Cronache del dopobomba 12. Milan-Udinese

Che amore meraviglioso, ottuso e fesso quello per il calcio. Escludiamo quelli presenti allo stadio sempre e comunque, a prescindere che in campo ci sia Thiago Silvia o Acerbi*, una genia associabile ai giapponesi che vivevano nella giungla nutrendosi di bacche e di licheni, convinti che la seconda guerra mondiale non fosse ancora finita. Loro, cioè noi, perché mi ci metto anch’io da capo a piedi, accolgono quello che succede col fatalismo di chi sa che tanto fra dieci anni saranno ancora qua, magari con la copertina di pile sulle ginocchia e gli aneddoti sulle fantasiose diagonali difensive di Mexes.

Ma per tutti gli altri l’arrivo di Balotelli è paragonabile alla scoperta del Santo Graal su uno scaffale di Mondo Convenienza. La gente assiepata fuori da Giannino per vederlo arrivare con Cravatta Gialla (ma si può), le magliette che vanno a ruba su internet, i siti che saltano per troppi contatti. E tu dici, eh magari stasera andiamo un po’ prima che ci sarà casino, e quindi calcoli che invece di entrare a S.Siro per le 20 e 40, sarà meglio anticipare di brutto, tipo le 20 e 35, che non si sa mai. E invece alla fine siamo sempre i soliti quattro, con una modestissima aggiunta. Diciamo che siamo in cinque. Che il popolo rossonero è entusiasta, ma mica scemo, e come S.Tommaso prima di credere, deve vedere.


Pronti via e il popolo vede subito. Passano 38 secondi, Balo ne salta due e mette un diagonale che a momenti entra.
E tutti dicono. Sti cazzi!

Sei a casa, ora

In questo, voglio essere chiaro, sposo la linea del blog su cui mi onoro di scrivere, come il più grigio impiegato sovietico farebbe con un editoriale della Pravda negli anni 50. Comprare Balotelli non è stato giusto: di più.
Non tanto per l’età, la prospettiva ecc ecc, ma perchè ha dato un po’ d’autostima ad un ambiente mortificato dalla campagna acquisti più suicida a memoria d’uomo e soprattutto, finalmente, dà la sensazione che in campo ci sia qualcuno di peso, di personalità. Un campione, insomma. Quello che del buon Pazzini, non me ne voglia, non si può proprio dire.

Non solo. Aggiungerei un altro motivo non secondario. Avete amici interisti? Su, non vergognatevi. Capita a tutti. Beh, in questi giorni avevano due spettri davanti agli occhi. Pirlo e Seedorf. Si erano detti: jamais. Mai più. E invece, spiace. Ooops, we did it again.

E mettiamoci anche lui, dai. (scusate i colori molto brutti)

Anche se non l’abbiamo preso direttamente da loro, è come se l’avessimo preso da loro. Cresciuto nelle loro giovanili. Ha solo 22 anni e ce lo ritroviamo noi in rosa. C’est la vie. Personalmente, aggiungo, spero arrivi anche Santon (ieri, doppio assist nel Newcastle che ha steso il Chelsea).

Comunque. Passa meno di mezz’ora e il Faraone mette una palla che Super Mario spara dentro; pochi minuti dopo con una volè al sette rischia di far venire giù San Siro, che si spella le mani come non accadeva da mo’. La squadra gira. Montolivo recupera e imposta, Constant salta l’uomo e scende sul fondo, Flamini mena e pressa (ragionar calcio no, che proprio non ci riesce), il Faraone è veramente ovunque. Niang, parliamone, gioca con la sicurezza di chi sa che il posto non può che appartenergli (e c’ha ragione) e fa cose difficilissime con la semplicità di un veterano di soli 18 (diciotto) anni. Tutto troppo bello. Non ci siamo più abituati. Oltrettutto nella giornata perfetta, in cui le merde sono riuscite a prenderne tre-dico-tre dal Siena, la Lazie ha perso al 95mo col Genoa e l’Italia ha battutto gli odiosissimi francesi nel debutto del SeiNazioni. Che volere di più oggettivamente?

Ve lo dico io: un centrale degno di questo nome.

Perché dopo 60 minuti di assoluto nulla, l’Udinese imbrocca una cazzata dei nostri e ci piazza il pareggino più bugiardo della storia.
Sbandiamo e S.Siro mugugna, pensando che oltrettutto le simpatiche zebrette friulane ci portano notoriamente sfiga, con due pareggi interni negli ultimi due anni (ricordate il 4 a 4 dell’anno dello scudo e il primo gol col Milan di El Shaarawy l’anno scorso?), e che quest’anno oltretutto in casa non abbiamo ancora fatto una X che sia una. O vittorie o sconfitte (già quattro, per altro).

Carichiamo a testa bassa, e gli ingressi, sostanzialmente inutili, di Bojan e Robinho trasformano gli ultimi minuti nell’assedio a Fort Apache. La traversa di Niang sembra dirci che il destino ci è avverso e che l’occasione d’oro è stata sprecata. E invece. Quando ormai sembra finita l’arbitro ci regala un rigore davvero imbarazzante. E dire che se proprio doveva fischiarne uno inventato, si prestava molto di più quello poco prima per una trattenuta plateale di Domizzi su Balotelli in piena area.
Mentre quelli dell’Udinese cercano (giustamente, viene da dire) di fare la pelle a Valeri, SuperMario giochicchia col pallone fra le mani, impassibile come una mucca indù sulla riva del Gange – e poi lo scaraventa in porta, battendo un penalty fondamentale con una sicumera che sfiora l’incoscienza. Rincorsa, stop, portiere da una parte, palla dall’altra, braccia aperte a croce come esultanza e tre punti a casa. Questo ragazzo sarà matto come un cavallo, ma ha anche due palle così.
Tornando a casa si sprecano le ironie su come il rigore sia perfettamente allineato con la campagna elettorale del nostro Presidente dal palato fine, quello che non gradisce le mele marce. Viene da dire allora che conveniva che le elezioni fossero un anno fa. Magari così il gol di Muntari ce lo davano. Era solo dentro di un metro, del resto.

* (oh, Acerbi se n’è andato. Diceva che da noi non stava bene. Poverino.

“Vedi? Questo è un piede”

Pensa noi con te in campo invece che bei momenti abbiamo passato. E avevi la 13, la tredici! Finalmente possiamo dirtelo: ma come cazzo ti eri permesso?)

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