Starmen. Di uomini, e una stella – Cap. II: De Vecchi Walter, avvocato

C’era confusione. Tanta. Una specie di vibrazione sotto un cielo color Lambro, inteso proprio come il Lambro di quei tempi: nè grigio nè marrone, solo orrendo.
Alto un metro e un barattolo, pure nei distinti era difficile capire, vedere alzando il più possibile la testolina. Il solo colore ben distinto – dai distinti – era il solito, il granata prodotto dal mix delle striscine rosse e nere indistinguibili, corredato da pantaloncini chiazzati da una melma che andava ben oltre quella vera, prodotta dalla pioggia di un marzo ancora marzo a tutti gli effetti. Perché l’altro colore distinguibile era quello dell’Inter, che a dieci minuti dalla fine vinceva due a minga.

E si era permessa il lusso di sbagliare anche il rigore, parato prodigiosamente da San Ricky ad Altobelli. Che pure aveva segnato, così come Oriali, il solito maledetto Oriali.
Però, su una punizione a due spuria, su assist di Fabio Capello, aveva fatto gol anche il Milan con Walter De Vecchi, 24enne di Bresso (MI). Lo chiamavano l’Avvocato, sul Guerino, sulla Gazzetta, sugli spalti, perché studente in legge.
E a un certo punto nel mezzo del bradisismo sansiriano e con la sensazione netta che il tempo stesse per scadere, dall’altra curva si intuì che la palla ballonzolava davanti all’area dell’Inter. Capello lo servì di nuovo. E De Vecchi ci provò ancora.

«Perché ero in fiducia, succede sempre quando segni un gol da fuori area. E allora non ci pensi, è tutto istinto, tiri e basta». Il Paròn appena dipartito, probabilmente, stava guardando. La palla schizzò sul terreno viscido, Bordon la guardò sfilare come incredulo, senza manco tuffarsi, alla Handanovic. Ma come gol? 2-2.
«Successe il finimondo».

Nei distinti, dove il metro e il barattolo e lo status da quinta elementare non impedirono di accompagnare la gioia a un gesto dell’ombrello. A sua volta accompagnato più che comprensibilmente dall’immediata ceffa sul capo da parte del genitore interista, che oltre alla beffa aveva già subìto il danno di un mezzo stipendio devoluto alla causa del figlio degenere. E in campo, dove il misurato, elegante Walter partì verso la sua metà campo come un cavallo brado e imbizzarrito, dove – forse proprio per questo – venne placcato da uno non a caso: «Albertosi mi venne incontro e mi fermò, arrivarono tutti gli altri. E quindi il gioco si poteva anche riprendere, a quel punto. Fu Bigon a urlarci di rimetterci a posto, quelli stavano per battere sul serio».

Ma non lo fecero, e poco dopo Agnolin mise fine alla lotta nel fango, e nel giulebbe della minoranza milanista (erano in casa loro), l’unico a stortare le labbra fu Nils Liedholm, e ti pareva. «Fu incredibile. Mi dissero anche quelli della panchina che appena dopo il mio gol, si rammaricò ad alta voce che la partita fosse finita. “Peccato davvero, ancora 5 minuti e vincevamo noi”, lo ripeté anche a me dopo».
Incredibile perché per certi versi, il copione era stato quello visto anche nel recente infausto derby di ritorno del 2019, Milan quasi sempre spalle a terra, Inter sul groppone del match, la rincorsa perenne resa più ardua dall’affanno, dalla posta in gioco. Vabbé, là l’Associazione si stava giocando la Stella, non il terzo o quarto posto.

«L’altra sera c’ero anch’io allo stadio, per un momento ho pensato se fosse lo stesso giorno del mio derby, onestamente non ricordavo fosse il 18. Per noi era il momento più difficile, avevamo un sacco di infortunati, l’Inter si stava riavvicinando. Per 60-70 minuti la partita la fecero loro, poi è finita come è finita».
Con il titolo cubitale “Il miracolo di De Vecchi” il giorno dopo sulla Rosea. Con il tradizionale affresco di Beppe Viola alla Domenica Sportiva: “L’Avvocato del Diavolo fa meglio di Perry Mason e vince una causa persa”. Con quelle due magnifiche, fondamentali lecche che rimangono per sempre. E che tuttavia rischiano di cancellare tutto il resto, che non è poco. «Sono stato un centrocampista da 50 reti in carriera, 25 nella sola Serie A. Però, quelle due ti fanno ricordare negli anni, è il tempo a farti capire quanto certi gol siano importanti». E certe annate, e certi scudetti, specie se per te è l’unico.

«Per me è un orgoglio avere fatto parte di quella squadra, essere uno della Stella. Ero cresciuto in rossonero come un sacco di altri compagni: Collovati, Baresi, Maldera, Sartori, Boldini, Minoia. E tutti i Milan costruiti sul vivaio sono stati grandi. Fu una stagione meravigliosa, il capolavoro del grandissimo Liedholm che mise insieme questa squadra in cui il povero Chiodi non segnava, ma faceva il finto centravanti muovendosi e lasciando spazi a tutti noi che ci infilavamo a turno. Bigon 12 gol, Maldera 9, io 5, e poi Buriani, Novellino, Antonelli. E dietro un fenomeno di 18 anni. Un fenomeno. Il mondo lo ha poi scoperto con Sacchi, grandissimo leader della difesa più forte di sempre. Ma in quel primo anno Franco Baresi fu stupefacente, lo vedevi chiudere e ripartire come un ufo saltando 3 o 4 avversari, riportando palla in attacco in un amen. Mi ricordo i complimenti del dottor Monti, che lo adorava: Piscinìn, te sè un campiùn, te sè un campiùn. E poi Rivera. Quasi sempre infortunato, un capitano non giocatore. Ma i numeri e le giocate che faceva in allenamento lasciavano ancora a bocca aperta».

Eh già. Ma a bocca aperta rimasero tutti, quel pomeriggio color Lambro. I dirimpettai, dallo stupore. Noi, causa urla di isterica gioia. Enrico Ameri, che raccontò tutto in diretta e non sbagliò nemmeno il nome del marcatore: “De Vecchi, ha segnato ancora De Vecchi, che ora è abbracciato da Albertosi a metà campo…”
“Albertosi para, De Vecchi spara!”, fu la memorabile copertina di Forza Milan! (ancora con l’esclamativo – sospiro). Già. Albertosi para, ha parato tutto quell’anno. Toccherà parlarne: tanto, e bene.

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