 quando Simeone, leader in campo della squadra allenata dallo slavo Antic, ebbe modo di studiare da vicinissimo uno degli schemi oggi prediletti, i mortiferi calci piazzati allora battuti da Milinko Pantic. Un club, insomma, che nei suoi quasi 111 anni di vita ha sempre vissuto i suoi tempi migliori in modo bollente e passionale, non algido e aristocratico come i tifosi del Real che non di rado fischiano i giocatori anche dopo una vittoria. Roba da film di Almodovar, insomma, che non a caso inserì in Carne Tremula (1997) uno dei gol fondamentali di quella cavalcata verso il Doblete, segnato al Barcellona da Roberto Fresnedoso dopo un gran numero sulla sinistra di Caminero a beffare Miguel Angel Nadal. Lo stesso Nadal – zio del tennista Rafa – che due anni prima era stato buggerato da Savicevic ad Atene. Gira e rigira, quando rotola in cerca di emozioni, il pallone prima o poi torna sempre dalle stesse facce.

 

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