Le Pagelle Che Non Lo Erano: Milan-Sampdoria 0-0

È ovvio che se avessimo saputo che Rita Pavone tornava a Sanremo, non saremmo andati a recuperare questa notizia minore su questa sedicente Terza Guerra Mondiale – purtroppo quando abbiamo iniziato a scrivere le pagelle di Milan-Sampdoria ignoravamo che ci fosse un argomento ben più importante pronto a scalare le tendenze dei social. E poi, in fondo, cosa abbiamo contro la guerra? È il fondamento della nostra civiltà e fa sentire gagliardi tutti quelli che la invocano, quindi dai, magari crea quell’ottimismo che servirebbe un po’ a tutti. Però essendo uomini di sport, ci sembra giusto includere nelle nostre Pagelle Senza Voti i nostri possibili nemici prendendo gli iraniani più noti e omaggiandoli… O forse, pensandoci, questo potrebbe innervosirli anche più di quell’imbecille di Trump – ehi, amici nemici, non offendetevi: vi stiamo paragonando a dei campioni, perché ve la prendete, no, fermi!
 
Donnarumma – Ciro il Grande
Condottiero e stratega, fortifica l’impero e lo difende dalla fantastica serie di fesserie di centrocampisti e difensori, uscendo personalmente a roteare i guanti e i piedoni quando i suoi compagni sembrano pensare che il modo migliore per scongiurare l’entrata in porta del pallone sia ignorarlo, perché si sa che a dargli importanza si fa il suo gioco come quel politico là.
Calabria – Giulia Salemi
Celebrity di origine iraniana apparsa in Pechino Express per qualità che non sapremmo spiegare. Abbiamo perso l’abitudine a vedere qualcuno che va in tv o in campo perché sa far qualcosa. E se c’è stato un tempo in cui Davidino sapeva far qualcosa, è sepolto sotto il trash attuale.
Romagnoli – Nizām al-Dīn Abū Muḥammad Ilyās ibn Yūsuf ibn Zakī ibn Muʿayyid, per gli amici, Nezami Ganjavi
Grande poeta del XII secolo, del quale oggi sembrano appropriati i versi:
Chiedi a me come sto? Perché me lo chiedi grande amore?
Il fegato impregnato di dolore ed il cuore pieno di sangue, o grande amore
Dicono che aiuti gli innamorati – io forse non lo sono, o grande amore?
Non dicesti ti prenderò per mano se cadrai?
Mi vuoi più caduto di così, o grande amore?
Capitano impietrito, assiste annichilito alle prestazioni dei compagni come all’arbitraggio spernacchiante di Massa senza essere ammonito, perché non si scomoda nemmeno più a tentare di protestare.
Musacchio – Emanoul B. Aghassian, per gli amici Mike Agassi
In difesa genera la stessa sicurezza e fiducia che André Agassi ha ricevuto da suo padre (e rischia di generare in noi anche l ‘odio per lo sport in assoluto come nel caso di Andreino); tuttavia, è così convinto di agire per il nostro bene che quando si spinge in avanti rischia di produrre effetti: suo per esempio l’assist di testa a Leao che lo manderebbe in porta, se questi non preferisse evitare la nostra volgare, superficiale esultanza per una cosa stupida come un gol.
Theo Hernandez – Serse
Dotato di una potenza evidentemente superiore a quella delle altre forze in campo, cerca di dominare il mondo da solo. In attacco, i sampdoriani lo infinocchiano nelle loro Termopili; così per una volta è più decisivo in difesa, quando rinviene su Gabbiadini e aiuta Gigio a sventare una delle migliori occasioni per la Samp.
Bennacer – Ramin Djawadi
La musica che compone per il nostro Game of Thrones è epica, ma lenta: nel primo tempo sembra preoccuparsi di abbassare il ritmo in omaggio a Biglia; inaugura il secondo tentando finalmente di mandare qualcuno in porta, ma è Gabbiadini. Con Zlatan in campo, magicamente cambia spartito e inizia a recuperare palloni e correre.
Krunic – Prince of Persia
