Giornataccia

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La mattina del 14 dicembre 2006 – una mattina fredda e grigia – i cancelli del carcere torinese delle Vallette si aprirono e ne uscì Simone Barbaglia, trent’anni, una vita affogata nel fallimento ancora prima che iniziasse. Questa è la storia sua e del ragazzo cui aveva tolto di colpo la vita quasi dodici anni prima, una domenica pomeriggio che c’era Genoa-Milan.

La mattina del 29 gennaio 1995 – una mattina fredda e grigia – Simone Barbaglia, diciotto anni, esce di casa per andare a prendere il treno delle 11:05 che lo porterà da Milano a Genova. Abita in via Primaticcio 217, un palazzo di otto piani all’incrocio con via delle Forze Armate. Vive con la mamma Manuela e il patrigno Norberto che gli hanno dato un fratellino, Diego, di undici mesi. Ha lasciato a metà l’istituto tecnico e ora fa l’apprendista giardiniere; ha un fisico minuto e alla visita militare l’hanno riformato per un qualche sintomo depressivo. Non fuma e non beve. Indossa un giaccone verde scuro marca Barbour e si porta dietro un coltello a farfalla, di quelli con il manico che si apre in due e si chiude su una lama di undici centimetri. Gliel’ha prestato il suo amico Matteo, che nonostante abbia ancora 17 anni vanta già una discreta collezione privata di lame. Simone avrebbe voluto comprarsene uno tutto suo, ma tre giorni prima la puntata al negozio di caccia e pesca in via Pisanello è andata a vuoto: il negoziante gli ha detto “Noi non trattiamo questo genere di articoli” e quindi bòn, tanti saluti.

La mattina del 29 gennaio 1995 Vincenzo Spagnolo, venticinque anni, per gli amici “Claudio” o “Spagna”, si sveglia a metà mattinata e se la prende comoda. Abita a Genova in via Digione, zona San Teodoro, quartiere popolare vicino al porto. Vive con il papà Cosimo, la mamma Calogera e le sorelle Maria Grazia e Romina, ma fino al mese prima ha lavorato in Sardegna come agente immobiliare per conto di un parente. Grande e grosso, gioviale, appassionato di musica ska, frequenta il centro sociale Zapata e con i suoi amici ama andare allo stadio a vedere il Genoa, specialmente oggi che arriva il Milan che a Marassi se la vede sempre brutta, visto che non vince da 13 anni. Poco prima dell’una esce di casa. Lo incontra un vicino: “Dove vai?“. “Allo stadio, speriamo di non prenderle“.

Simone Barbaglia sale sull’Intercity e incontra i suoi amici di curva, compreso Matteo. Si riconoscono tra di loro perché indossano tutti lo stesso giaccone della stessa marca e infatti sono “quelli del Barbour”. Sono un piccolo gruppetto all’interno di un gruppetto un po’ più grande, le Brigate Rossonere 2, che a sua volta è una costola distaccata delle Brigate Rossonere originali e in tutto sono una quarantina di persone. Non è dato sapere la dinamica di questo distacco: c’è chi dice che se ne siano andati loro, c’è chi dice che le Brigate li abbiano emarginati per colpa di qualche capetto piuttosto rissoso e fumantino. L’idolo di Simone, l’uomo da cui sogna di essere notato e preso in simpatia, non è Maldini né Franco Baresi, bensì il capo delle Brigate 2: si chiama Carlo Giacominelli, ha trentun anni, è laureato in economia e commercio e – per la sua abilità e precisione di coltello – è soprannominato il Chirurgo. Mentre tutti i gruppi principali del tifo rossonero sono partiti con il treno speciale delle 10, quello scortato dalla polizia, le Brigate 2 sono partite “in borghese” un’ora dopo. Tre giorni prima hanno deciso a tavolino il piano del colpo grosso che li farà diventare rispettabili agli occhi della curva Sud: arriveranno inosservati a Brignole e percorreranno a piedi i 1500 metri che separano la stazione da Marassi, possibilmente devastando tutto ciò che trovano di rossoblù lungo il tragitto e – gran finale – sfilando sotto la Gradinata Nord genoana. Lì probabilmente scatterà la colluttazione e arriveranno i tanto attesi “tagli”, i colpi di coltello da sferrare (e possibilmente non ricevere) in punti non vitali (glutei, gambe, ginocchia…) per essere promossi sul campo come nuovo gruppo emergente della curva.

