Big Takeover, cap. XIX: Milan-Napule 0-0

Era più o meno il 40esimo, avevamo battuto qualcosa come quattro calci l’angolo consecutivi, quel giaguaro inferocito dell’Andreina Silva era arrivato in pelo in  ritardo su una bella palla ad entrare a centro area. Insomma, eravamo vivi, tignosi, attenti e mi sono detto: “Fino a qui tutto bene”.

Del resto, per essere una squadra che sta lottando per lo scudo e che rischia di perdere l’ultimo treno per stare dietro ai gobbi, non è che i Pulcinellas avessero proprio fatto l’assedio. Tutto un titic-titoc fra la miriade di nani che hanno da centrocampo in su. Se la passavano e se la ridavano, ma in modo abbastanza meccanico, rassegnato, un po’ spento, come se gli toccasse farlo, tanto che non è che di grosse spaventi ne avessimo presi, anzi, c’era stata la classica palla su cui Kalinic aveva fatto pochino (sì ma basta fischiarlo, occhei? Ormai il campionato è quasi finito, non serve a nulla), un paio di tiri da fuori niente male, qualche bella ripartenza. Insomma, una bella prova dei ragazzi, cazzuta, convinta, di gambe e di testa, dopo due partite un po’ faticose ed involute come contro le Merde e il Sassuolo. Ed è stato lì, quando l’omino a bordo campo ha alzato la lavagna luminosa con su un bel 3 (intesi come minuti di recupero), che io mi sono detto ancora: “Fino a qui tutto bene”.

Che poi che potesse andare bene ho iniziato a pensarlo fin da subito, quando mi sono visto due leggende come Ruud e Pietro Paolo in mezzo al campo a ricevere l’applauso di tutto lo stadio. Ammetto, mi è scesa la lacrimuccia pensando ai tempi d’oro e a tutto quello che hanno rappresentato per noi, tanto che avrei voluto scendere e scavalcare la balaustra per abbracciarli.

Ma perché rischiare un DASPO, dico io. In fin dei conti Ruud non so dove stia, forse fra Amsterdam, Londra e Milano, invece per incontrare Pietro Paolo basta andare nel suo minuscolo ma carinissimo ristorante in Piero Dalla Francesca. Ora, potrebbe sembrare pubblicità occulta, invece è proprio esplicita. Cioè, volete mettere? Ti siedi e te lo trovi lì con la barba bianca che ti consiglia il vino mentre lo guardi con aria adorante. Io ci sono stato con i miei soci in una calda serata della scorsa estate, abbiamo resistito giusto il tempo degli antipasti e poi abbiamo iniziato a bombardarlo di domande, come penso faccia il 90% dei clienti.

In questo modo ho scoperto che Pietropaolo non solo era una faina dell’area di rigore, ma è pure uomo di grande humour e sagacia. Quella sera, guardando la copertina del libro che noi Comunquemilanisti abbiamo avuto l’onore di scrivere (e che tutti voi sicuramente avete sul comodino per leggerne dei passi scelti prima andare di dormire, VERO?), ci ha raccontato com’era nato QUEL gol di Hateley, di come il cross l’avesse fatto proprio lui (certo che lo sapevamo di già PP, ma ti pare?) perché il Milan aveva appena recuperato una palla in uscita e per questo lui si era trovato nell’inedita posizione di ala, pronto a scartabellarla in mezzo per il 2-1 di Attila mentre Fulvio l’infame arrancava (inutilmente) per tornare.

PP invece aveva messo il 2-1 in quella specie di tempesta perfetta che è stato il 4-1 contro i Pulcinellas l’anno dello scudo di Sacchi. Ora, va detto, il gemellaggio c’era ancora e per lealtà la stragrande maggioranza si tratteneva, ma molti erano girati a fischiare selvaggiamente durante il giro di campo comune. Io ero teenager e stavo schiscio, ma con tutto l’infinito rispetto per i nostri Padri, mi chiedevo già allora come potessimo essere amici di gente che nell’1982 era a braccetto con i genoani che festeggiavano un gol come quello di Faccenda, una roba che se capitasse adesso altro che Var, bisognerebbe chiamare i caschi Blu dell’ONU. I Pulcinellas nel 1988 erano precisi come nei film di Nino D’Angelo, cioè variopinti, rumorosi e pittoreschi. In realtà già allora c’era gente tosta, ma in mezzo ai soci di Palummella si confondevano. Col tempo hanno decisamente ridotto la componente folkoristica, limitandola agli occasionali da tuta in acetato e cappello con i sonagli. Domenica quelli seri se ne stavano sopra, a lanciare cori arrabbiati contro De Laurentiis e Gigio, colpevole del grave reato di essere nato a quelle latitudini senza aver O’ Ciuccio nel cuore. Ma anche loro si stavano spegnendo, mentre lo 0 a 0 scivolava lentamente oltre al recupero. E allora ho pensato: è davvero il caso di dirlo. Fino a qui tutto bene.

Però poi, mentre eravamo tutti già in piedi ad aspettare il fischio, ecco che rinviamo alla disperata. Uno loro (Allan?) la stoppa in un modo che per tutti a S.Siro, nessuno escluso tranne l’arbitro, è con il braccio. Non c’è tempo di incazzarsi perché la allarga al lato, dove Giorgino la mette di giustezza per Insigne. Di testa (fa ridere ma è così) fa sponda in mezzo per uno loro, che Musacchio, finora preciso come un cantoniere svizzero, ha lasciato totalmente da solo. E io ancora mi dico.

Fino a qui tutto bene.

Solo che il ‘Fino a qui’ si materializza ai miei occhi sbarrati nelle sembianze di Milik, che da quattro metri la spara all’angolo basso, dove davvero osano solo le aquile. E’ il 94esimo minuto di una partita giocata bene e ragionevolmente stiamo per prendere un gol irrecuperabile e francamente immeritato. Vorrei scrivere che vedo il tiro al rallentatore ecc, ecc. Invece si svolge tutto in mezzo secondo, come in una specie di coreografia di nuoto sincronizzato ai Giochi della Gioventù in Corea del Nord.

La palla parte e immediatamente vedo Donnarumma già a terra che la devia in un modo totalmente inspiegabile, tipo che ci metto un attimo a realizzare che cosa mostruosa ha fatto. Gigio si rialza ed esulta come se un gol l’avesse segnato lui, e ne ha tutto il diritto. Non so come abbia fatto, come abbia capito in una frazione di secondo che la palla sarebbe arrivata lì, ma così è stato. Ma il punto è che pensarlo e basta non sarebbe stato nemmeno sufficiente. Soprattutto, non capisco come ci sia arrivato, lui lungo due metri, lì in quell’angolo in basso, in zero secondi netti.

Si è buttato e basta, e l’ha presa. E allora mi sono ricordato. Fino a qui tutto bene. Perché il problema non è mai la caduta, ma l’atterraggio.

 

 

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