L’INCROCIO DI SAN SIRO – 2×02 Calcio d’estate e sensi di colpa

(di Federico Dask)

Raga, dovete scusarmi perché ho peccato, e forse un pochino di responsabilità su questo amaro 1-1 potrei averla anche io. Chi mi conosce sa che da qualche tempo sono appollaiato in una semi-nota località delle nostre belle Alpi a fare finta di essere una persona sportiva che mangia le vellutate e mette i leggings tecnici senza mutande, effetto Air Vigorsol sulla zona pelvica incluso. Dovete sapere che in questo idilliaco contesto da cartolina esiste un posto dove il tempo sembra essersi fermato: una locanda dell’oltreverso, gestita da una coppia di fratelli che potrebbero tranquillamente essere stati partoriti da Quentin Tarantino. Gente che si lancia i bicchieri o si prende a sediate durante il servizio o che prende le ordinazioni smascellando e bestemmiando per l’orrore dei turisti e il ludibrio di chi gli vuole bene da tutta la vita. Robe così, gente di su.

Questo luogo ameno, dove a volte ci si chiede se la follia che lo pervade non sia tutta una simulazione artificiale come Matrix, per qualche motivo è l’unico dove si può vedere la Serie A in tutta la valle. E qui arriviamo al punto: porta una sfiga eccezionale. L’ultima partita che ci avevo visto – giurando di non farlo mai più – era stato quel famoso Udinese-Milan, la prima del Maestro Giampaolo, dove l’esaltazione di chi pensava di poter finalmente vedere del bel giuoco – per dirla alla Berlusconi – si inabissò in una fossa delle Marianne di nichilismo, retro-passaggi e Rodrigo Becao che sembrava lo squalo Jordan sulle palle alte.

Direte voi: ma perché hai dovuto sfidare la sorte in questo modo tanto sfacciato, oltretutto in una partita così complessa come Atalanta away? La mia risposta: perché il segnale di DAZN ultimamente è affidabile quanto la tenuta fisica di Cassano all’Hellas Verona, i biglietti in tribuna a Bergamo costavano più del nostro mini-abbonamento Champions e non volevo rischiare di perdermi la partita. Inutile dire che quando ho visto il prode Pierino – Ultimo Imperatore difensivo del nostro cuore – alzare la traiettoria del tiro di Malinovskyi quel tanto che bastava per evitare le sicure manone del buon magico Mike, il peso del senso di colpa mi ha preso alle spalle come un Vietcong nella nebbia della foresta tropicale e mi ha tagliato la carotide con algida sicurezza.

In generale è stata una notte quanto mai da calcio d’estate, con ritmi mai troppo esaltanti e tante dinamiche tattiche ancora da trovare, specialmente per i nuovi acquisti che – con qualche breve lampo a fare da eccezione – sono sembrati ancora molto fuori dagli schemi e non particolarmente arzilli. Certo, quella palletta di Charles per l’inserimento di Sandrino credo abbia fatto smottare diversi inguini in rosso e nero, stesso discorso per quella finta di Origi ad andare sul sinistro per farci urlare fino a notte fonda prima che Djimsiti decidesse di compromettere la propria futura mobilità per salvare le coronarie di tutte le Orobie. E poi Isma, era dappertutto. Se lo sarà sognato pure il magazziniere dell’Atalanta stanotte.

Fra le nostre file sento molto rammarico, si parla molto di due punti buttati. E in effetti, dopo tanti anni in cui si andava a Bergamo con la stessa strizza di una gazzella che va a bere in una pozza nel Serengeti, quest’anno abbiamo confermato la sensazione di non aver più alcun timore reverenziale figlio di quel bruttissimo pomeriggio pre-natalizio di qualche anno fa (che poi se guardi è anche l’unica volta che abbiamo perso a Bergamo negli ultimi anni, ma tant’è). Voglio andare controcorrente e dire che questo punticino estivo invece me lo prendo volentieri, in primis per gli sciagurati motivi di cui nell’incipit, e poi perché aiuterà a diventare più cinici e (si spera) saprà ribadire alla proprietà i soliti, allarmanti deficit tattici: vogliamo davvero fare un’altra stagione con questa fascia destra e questi pochissimi chili in mezzo al campo? Rimaniamo fiduciosi e ci vediamo sabato a San Siro, sperando che la buona sorte torni a sorriderci e il tempo riprenda a scorrere.

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