Terapia di gruppo – LAZIO

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DOPPIO PALO (di Giuseppe Pastore)
Una delle prime cose che mi viene in mente pensando alla Lazio è la celebre rimonta del Milan di Zaccheroni, ai danni di una squadra molto più forte di noi, che si accasciò per troppa paura, stanchezza e fortuna altrui a poche centinaia di metri dal traguardo. Ma forse non è la prima, perché prima ho confusi flash infantili di un vecchio album Panini dominati da un grande attaccante, Beppe Signori. Fu a lui che vidi riuscire per la prima volta un numero da circo, in un Lazio-Borussia Dortmund di coppa Uefa: gran sinistro, palo pieno, palla che ballonzola sulla linea di porta, colpisce l’altro palo e poi esce. Errore d’autore, un Gronchi Rosa riservato ai grandissimi; tante volte c’ho provato, non ci sono mai riuscito neanche per sbaglio.

RADIOLINA (di Samueltron)
La radiolina gialla di mio padre. La copertura dell’altoparlante dopo un paio di riparazioni di fortuna era venuta via definitivamente. Mi divertivo a osservare il movimento a ritmo di basso della chiamiamola cassa. Quella sera però non usciva musica dalla radiolina vintage. Quella sera Ganz prese una traversa. Bierhoff sbaglió l’impossibile. (Le successive immagini tv amplificarono maggiormente ciò che la mia immaginazione poté concepire) 2 brividi per 2 occasioni capitate a Salas. Per il resto solo noi. Gol annullato a Weah che esulto per un quarto d’ora prima di accorgersi del gioco fermo. Poi ancora Milan ma nulla. Siamo al 92′. Immaginate di ascoltare la radio. Weah mette una palla rasoterra da sinistra verso destra al limite dell’area. Leonardo tira… Cccccccccrrrrccchhhhhhccccccchhhcccr… Segnale perso? Radio rotta? Che succede? Scosto l’orecchio e osservo l’aggeggio elettronico in cerca di una risposta… Il ccccrreeecchhhhhhhrrcchh era l’esultanza di San Siro. Il Milan era in vantaggio. Aveva segnato Leonardo. Vincemmo 1-0. Vincemmo pure lo scudetto.

TRAUMA INFANTILE (di Gabriele Battaglia)
La Lazio è un trauma infantile che mi ha rivelato due cose: primo, il Milan mi avrebbe reso la vita impossibile; secondo, non avrei mai più ascoltato “90°minuto”. Stagione 1972-’73, quella che riuscimmo a buttare via solo grazie alla “fatal Verona”, Lazio-Milan 2-1: 5′ aut. Schnellinger, 35′ Chinaglia, 56′ Rivera, recitano le cronache. Il Milan attaccava disperato e io ricordo questa radiolina che veniva a turbare il torpore della domenica pomeriggio, non lasciando speranze. Dentro c’erano degli esagitati che gridavano: “Niente da fare… ancora pochi minuti… ancora niente da fare!” e io non potevo vedere nulla. Nel Milan giocava uno che si chiamava Dolci. Ricordo il suo nome che mi rimbombava nella testa. Come si fa a battere la Lazio di Chinaglia con uno che si chama Dolci?
Lì, ho avvertito per la prima volta che il Milan sarebbe stato una schiavitù più che un amore. E da allora, 90° Minuto è per me sinonimo di sofferenza e abbruttimento.

CLICHE’ (di Paolo Madeddu)
I miei ricordi infantili della Lazio sono molto vaghi: sapevo che era di Roma, anche se il nome aveva qualcosa di strano (“LA” Lazio?) (come “IL” Lombardia? “IL” Campania?). Che era forte, vinceva gli scudetti (mica come noi. E mica come la Roma), che c’era Chinaglia, e Re Cecconi che era morto in modo fantasmagorico, e ogni tanto si sentiva nominare Vincenzino D’Amico (mai come oggi, comunque). Poi negli anni l’ho vista andare in serie B (questo sì, come noi) e tornare su, e tornare giù e farne di ogni. Però la prima cosa che mi evoca LA Lazio è una persona piuttosto carina, bionda, con gli occhi azzurri e con la quale ho avuto una brevissima storia giovanile, metà della quale (cioè cinque giorni) passata rotolando nei cliché. “Voi milanesi siete così” “Non dire sciocchezze, siete voi romani che siete cosà” “Che ne vuoi capì, con la roba che mangiate voi” “Benvenuta in Italia – noi pronunciamo roba con una b sola, non nove” “Ciaete solo a nebbia” “Seh, e voi pensate solo a magnà”. Ma il cliché più esplosivo era: “Noi d’aa Latzie, tutti fascisti, certo, a ridaje”. “Cosa ti devo dire, forse quei signori in biancoceleste che ho visto in curva a San Siro avevano un gran bisogno di sgranchirsi il braccio destro”. “Eccheppalle, sti luoghi comuni. Che tra i romanisti nun ce stanno fiji de papà o coatti cor fascio sul motorino?” “Ma sì, chi se ne frega. Cosa facciamo stasera?” “Ce sta un posto fighissimo, novo, dove possiamo annà a magnà!”
L’ho trovata su Facebook. Si tiene molto bene, vestiti, collane, forse anche un pochino di botulino. Da anni è nello staff di Alemanno.

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