Ricorda i protagonisti dei videogiochi di trent’anni fa: avanza e arretra stolidamente, combatte in modo un po’ rigido salvo piantarsi in attesa di manate sul joystick che lo mandino avanti e indietro in linea retta. Ibra gli dà un pallone prezioso a centro area, lui lo serve al portiere con un piatto di peltro. Cresce il triste sospetto di avere a che fare con un immane Sega Megadrive.
Bonaventura – Reza Pahlavi
Pioli lo depone come uno scià, in nome di una rivoluzione un po’ caotica. Fino a quel momento non si può dire che avesse giocato bene, ma la scelta di esiliare lui e non uno dei suoi compagni di reparto è da attribuire soprattutto ai quattro anni in più sulla carta di identità, che chiaramente gli impediscono di avere quello sprint che hanno Suso, Calha e Krunic.
Suso – Hossein Khosrow Ali Vaziri, per gli amici The Iron Sheik
Lottatore olimpionico trasformatosi in wrestler, negli anni 80 saliva sul ring espressamente per fare imbufalire il pubblico americano con una bandiera iraniana sbraitando un disprezzo caricaturale nei confronti della nazione che lo ospitava. Se Jesus ieri ha sbagliato ogni singola cosa solo per farsi fischiare, per noi va bene: è spettacolo anche questo – purché ci sia un Hulk Hogan a vendicarci, strappandosi la canotta furiosamente al suo ennesimo atto di disprezzo per il pallone, e correndo a stringerlo nella presa dell’orso.
Calhanoglu – Abbas Kiarostami
Lo scomparso regista de Il sapore della ciliegia era un maestro dello sguardo che indugia, riflette, si ferma sulle espressioni del volto, temporeggia sui dettagli, ronfa sui paesaggi. Il gioco di Calhanoglu allo stesso modo è attesa, preparazione, sospensione, prospettiva, aspettativa: va assaporato, per essere davvero capito. Cosa diavolo vogliamo saperne noi, cresciuti a pane e Schwarzenegger.
Piatek – Marjane Satrapi
Fumettista autrice di Persepolis, in cui racconta la sua storia di ragazza sradicata, depressa, impossibilitata a ribellarsi a un mondo fondamentalmente fondamentalista. Anche il  giovane che si divertiva a fare pum pum è sempre più simile a una triste figura schiacciata da un disegno grigio e angoscioso; non è il peggiore dei nostri (grazie anche a certi nemici del popolo nascosti tra le nostre fila); il suo pressing è vagamente utile a tenere a bada la Samp (che nel secondo tempo, avanzerà molto spesso), ma temiamo che l’unica soluzione sia migrare verso lidi più rilassati.
Ibrahimovic – Zarathustra
Profeta e mistico nato presumibilmente mille anni fa, già ai tempi del primo trasferimento in un club del Turkmenistan ammoniva: “Il deserto cresce; guai a chi in sé cela deserti”. In effetti Zlatan Zoroastro dev’essersi sentito come allora, quando al 54mo è entrato in campo (con l’aria visibilmente accigliatissima) nel deserto del nostro gioco. Ha fatto intravvedere lampi della sua divina familiarità col gioco di attacco, specie quando ha cercato di mandare in porta gente che non ha nemmeno ben presente a cosa serva. Comunque visto che è venuto ad annunciarci che “Solo chi ha il caos dentro di sé partorirà una stella danzante”, prepariamoci a vedere in campo un intero corpo di ballo astrale.
Leao – Bijan
Stilista che a metà anni ’70 aprì a Rodeo Drive, Beverly Hills, la boutique più cara del mondo. In effetti pochi anni prima ne aveva aperta una a Teheran – ma con quel sesto senso che non è da tutti, intuì quale tra le due gli avrebbe fatto fare più soldi. Allo stesso modo Leao entra in campo e intuisce dove deve piazzarsi, ma questo suo senso del piazzamento viene pagato a caro prezzo: non ha proprio il senso del gol – o se ce l’ha, lo tiene per qualche cliente più facoltoso.
Paquetà – Farah Diba
L’ultima sciàrina. Sciàrada. Sciàtica. Sciàntosa. Sciàtrice. Sciàbadabadà – insomma, la moglie dell’ultimo scià. Paquetinho la ricorda molto: una persona con una buona rendita che gira il mondo in punta di piedi senza dare fastidio e senza far parlare di sciè.

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