Terapia di gruppo – SAMPDORIA


RorschachAvete presente quei film in cui a un certo punto uno psichiatra mostra al matto di turno l’immagine di una gigantesca patonza, chiedendogli la prima parola che gli viene in mente? Una cosa del genere: se noi vi diciamo “SAMPDORIA”, voi cosa rispondete? Ecco “Terapia di Gruppo”, la nuova rubrica di ComunqueMilan: partecipate anche voi, gli interventi migliori finiranno dritti dritti nel post!

Sampdoria

CARAMBOLONE (di Giuseppe Pastore)
Il carambolone è appunto quello innescato dalla rovesciata disperata di Ganz che incocciò sulla mano di Castellini e ballonzolò incredibilmente in rete, al 95′ di un vecchio Milan-Sampdoria 3-2 del 1999 che si rivelò poi decisivo nella conquista dello scudetto di Zaccheroni (se ne parlava ad agosto anche qui). La lucidità dell’intero Milan in quel momento era pari a quella di Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”: figuratevi che nell’occasione il corner decisivo fu battuto da Ambrosini, per motivi che ancora mi sfuggono. A distanza di tanti anni, dopo altre centinaia e migliaia di partite sicuramente più divertenti e giocate meglio, considero quell’episodio come la summa di questo giuoco (cit.), nonché la partita di calcio più sofferta e alla fine illuminante di tutta la mia vita.

SABAUDIA (di Paolo Madeddu)
Da anni la mia prima associazione di idee col nome “Sampdoria” mi porta al primo sampdoriano che ho mai conosciuto nella vita. Di cognome faceva Sol**i e l’ho incontrato assieme al primo genoano, V**tti. Erano entrambi in caserma con me a Sabaudia. Il primo era neofascista e skinhead, il secondo non era apertamente comunista, ma stava da quelle parti lì. Tanto per confermare i cliché sulle tifoserie. Mi ricordo una discussione calcistica. All’epoca la Samp non aveva ancora vinto il suo primo scudetto – in compenso erano una forza emergente, ed erano i reucci incontrastati della Coppa Italia. “Oggi le squadre potenti non lasciano vincere quelle piccole: per questo io ho festeggiato quando lo scudetto lo ha vinto il Verona”, raccontava il blucerchiato a tutti noi marmittoni intenti ad annoiarci in camerata, un sabato pomeriggio. Poi rincarò la dose: “Gli scudetti del Genoa non contano niente! Io sulla mia bandiera non ho roba del milleottocento, solo roba nuova…”. Quando fece la prima pausa, il genoano osservò: “Bravo, allora mettici lo scudetto del Verona”.

FIGURINE (di David L. Lucardi)
1990, dopo sei anni nella ridente, è l’ANNO del trasferimento in Italia coi nonni. Tra un contatto con gli indigeni ed un’esplorazione della zona (“Nonno, ma che vuol dire quella scritta ‘Lega Nord’ verniciata sul muretto laggiù?”), una sera si cena con tutta la famiglia. Lo zio arriva con due regali: un pallone di cuoio (che non userò mai perché troppo duro per un bimbo, all’epoca si andava di SuperTele fino al giorno in cui spazzandolo a campanile non lo si facesse arrivare su Urano) ed il primo album di figurine (non Panini, uno di quelli che fallivano entro l’anno successivo). Ciò mi porta a seguire il mio primo campionato di calcio. Sul pulmino della scuola c’è una maggioranza dell’Inde, e sull’album mi segnano di più Tebaldo “Bellosguardo” Bigliardi e Costanzo Barcella, la Samp era solo un team con un nome del razzo con un mediano chiamato Fausto Pari ed un vecchio baffuto al suo fianco. 1991, dopo 34 giornate questa Sampdoria vince il suo primo Scudetto. Non ricordo se ci fosse stato un boom di effimeri sampdoriani tra i miei compagni di scuola, ma in ogni caso no, non sarei diventato sampdoriano, Vialli e Mancini mi stavano per qualche motivo sulle palle. Il loro proseguo di carriera ha ampiamente giustificato la cosa.

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