Friendzonati

(di Federico Dask)

Siete mai stati friendzonati? OK, non posso dare per scontato che tutti coloro che leggeranno siano al passo con le tendenze di noi giovani – che poi io sarei nato praticamente durante il dibattito Borghi-Rijkaard per le mediana, di giovane ho solo i contributi INPS – quindi cercheró di raccontarvela nella maniera più boomer possibile. Avete presente “La regola dell’amico” degli 883? Quel pezzo tremendamente anni ‘90 dove il supergiovane Pezzali ci ricordava che se una balda giovinotta ci vede soltanto come un amico, per quanto possiate auto-illudervi del contrario, avrete le stesse possibilità di farci all’amore che ha Will Smith di presentare gli Oscar l’anno prossimo: ora, nella vita non si puó mai dire, ma non ci scommetterei i buoni del tesoro dei nonni, ecco.

Personalmente posso vantare un track record di insuccessi amorosi che farebbe invidia all’elite dei campionissimi di Sarabanda. Ormai ho sviluppato un occhio particolarmente acuto per il fenomeno di cui sopra. E raga, mi spiace dirvelo, anzi dircelo: questo Scudetto dell’anno di grazia duemilaventidue ci vede soltanto come un amico. Cioè sì, siamo sicuramente troppo simpa con i bravi ragazzetti che si danno le strette di mano come quelli dell’NBA, l’allenatore che piace alle mamme e alle figlie, il vecchio gitano che fa i balletti slavi a Sanremo, gli scontri diretti a favore, i conti (quasi) in ordine e le belle speranze di tornare a casa dopo un decennio come Ulisse con Itaca. Tocca peró ricordare a noi stessi che gli Scudetti si compongono di una piccola porzione di partite dove è importante mettere l’abito della festa ma anche (e soprattutto) di una moltitudine di sgambate apparentemente insignificanti come – per dire eh – Milan-Spezia, Salernitana-Milan, Milan-Udinese, Milan-Bologna e Torino-Milan – che di solito valgono esattamente tre punti come le altre e che solitamente vincono agilmente quelli che in campo hanno i cani randagi prima ancora che i grandi fuoriclasse.

Giusto per portare una bella analogia cestistica. Shaquille O’Neal racconta di una famosissima gara 7 in finale di Conference in casa di Sacramento a inizio secolo dove durante l’inno nazionale andó volutamente a cercare lo sguardo dei principali talenti avversari per sfidarli. A suo dire, uno dopo l’altro, abbassarono tutti subito lo sguardo non appena incrociato il suo. Capendo così quanto una cenerentola come i Kings non fosse ancora in grado di ostentare la tranquillità di chi queste partite le aveva giocate un milione di volte. Risultato finale? Tutto il gruppo squadra dei Lakers che fa vedere il culo ai tifosi di casa dai vetri del pullman mentre torna a casa a preparare la finalissima (poi vinta) con i Sixers. Volete un esempio calcistico? La pantomima di Chiellini con Jordi Alba alla monetina in semifinale all’Europeo: facendoti vedere che in una partita di quella caratura, con quella pressione addosso, sono lì a farmi due risate come se stessimo giocando io Birra Moretti a metà Agosto, ti metto inevitabilmente in una posizione emotiva di sfavore ed è come partire con un gol di vantaggio. Come a ricordare che, nell’effettivo, la partita è già vinta e siamo in campo giusto per mera formalità. Metti la palla a centrocampo che non vedo l’ora di farti a tocchetti.

In questi ultimi dieci anni di agonia abbiamo visto di tutto. Persino leggendarie corazzate come il Crotone e il Palermo venire a San Siro con la chiara intenzione di fare risultato. Per altro spesso riuscendoci. Ora, da qualche tempo, entrare a San Siro sta tornando pian piano ad essere quello che era una volta: stadio pieno e ruggente, gambette che tremano e compagnia cantante. Per una mera questione di gradualità del percorso intrapreso negli ultimi due anni e spicci, il nostro gruppo squadra deve ancora farsi quella scorza dura che annienta il morale delle medio-piccole e rende meno tortuoso il cammino in quella che a tutti gli effetti è una lunga Maratona inficiata da un triliardo di variabili. Tra cui l’amara consapevolezza che l’unico vero condottiero di quel tipo ormai passa più tempo in televisione che in campo. E sostituirlo sarà impresa tutt’altro che semplice, perché con tutto l’infinito amore per Zlatan, è ora di pensare ad un piano B.

Peró dai, ci sono anche tanti motivi per essere felici. Avete visto che difesa? Quanti anni erano che, tra un Rodrigo Ely di qua e un Alex di là, un Constant di su e un Antonelli di giù, non eravamo così solidi dietro? Tonali e Bennacer salgono di colpi di partita in partita e sono entrambi ancora ampiamente alla scuola dell’obbligo di una carriera sportiva. Leao quando ha voglia di giocare a calcio non lo tieni neanche col taser. Bisogna lavorare bene sulla fase di costruzione offensiva ma si fanno giá nomi da smottamento inguinale come Renato Sanches e Marcos Asensio. Su col morale ragazzi! Siamo forti, siamo giovani, siamo (quasi) ancora nell’Europa che conta. Il futuro finalmente ci sorride dopo tanti anni. Molto oggettivamente non siamo ancora una squadra da Scudetto. E francamente, se l’Inter non si fosse suicidata al derby – grazie, è stato bellissimo – forse oggi saremmo qua a contare i punti per l’aritmetica qualificazione in Champions e a posto così. Rimaniamo comunque attaccati al sogno come dei provetti Steven Bradbury, ma non prendiamocela con questi nostri ragazzi se non dovessero ancora essere pronti al salto. Il tempo è galantuomo e abbiamo già visto che con l’abito della festa siamo naturalmente a nostro agio. Ora serve solo tirare fuori la canotta da bisticcio quando conta

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