Hello Kitty è innocente

La mia reazione alla notizia che Hello Kitty scenderà in campo accanto ai giocatori rossoneri da metà aprile è stata – oltre a quella di aver ringraziato tutti i santi di giocare il derby, fissato il 19, fuori casa, quindi de-hellokittizzato – dieci minuti di shock, come se ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato e non capissi, nell’immediato, cosa. 

Una volta ripresa, ho pensato a un fatto di sangue accaduto a Hong Kong, a fine anni ’90, l’Omicidio di Hello Kitty.

Una ragazza di 13 anni e quattro ragazzi dai 24 ai 34 anni sequestrarono una prostituta in un appartamento, con lo scopo iniziale di sfruttarla per saldare un debito. Strafatti di metanfetamina, tra una partita di videogame e l’altra, cominciarono a pestarla e a torturarla. Dopo essersi accorti che così ridotta era inutilizzabile come fonte di denaro, il loro passatempo diventò escogitare nuovi tormenti da infliggerle, tipo farle mangiare escrementi, bruciarla viva, provare a picchiarla con qualsiasi cosa, costringerla a ringraziare e sorridere ogni volta per i maltrattamenti ricevuti. ‘Non c’era niente da fare in casa, volevamo capire cosa si provava’.

Dopo un mese di Patrick Bateman, la poveretta rende l’anima al cielo, e i suoi carnefici ne smembrano il cadavere, lo cucinano per sciogliere i tessuti e nascondono il teschio in uno dei tanti gadget Hello Kitty sparsi per la casa, un pupazzone a forma di sirena.

Un anno dopo la ragazzina corre dai poliziotti e racconta di essere perseguitata dal fantasma di una prostituta morta.

Una volta venuta fuori, la vicenda ha una risonanza proporzionale al suo orrore: disgustosa, inumana e ingiusta. La stampa locale ci lucra, comincia a circolare un’eroina Hentai ispirata alla vittima, i giudici si ritrovano nella posizione di non poter condannare i carnefici di omicidio intenzionale (volevano solo farle male il più possibile, non ucciderla).

Il fatto che i giovani fossero appassionati di Hello Kitty è il dettaglio meno rilevante, quanto la Nona di Beethoven in Arancia Meccanica, a tal punto entrata nell’immaginario collettivo che per convincere qualcuno che il sottofondo della scena del canale, quando Alex ghigna sadico e tende una mano al drugo con il pugnale dietro alla schiena, non è Beethoven, si è costretti a cercare l’overture della Gazza Ladra di Rossini su youtube e portarlo come prova conclusiva (se ve lo state chiedendo, sì, mi è successo).

Per incassare liquido, dané, cash, Hello Kitty con la maglia del Milan è una gran bella mossa, chi ha figlie femmine lo sa. Si tratta di un’operazione commerciale della Madonna, molto più convincente di Albertazzi in cucina a Casa Milan. Io avevo la cartella di Hello Kitty alle elementari, la maglietta di Hello Kitty al ginnasio, e anche adesso che sono adulta e mi oriento su oggetti più adatti alla mia età, non posso fare a meno di trovarla adorabile. Anzi, due anni fa quando mia madre mi ha telefonato dall’Esselunga chiedendomi che uovo Kinder Sorpresa volessi, le ho specificato di prendere quello di Hello Kitty.

Mi sono un po’ rotta della storia di donne e bambini allo stadio, so benissimo che col cavolo le famiglie portano i pargoli a vedersi un Milan-Chievo a gennaio, e sento che il calcio come l’ho amato e conosciuto io, è a un punto di non ritorno. Magari, per assurdo, avrà ragione Ciccio Graziani, quando nella conferenza stampa per il reality ‘Campioni: il sogno’ disse una roba tipo ‘Se ci rivediamo le cassette fra dieci anni ci vediamo il futuro.’

In un quadro di un futuro distopico da incubo, la presenza di Hello Kitty in campo è il dettaglio che trovo meno rilevante. In fondo quello che m’inquieta è che manchi ancora un progetto sportivo accanto a quello del merchandising. Basterebbe anche solo una mezza frase detta per sbaglio, un sussurro, un segnale che prefiguri un mercato estivo libero dalle locuzioni ‘parametro zero’ o ‘giovani al loro primo contratto da professionisti’. Non è ancora arrivata la virata che consenta ai tifosi non tanto di sognare, quanto di tornare a dormire tranquilli. Il branding del Milan non è stato costruito sui teneri pupazzi, ma con solide vittorie accumulate nel corso della Storia. Soprattutto ora che la Uefa ha dato un calcio al fair play finanziario deciso nel 2009 e ha varato il MoU, un sistema di distribuzione dei guadagni che dal prossimo anno porterà i club che giocano le coppe a guadagnare circa il 32% in più, escludendo chi come noi ne resta fuori: bisognerà tornare a far scendere in campo il calcio, accanto alla squadra e a Hello Kitty.

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