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Da bambina non sapevo cosa fosse il Toro. La Juve sì, il Toro no. Poi il Signor D’Adda, che abitava due piani sotto casa mia, espose al balcone una bandiera granata, bella grande. Io presi questo gesto come affronto personale.

Beato manicheismo infantile: o eri rossonero o eri da calcio negli stinchi, nelle palle, matita nell’occhio, lista nera. Antipatia istantanea riservata ai bimbi Christian, per me quel nome voleva dire merda. Scrivere, dire roba tipo ‘Tacchino Tacconi’ o ‘WATER Zenga’ (water come cesso), mi compiaceva e divertiva quanto ‘puttana la maestra’.

Ai tempi in tivvù non davano ancora i reality ma un sacco di film americani, nei quali i bambini sono esploratori, inventori o chimici, senza contare che quelli sono stati gli anni di Mac Gyver.  Quindi feci una mistura di roba presa a caso dall’armadio dei detersivi e la buttai sotto, centrando il bersaglio. Ci rimasi molto male che non saltò in aria nulla, rimase solo un grosso e scuro alone.

Aspettai il castigo, sperando di averla fatta franca, ma fui sgamata in pieno.

Non arrivò nessuna punizione. La reazione degli adulti fu un intensivo, collettivo, improvvisato ma comunque coordinato, pippone sul Toro.

La portinaia, la minuscola Sig. Enza, vedova di un tifoso del Napoli, mi disse che il Toro aveva vinto la Coppa Italia. Un vicino bauscia che passava davanti alla portineria in quel momento – un signore molto distinto, padre di una bionda soave che ricordava un po’ Laura Palmer – interruppe per dire: ‘Non è mica la Juventus!’ E’ il Toro’, con il tono da ‘Il Toro è il Toro e non si tocca’.

Mia madre non distingue un terzino da uno scafista e non vive più al sud da quarant’anni ma non può far a meno di ricordare le disgrazie, e diede il suo contributo con un ricordo romanzato della strage di Superga.

Chiuse mio padre il cui idolo giovanile è stato Gigi Meroni.

A essere sincera non capii quasi un cazzo, rimasi solo impressionata. Finì che porsi spontanee e sentite scuse al Signor D’Adda e lui accettò divertito per poi dare la stoccata finale con questa memorabile dichiarazione: ‘La bandiera si lava, la fede granata no’. 

Hai capito il Toro. Il mio cuore era già impegnato. Feci come quando si è già chiusa la valigia a fatica, quasi esplode e ti accorgi che hai lasciato fuori le hawaianas perché non le avevi sotto gli occhi, o le infili o stai a piedi scalzi tutto il viaggio, riapri, cacci dentro, ti siedi sopra e forzi la cerniera.

Perché parlo di Toro e non di Milan?

Perché, dentro di me, qualcosa si è proprio rotto.

Secondo gli psicologi, se abbiamo un buon dialogo interiore, viviamo la realtà alternando fasi di gioia o di dolore in corrispondenza a soddisfazione o insoddisfazione. Se invece proviamo euforia, depressione, rabbia, stiamo dissociando. Ci rifugiamo nell’irrealtà per negare la realtà dolorosa e allo stesso tempo non riusciamo a provare gioia. Questa piccola follia ci distrae dall’impotenza sul corso degli eventi, dandoci un’impressione di controllo.

Di recente, e non ricordo bene in quale partita, contro la Fiorentina o contro il Palermo, ho visto la squadra schierata così: portiere pronto al rinvio, tutti in fila orizzontale, cinque da un lato, cinque dall’altro. Non era la prima volta in questa stagione che il Milan mi sembrava imitare le rondini quando a fine settembre preparano la fuga dall’inverno. Ma in quel momento l’euforia, pardon, l’entusiasmo, mi ha abbandonato del tutto, lasciando spazio a considerazioni più realistiche e pragmatiche, del tipo: ma siamo nelle mani di un software creato e distribuito da una startup di fuoricorso bocconiani ripuliti ex cocainomani- oggi imbonitori-sedicenti imprenditori? Siamo in balia di un’intelligenza artificiale sofisticata quanto l’Atari a cassettina?

Perché potrebbe. Potrebbe essere. Tutte ste geometrie coreografiche non tolgono che sembriamo il morto di figa 2.0, tutto chiacchere e ilikes su facebook.

Qualcuno sul pezzo c’è. Abate si dispera e spera, Bonaventura è un gran figlio di buonadonna e tiene in mano il filo di Arianna che ci riporta al centro, al nocciolo, si comporta come deve un giovane di buone speranze non ancora affermato. Diego Lopez, non un fuoriclasse, ci ricorda che schierare un portiere è previsto dal regolamento.

Però l’impressione generale, scusate se cito Vasco, che ognuno sia perso dentro i fatti suoi.

Menez e De Jong meritano una menzione personalizzata. Il primo, ogni volta che gli urlo ‘E passala!!!’ la passa a un compagno addormentato, quindi oh, sarà egoista, egocentrico, antipatico a tutta la Francia, e che razza di padre degenere chiama il figlio Menzo, almeno la partita la gioca, anche se in DIY. Il secondo, con i suoi post su Instagram, è il capitano della grande contraddizione: questi in campo sembrano prigionieri di guerra forzati al panificio nazista e purtroppo per noi tifosi, a differenza dello Start, che faceva un culo a capanna ai crucchi impomatati, in campo sembrano anime in pena, fuori si sparano pose come i peggio rapper della scena commerciale.

Il grande e mai abbastanza compianto Guru in un suo pezzo dice: ‘Put up or shut up’. Dimostra o statti zitto.

Tornando al Toro. Benedetto Toro. Per la prima volta dopo tanto tempo ho visto una partita di calcio senza straniamenti, senza perdermi in riflessioni sulla crisi del post moderno, sul web 2.0, senza pensare: ‘Ma cacchio sto facendo, sarò scema’. Ero su rojadirecta, con il velato annuncio: ‘Stanco di farti le seghe scopa troie adesso’ (non so se sia peggio questo o il test di ovulazione che propone youtube) ma era come se fossi là, al freddo, a non perdermi neanche un nanosecondo di gioco, accendendomi le sigarette al contrario, in campo il fegato, palle, spirito d’impresa, spegnendomi infine in tristezza: questa volta c’è davvero mancato poco. In campo non c’era il Milan, c’era il Toro contro la Juve.

Non allevia il mio dolore anzi, lo risveglia, riacutizza, appesantendolo con un gran senso d’impotenza. Io tifo comunque Milan, anche questo qua di adesso, anche se ho messo all’ultimo le ciabatte in valigia.

 

 

 

 

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