L’incrocio di San Siro – Lecce-Milan ovvero: IO NON CI STO!

(di Federico Dask)
Lo ammetto: per un attimo questa volta ho pensato di saltare un giro e non scrivere proprio niente. Non tanto per il risultato deludente – dai, dopo quasi dieci anni di una mediocrità quasi ammirevole, un paio di prestazioni loffie le posso digerirle come un banale brodo di pollo. No, amici in rosso e nero. La verità è che sono svuotato e amareggiato dalla quantitá eccessiva di veleno che continuo a leggere fra i nostri ranghi nei confronti di una squadra e una società che meno di un anno fa scucivano letteralmente lo Scudetto dal petto agli odiati concittadini e che non più di due mesi fa passavano il turno in Champions con merito. Entrambe ricorrenze che non si verificavano da grosso modo una decade, non so se rendo l’idea. La stessa squadra che ha rifilato tre pappine all’Inter e due alla Juve in questa stessa stagione. Quella che neanche una settimana fa, fino a due minuti dalla fine stava sbriciolando la Roma come se fosse uno Spezia qualunque.
Ma vi ricordate con che spavalderia venivano le squadre a San Siro fino a qualche tempo fa? Vi ricordate che gente abbiamo avuto in campo e fuori per anni che sono sembrati Ere geologiche? Vi ricordate che strazio era andare a San Siro per stagioni intere senza altro motivo che la voglia di stringersi un po’ l’uno all’altro e tenersi per mano in quei giorni tristi come recitava un noto testo sacro? E qua invece ogni volta tocca leggere gente che mette in croce tutto e tutti da secondi in classifica, con una delle rose più giovani e talentuose della Serie A e una società che finalmente sembra aver imboccato una via sostenibile economicamente e allo stesso tempo fruttifera in ambito sportivo.
Mi dispiace amici, ma come disse una nota carica istituzionale d’altri tempi “A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci, e di dare l’allarme.” E mi dispiace ancor di più perchè avrei tanto voluto raccontarvi di una vecchia trasferta a Lecce dove il vino rosso, del vomito e un paio di scarpe di mio padre furono mirabolanti protagonisti. Che sarebbe comunque stato meglio della roba orrenda vista oggi in Salento. Invece sento il dovere di fermarmi e chiedere anche a voi di fare lo stesso, in modo da interrogarci sul fatto che forse (ma dico forse eh) non ci si sia abituati un po’ troppo in fretta a questa nuova Primavera milanista, dimenticando quanto sangue, sudore e lacrime ci siano passati nel mezzo. Occhio che è un attimo tornare a Brignoli di testa su calcio d’angolo come Zoff contro l’Inghilterra. E non fatemi riaprire il vaso di pandora dei cessi a pedali che ci è toccato tifare, mica che Constant si materializzi di nuovo sulla fascia in Supercoppa.

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