“Nessuna umiliazione” “Ah, che umiliazione”. Giornali in libertà

Sid Lowe, The Guardian
Milan hit the post; otherwise, for all the emotion, they created little. Three shots on target to Barcelona’s 10 told a story but not the whole, fascinating tale. Milan were forced back, asphyxiated, unsettled, the game speeding past them. Barcelona were a swarm. 

Massimo De Luca, Corriere della Sera
Tutto quel che non doveva succedere è successo. Ma alla fine ha vinto la logica, perché le distanze fra una squadra compiuta (al massimo livello) e un progetto di squadra tutto da perfezionare non potevano magicamente svanire, specie sulla distanza doppia, non sulla singola partita che, come è capitato, può andar storta pure ai più grandi. Però l’amarezza, nel Milan, rimane. E’ l’amarezza per aver tremendamente sofferto l’avvio, quando il Barcellona ha occupato tutti gli spazi, ha soffocato qualsiasi tentativo d’iniziativa rossonera, ha trovato immediatamente il gol con un lampo di Messi. A riavvolgere il nastro, si ritrovano, in questa stessa fase d’avvìo, due mezzi miracoli di Abbiati. Come a dire che dopo mezzora il Barça avrebbe anche potuto trovarsi sul 3-0.


Finito subito in apnea, il Milan ha tremendamente faticato a tirar su la testa. Quando, sul 3-0, si è trattato di cambiar passo, non avendo più nulla da perdere, la squadra ha fatto ancora una gran fatica per riuscirci. E solo negli ultimi minuti, resa finalmente coraggiosa dalla disperazione, la squadra ha trasmesso qualche brivido ad avversari e pubblico che, per il resto della serata, hanno potuto divertirsi e applaudire senza mai avere paura. Un solo, vero contropiede c’è stato: Niang l’ha spento sul palo, pur avendo avuto il giusto tempo e la giusta posizione per centrare la porta spalancata. Questione di centimetri, come mille altre volte nella storia del calcio. Ma lo sport è una questione di centimetri, o di millesimi di secondo. Sono proprio quelli, in realtà, a fare spesso la differenza. Anche per il Milan, che esce dignitosamente di scena dopo un disastroso avvìo di stagione, illudersi di essere già tornato competitivo al massimo livello avrebbe potuto essere rischioso. Un po’ come dopo la Champions vinta ad Atene nel 2007 che, in realtà, ha chiuso un ciclo.

Fabrizio Bocca, La Repubblica
Lo ammetto, non pensavo finisse così. Pensavo che davvero qualcosa nel Barcellona si fosse incrinato, che la leggenda potesse avviarsi al viale del tramonto, e che dunque il Milan potesse approfittarne. Il Milan ha sperato, all’andata aveva fatto una partita perfetta, difendendosi con grande sicurezza e maestria, interprendando la partita quasi alla perfezione, colpendo un Barcellona abbastanza rintontito dal suo stesso gioco. Ma al Camp Nou non è stato così, è stato tutto diverso. Era sostanzialmente impossibile replicare lo stesso tipo di partita. Lo stadio praticamente è una gigantesca buca verticale al cui fondo c’è il terreno di gioco. L’urlo è assordante, l’atmosfera unica. Quando tutto lo stadio a inizio partita sfodera la gigantesca coreografia in catalano “Som un equip” non è una semplice e spettacolare scritta, è una filosofia.
Il Barcellona ha giocato a un ritmo molto più alto dell’andata, ci ha messo molto di più della tecnica o della semplice ragnatela di gioco. Ha giocato senza risparmiarsi, col fuoco dentro. Il Milan, questo Milan, poteva fare pochissimo. Quando si viene eliminati da un avversario così – sia pure con un pesante 4-0 da riportare nella notte a Milano – si viene eliminati ma non distrutti, calpestati o umiliati.

Alessandro Vocalelli, La Repubblica
Alla fine esce deluso e amareggiato il Milan, che in cuor suo pensava e credeva di poter compiere davvero l’impresa. Quel due a zero conquistato a San Siro era il tesoro da mettere in cassaforte, era un’assicurazione e un impegno, era il sottile confine che esiste tra la speranza ed il sogno. Non è bastato ed è logico, naturale, scontato che il Milan urli di rabbia. Sembrava una di quelle fiabe, passionali e incantate, in cui l’eroe sarebbe riuscito ad avere la meglio sul suo invincibile nemico, ma che alla fine, nel giro di un minuto, ha visto questo lieto fine infrangersi sul palo di Niang e sul gol di Messi. Una grande delusione per una dirigenza che si è saputa rinnovare in una stagione difficile, per una squadra che davvero credeva di poter dare scacco ai giganti, per un allenatore che sentiva ad un passo il suo capolavoro. Non è andata così, perché c’era solo un ostacolo verso la Storia. Il fatto, la dimostrazione ulteriore, che il Barcellona, questo Barcellona, è già una Leggenda.

Mario Sconcerti, Corriere della Sera
Il vero problema della notte di Barcellona è che non c’è stata partita, non c’è mai stata speranza. È stato un gioco fuori controllo, una vera dimostrazione d’inferiorità. Non è stata una sconfitta, è stata una lunga sensazione di inadeguatezza. Il lato paradossale è che non è sembrato nemmeno il vecchio Barcellona. Ha certamente giocato bene, ha dimostrato che la sua sera non è ancora arrivata, ma è comunque nell’aria, dentro a tutte quelle bollicine che si aggrappano sempre più a Messi per diventare sostanza. Insomma non mi è sembrata la grande promozione del Barça, piuttosto una bocciatura secca del nuovo Milan, la sua non appartenenza al clan delle squadre migliori. Giocatori come El Shaarawy, come Niang, non sono mai entrati in partita, schiacciati dalla personalità degli avversari. Altri come Mexès, come lo stesso Montolivo, sono rimasti a guardare un pallone che girava costantemente intorno a loro senza dare mai confidenza. La differenza netta di quel che significa non essere al proprio livello. 
TROPPI TIMORI – Il Barcellona ha corso come da tempo non faceva in Champions, segno che la paura è stata grande. Nonostante questo ha segnato con due tiri da fuori, Abbiati ha fatto un solo grande intervento. Ha annientato il Milan quasi soltanto con i guizzi di Messi. Il Milan ha sbagliato forse il viaggio verso la partita, l’ha temuta troppo, si è fidato dei suoi due gol, non ha mai cercato una gara diversa. Il palo di Niang è stata la sua unica occasione ed è nata da un errore vistoso di Mascherano. Il vecchio calcio all’italiana prevede ripartenze, il Milan è sempre rimasto ad aspettare, come sapesse da subito che era tutto inutile. Anche quando era già sotto di tre gol, non è stato in grado di ricominciare un’azione, suddito di un gioco che anche senza accelerazioni produceva comunque risultati.
IL RESPIRO EUROPEO – Un’inferiorità evidente, quasi umiliante nel risultato e nella progressione inesorabile della gara, ma soprattutto un’improvvisa dichiarazione d’impotenza che non era lecito aspettarsi in queste dimensioni. Si può vincere in Italia, rischiare seriamente di essere i migliori, ma non avere peso ad altri livelli. Accade molte volte, soprattutto in momenti come questi in cui non sappiamo chi veramente siamo. È anche il trionfo del realismo. Le squadre giovani hanno spesso il respiro corto, mancano di dimensione internazionale, quella arriva solo con il tempo o con un talento tipo Messi. Ora non resta che ricominciare capendo che per avere strada in Europa servono giocatori di livello europeo. Altrimenti sfioreremo sempre l’impresa, ma ne resteremo sempre lontani.

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