Il treno arriva puntuale alle 13:15. Simone è uno dei tanti, senz’altre qualità rilevanti che non siano l’entusiasmo di poter recitare da protagonista in una scorribanda del genere. A tirare le fila della spedizione sono i Brasati, la fazione più attiva all’interno delle Brigate 2: c’erano loro anche dietro all’agguato che era costato la vita al 19enne tifoso romanista Antonio De Falchi il 4 giugno 1989. Tutto procede come da copione anche se la voglia di fare un po’ tracima: un ragazzo di passaggio viene ferito alla testa con una cinghiata, forse viene anche danneggiata la sede di un Genoa Club. Arrivano davanti al Ferraris che la voce si è già sparsa e gli ultrà genoani sono molti più del previsto. Parte la prima carica genoana, i milanisti arretrano e finiscono in una specie d’imbuto, quando quelli delle file davanti decidono di sguainare i coltelli e ordinano un’improvvisa inversione di marcia: all’attacco. Simone è in fondo al gruppo e si ritrova di colpo lancia in resta davanti a tutti. Non c’è tempo per pensare. I genoani sono a mani vuote ma Vincenzo Spagnolo è grande e grosso e ritiene di poter mangiarsi in un boccone il piccolo Simone; gli si lancia addosso per disarmarlo e riceve una fortissima coltellata allo stomaco, che gli squarcia l’addome e lo fa crollare a terra privo di sensi. Subito scappano tutti.

All’interno del settore ospiti, occupato da 923 tifosi milanisti, la notizia arriva in ritardo. Si è saputo degli scontri e partono i cori di rito: “Solo dei tagli, avete solo dei tagli“. Poi più macabri: “Uno di meno, voi siete uno di meno“. Si riferiscono al ricovero in ospedale, il peggio non è ancora contemplato. Ma Vincenzo Spagnolo muore sull’ambulanza a metà primo tempo e pochi minuti dopo dalla Gradinata Nord sale il coro che gela il sangue: “Assassini, assassini“. Non c’è tempo per pensare. Viene messa in piedi una specie di unità di crisi: quelli delle Brigate 2 mischiano i vestiti e i biglietti del treno per depistare le procedure di identificazione; Simone nasconde il coltello insanguinato in una scatola di cartone in un angolo del settore ospiti e scambia il suo Barbour verde con quello blu del suo amico Christian Corsin, 19 anni.

La curva del Genoa è imbestialita e impedisce ai giocatori di iniziare il secondo tempo; contemporaneamente i tifosi rossoblù coltivano l’insano proposito di sfondare le vetrate divisorie e invadere il settore ospite, ma fortunatamente il plexiglas regge. Sono immagini terribili e sconfortanti che la tv manda in diretta su Rai3 con Quelli che il calcio che decide di interrompere la trasmissione: i secondi tempi verranno seguiti con le sole voci dei radiocronisti di Tutto il Calcio Minuto per Minuto a fare da sottofondo a uno studio vuoto. Al colmo dell’isteria, gli ultrà genoani si impadroniscono di un idrante impazzito e sparano acqua a caso sugli spalti che vanno via via svuotandosi. Non potendo sfogarsi all’interno dello stadio, il caos dilaga fuori con la polizia che assiste inerme, inadeguata a far fronte a una sequenza impressionante di roghi, cariche e controcariche. Arriva perfino il sindaco Sansa col megafono, niente da fare. La guerriglia termina a tarda sera, più per stanchezza e frustrazione che per una qualche soddisfazione personale.

Insieme a tutti gli altri tifosi del Milan barricati a Marassi, Simone esce dallo stadio a mezzanotte inoltrata, con tutti gli organi del corpo scollegati dal cervello. Come tutti anche lui è stato fotografato e identificato, ma probabilmente non se n’è neanche accorto. Con loro riparte a notte fonda in autobus, debitamente scortati dalla polizia. Arriva a Milano all’alba e sta per pigiare il tasto “Barbaglia” sul citofono del palazzo di via Primaticcio, quando arrivano i carabinieri. I suoi genitori naturalmente hanno saputo cos’è successo, ma conosceranno l’identità dell’assassino solamente dal telegiornale dell’una e mezza. L’interrogatorio va via veloce, dopo un’ora Simone crolla e gli indica dove ha nascosto il coltello. Carcere a Chiavari, processo di primo grado, prima condanna, prima scarcerazione, seconda condanna, condanna definitiva: il 2 ottobre 2001 la Cassazione gli infligge 14 anni e 8 mesi. Tanto tempo per pensare, finalmente, per esempio a quello che c’è scritto nella sentenza: “Barbaglia agì sulla spinta di una miscela esplosiva di odio, rancore, rabbia e paura. Vincenzo Spagnolo avanzava verso il milanista a mani nude. Non si buttò sul coltello ostentato dall’avversario: fu Barbaglia a sferrare una decisa e violenta coltellata al tronco della vittima“. Tra indulto, benefici vari e sconti di pena per buona condotta, esce dal carcere a fine 2006. Adesso ha 36 anni ed è un uomo libero, se libere si possono definire una mente e un’anima tormentate da un fantasma giovane, grande, grosso e molto rumoroso.

Perché Savicevic non stava giocando?“, gli chiese al primo interrogatorio il pubblico ministero Massimo Terrile, casualmente anche lui milanista. “Ehm, era infortunato?“. “Sbagliato, era squalificato“. Si dice che molti ragazzi vedano il calcio, la fede sportiva e la curva come rifugio da una vita triste e squallidamente vuota. Ma forse Simone Barbaglia non era neanche milanista.

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