Io, tu e Wanda

(di Federico Dask)
Dai, adesso non fatemi quelle facce lì da sapientini: è vero, avevo detto che era finita mentre mi trascinavo a casa, dopo il Porto a San Siro, sotto una pioggia fitta e gelata come quella della nuvola di Fantozzi. Avevo peró anche detto che sarei andato a Madrid a prescindere da qualsiasi eventualità. Perché diciamocelo: anche quando non sembrano contare niente, queste atmosfere da mercoledì da leoni è meglio godersele finché siamo in ballo. Ed io così me la vivevo, mentre la data della partenza si avvicinava: andiamo a vedere un bello stadio, una cittá meravigliosa, e per puro caso gioca anche il Milan? Che fortuna!
Non biasimatemi per il maniavantismo: erano QUATTRO partite che andavo allo stadio convinto, sinceramente, di fare risultato. E per QUATTRO volte ero stato rispedito al mittente con punte di sadismo che avrebbero fatto impallidire anche Saw L’Enigmista. Perció un po’ di sana disillusione aiutava a placare i nervi. Detto questo – mentre con la mia ragazza passeggiavamo tra la folla di fronte al Wanda Metropolitano, leggendo che avremmo giocato con Krunic nel ruolo chiave di una partita che dovevamo per forza vincere – beh, quel piccolo, insignificante “T’immagini se…?” ce lo siamo concesso.
Per mantenere viva la tradizione del posto diverso a ogni partita – e perché no, anche del sadismo – stavolta abbiamo deciso di mischiarci al simpaticissimo (e per niente fumantino) pubblico dei Colchoneros.
“Mi raccomando, non accettiamo provocazioni e stiamo tranquilli. Tanto figurati se facciamo un gol.”
SPOILER ALERT: con notevole sforzo sono durato un tempo in mezzo alla gente, poi ci siamo andati a rifugiare nel vuoto assoluto delle ultime file di piccionaia, dove faceva talmente freddo ed eravamo talmente in alto che sembravamo Walter Bonatti e il suo sherpa all’addiaccio sotto la cima del K2. Oltretutto senza ossigeno supplementare.
Che poi, io dopo circa 25 minuti in cui il Milan faceva tutt’altro che rimpiangere le molte assenze, ero arrivato alla sconvolgente realizzazione che pure l’Atletico si giocava praticamente tutto stasera. Non so perché, fino a quel momento avevo vissuto in un universo distopico dove loro erano dei freddi boia pronti a decapitarci con algida indifferenza. Una mera formalità. E invece col cazzo, erano più contratti e nervosi che mai.
Ed ecco il maledetto tarlo che tornava a bussare all’orecchio.
“Possiamo vincerla, sai che possiamo…”
E man mano che i minuti passavano e loro perdevano palloni con la stessa frequenza con cui i loro tifosi protestavano per le decisioni arbitrali, questa sensazione che i pianeti stessero tornando ad allinearsi cominciava prepotentemente a prendere corpo fra le mie carni assiderate. Certo che i nostri cambi paragonati ai loro sembravano una sfida di Pioli a Simeone: vediamo quanta gente a caso riesco a mettere in campo prima che mi facciate gol.
E invece il gol non solo lo abbiamo fatto noi, ma l’ha pucciata Messias.
Di testa.
Su cross di Kessie. Da sinistra.
Sono quelle ricorrenze secolari tipo le eclissi solari, le Torri Gemelle o vincere il derby con una mezza rovesciata di Kaladze sotto la Nord: che voi foste testimoni diretti o meno, fra vent’anni vi emozionerete pensando al fatto che vi ricordate ancora con chi eravate e le sensazioni che avete provato.
Personalmente potró dire che ero con una ragazza che due mesi fa non era MAI entrata in uno stadio. E che in questo lasso di tempo ha fatto tamponi di ogni tipo, preso aerei, treni e auto a noleggio nei posti più disparati. Ha urlato, pianto, esultato, patito il caldo e il freddo, lasciato lo stadio camminando a un metro da terra o sbattendo i piedi e promettendo di non tornarci piu salvo poi esserci ancora la volta successiva. Perché alla fine della fiera, il tifo e l’amore condividono la capacità di prenderti per il cuore e non lasciarti più scampo. Anche e soprattutto quando fa male da morire, non vedi l’ora di fare un altro giro.
E dopo tutto questo penare, se c’era qualcuno che si meritava una notte di Champions come questa era proprio lei. E quando ci siamo abbracciati in silenzio (per non farci linciare) mentre la baraonda del settore ospiti era l’unico suono nel raggio di chilometri nella tundra madrilena – ho pensato che quel momento di sana follia milanista non avrei voluto condividerlo con nessun altro al mondo.

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