Viaggio al Termine della Notte. Cap.XI – Milan-Empoli 1-1

15 febbraio 2015

Ma dobbiamo davvero parlare di quello che è successo a S.Siro? Se sì, allora voglio farlo partendo dall’inizio.

Letto, suona la sveglia, guardo l’ora: bestemmio. Possibile che mi devo alzare per andare allo stadio? Ora, non giudicatemi male, ma durante la settimana spesso mi capita di svegliarmi alle sei per lavoro: capite bene anche voi che nel weekend cerco di recuperare del sonno. E invece. Mi tocca andare a seguire le imprese di Zaccardo (che peraltro manco ha giocato) ad un’ora in cui sarebbe più saggio riprendersi dall’hangover bevendo caffè e ascoltando un disco di Dexter Gordon. 

Che poi a pensarci bene, l’ho sempre fatto. Cioè, per anni mi sono svegliato la domenica mattina alle sette, per presentarmi in condizioni proibitive a Sesto (o a Garibaldi) e finire svariate ore dopo in qualche stadio in giro per l’Italia. E vi dirò: adoravo tutto quel rituale. Andare in stazione, ritirare il biglietto, se già non l’avevo preso in riunione giovedì sera, bermi tre amari al bar, salire sul treno, far spostare quelli che si mettevano nei vagoni della Fossa, sfasciarsi, arrivare nell’altra stazione, i blu, i bus, lo stadio, la gente che ti odia e ti detesta, la partita, accasciarsi senza vita in treno al ritorno.

Mi ricordo un anno, sarà stato inizio fine anni 90, forse inizio 2000. Trasferta di Bologna (quindi abbastanza insignificante). Mi sono venuti a prendere in macchina che saranno state le 7.30. Appena entrato qualcuno mi ha allungato un simpatico presente sotto forma di joint prelibato di profumatissima marijuana: una canna diritta e tirata su con precisione chirurgica. Doveva essere dello Zabrak perché erano suoi di solito quei capolavori di ingegneria aerospaziale. Sta di fatto che sarà stato Dicembre, già facevano pochi gradi, in un nulla la mia temperatura corporea è precipitata insieme alla pressione. In più non ci volevano fare lo speciale. Abbiamo assaltato il Pendolino che partiva da Centrale: centinaia di cristiani stipati in mezzo agli ignari viaggiatori che ci guardavano (giustamente) schifati. La situazione tipo metropolitana di Tokyo all’ora di punta, unita al mio gelo interiore galoppante, mi ha causato un attacco di claustrofobia conclamato per cui volevo salutare tutti e tornarmene a casa a vedere Pippo Baudo e Domenica In. Ricordo solo il Buster che mi guardava con un misto di comprensione e tenerezza. Che poi, alla fine il treno ce lo hanno pure fatto. Deve essere stata la volta che fuori dallo stadio abbiamo incrociato Gianni Morandi (giuro questa è vera). In pratica: nel post scazzi con i Mods, a Bologna la situazione era così soporifera che uscivamo sempre dal corteo per andare a mangiare una pizza lì vicino. Eravamo un bel trenta-quaranta, quando dal nulla è saltato fuori il Gianni nazionale che sì è trovato davanti questo contingente di ultras milanisti che gli dicevano ‘Dai! Dai che ce la fai!”. Sorrideva, ma non mi pareva tantissimo a suo agio.

Beh, manco io ero particolarmente a mio agio la domenica al baretto. Freddo, pioggia, la mestizia. Non vi dico poi dentro. Davvero, lo dico ogni volta, partita dopo partita, ma fa piangere il cuore vedere S.Siro così deserto. Il bello è che fanno il comunicato per dire che eravamo in 27mila – una cifra che qualche anno fa toccavamo giusto in Coppa Italia- mentendo per giunta, perché palesemente dei 20 mila abbonati ne mancavano parecchi. E vagli a dare torto.

Ora, l’Empoli. Tutti si ricordano, e fanno bene, del Milan-Empoli storico in cui il Cigno appena tornato dopo mesi di infortunio, aveva sbloccato il risultato con una bomba da fuori area. Ma io porto nel cuore anche il 4 a 0 del 1999, la partita, penultima del campionato, in cui abbiamo superato la Lazie bloccata dai viola. Mi ricordo tutto lo stadio pieno (e pieno allora voleva dire PIENO) a partita abbondantemente finita ad aspettare la fine a Firenze e io che la sera stessa mi cappotto con il mio Kawasaki Z 500 del 1981 sul pavè di Beatrice d’Este, che a Perugia poi una settimana dopo ci sono andato con i punti nel ginocchio, lì fermo con la stampella come Enrico Toti mentre fuori succedeva il Far West. Ah, che bei tempi.

Lo so, sembro un pensionato che guarda i lavori in corso della Linea 5 in Piazzale Esquilino. Ma del resto ormai campiamo di ricordi, come si fa quando si vive una sospensione dalla realtà. Perché questo è quello che siamo adesso. Staccati dalla realtà: con un allenatore a cui tutti umanamente vogliono bene ma disperatamente inadeguato, una rosa modesta, rattoppata, messa insieme senza alcuna logica, una società che nega sdegnata ogni eventuale trattativa per rilevare la maggioranza del club, come se avesse senso continuare così, con sempre meno gente allo stadio, giocando stagioni sempre più mediocri, buttate via, senza prospettiva, senza un minimo di ambizione.

 

Essere messi sotto dall’Empoli, una squadra messa in campo bene, che corre, che sa cosa fare, che ha un senso, è davvero umiliante per tutto quello che il Milan rappresenta per tutti noi. Perché purtroppo c’era davvero più dignità e cacciavitismo in quella squadra tragica e disgraziata che è precipitata in B nel 1982 che in quella pallida fotocopia della nostra identità che vagava per il campo Domenica a mezzogiorno.

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