Juventus-Milan: le Pagelle Che Non Lo Erano

Gianni Agnelli ci ha insegnato che lamentarsi degli arbitri è da provinciali (e con estrema sensibilità Luciano Moggi ha fatto in modo che non avesse mai a soffrire di questa orrenda condizione). Perciò faremo la gioia della parte flagellante dei milanisti improntando le nostre Pagelle Senza Voti a una severa autocritica. I nostri eroi sono stati generosi ma troppo timidi e ipersensibili: sentendosi picchiati da prepotenti impuniti e credendosi irrisi dal preside si sono avviliti e chiusi nella loro cameretta. E dire che finalmente avevamo trovato un uomo coraggioso che davanti a tutte le scarpate e manate assestate dai loro, non ha espulso nessuno dei nostri. Davvero non capiamo questo vittimismo.

Reina – EDWARD MANI DI FORBICE
Non deve usare le mani per quasi tutto il primo tempo, fino a quando una pregevole sforbiciata di Mandzukic nel finale lo chiama a uno svolazzo leggiadro. Nel secondo tempo esce di cesoie su un paio di palle alte, poi si produce nel numero della statua di ghiaccio sui due gol.
Calabria – MILHOUSE VAN HOUTEN
Ineccepibile nell’orario scolastico, che dura fino alla campanella dell’intervallo, va in crisi quando i duri iniziano a metterla sul piano fisico. La fesseria sul gol subito è quasi identica a quella che ci aveva portato in vantaggio, cosa che fa pensare che non l’abbia vista e non ne abbia tratto insegnamento – così come non ha visto quella folla di nerboruti ripetenti in bianconero nella zona di campo dove ha giocato il pallone con nonchalance. Forse dovrebbe giocare con gli occhiali.
Romagnoli – KARATE KID
Prende calci dal boia croato, e questo normalmente porterebbe alla sua ammonizione (non quella dell’avversario). Invece non succede perché finalmente lo ha capito, non deve fare domande – deve dare la cera, togliere la cera, dare la cera, togliere la cera, dare la cera, togliere la cera.
Musacchio – EFIALTE
L’inadeguato di 300, quello scartato dagli élitari spartani, che ottiene una possibilità da Leonida (…essendo tutti gli altri infortunati fin dal VI secolo a.C.) ma si rivela incapace di reggere lo scudo. Umiliato, finisce col tradire i suoi concittadini – anche grazie al fatto che appena muove lo scudo, c’è il solito persiano che va a terra come il noto tappeto.
Rodriguez – NAPOLEON DYNAMITE
Privo di acume, di brillantezza, di umorismo, di fascino, di perspicacia, di – insomma, per farla breve, come il protagonista del film ha una sola virtù: sta lì. Nel senso che afferma il suo diritto a esistere. Noi a dire il vero in base alle sue ultime prestazioni quel diritto glielo avremmo anche tolto, però non c’è dubbio che contro i suoi opponenti di ieri sera, il semplice stare lì gli ha guadagnato la sufficienza.
Bakayoko – SEVERUS PITON
Cresce col tempo e gradualmente diventa il personaggio centrale di tutte le trame; getta un incantesimo su quel babbano di Bonucci e manda Harry Piatek in gol nel momento migliore della nostra partita a quidditch.
Kessié – DUMBO
L’elefantino fragile si fa sentire parecchio nel nostro centrocampo. Sì, quando gli arriva una buona palla in area le dà la solita incomprensibile proboscidata, ma finché ha benzina nelle orecchie riesce a tenere alto il reparto. Purtroppo quando non ne ha più, con lui scende tutta la squadra, ma speriamo che dia il suo fondamentale contributo al nostro circo nelle prossime partite.
Borini – CENERENTOLA
Nessuno gli darebbe una chance, tranne Ringhia la Fata Madrina. Lui per un sacco di tempo si sbatte, fa le pulizie e prende botte, poi si presenta davanti al castello per il ballo ma la scarpetta lo tradisce, e per due volte la palla si trasforma in una zucca. Con noi dentro.
Suso – GREG HEFFLEY di Diario di una Schiappa
Interessante caso di vittima di bullismo davanti alla quale non si dà del tutto torto ai persecutori. La cosa migliore della partita è il pallone sulla testa di Piatek al secondo minuto, quello che accende dentro tutti noi una inquietante, proibita fiammella (“Vuoi vedere che si può?”). Poi prova a più riprese ad escogitare qualcosa che lo renda figo e acclamato, ma non è il genio che pensa di essere.
Calhanoglu – GEORGE HARRISON
Mobbizzato dagli scarafaggi con più personalità attorno a lui, si adatta a fare il lavoro sporco e riesce anche a comporre qualcosa di pregevole, ma non è mai carismatico e questo si sta rivelando un difetto peggiore dei tiri che non entrano. L’arbitro lo ammonisce per – boh, per Something, si presume. “Something in the way he moves”, ecco. Romantico.
Piatek – CARRIE LOSGUARDODISATANA
Sì, scritto così sembra il cognome – non demeritato. Percosso tra le grandi risate dei difensori malavitosi con la bonaria approvazione del preside Michael Fabbri, alla prima occasione li incenerisce. No, non è vero: lo fa alla seconda occasione. Ma del resto, anche il finale del film è diverso da quello della partita, anche se noi non ci opporremmo a quel tipo di destino per il malfrequentato stadio di proprietà.
Castillejo – GEORGE McFLY
Qualcosa non va come dovrebbe: alla fine del film tutto sembra pronto perché diventi l’inaspettato eroe della serata e sferri il cartone che manda a terra i buzzurri – ma quando qualcuno dice “Ehi tu, brutto porco, levagli le mani di dosso”, purtroppo quel qualcuno siamo noi: quello che va in terra è lui, e i buzzurri si fregano la Delorean e 119 anni di sovvenzioni statali lasciandoci in cambio la loro orrenda Fiat Qubo.

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