Inter-Milan 1-0: le Pagelle Che Non Lo Erano

Nel 1899 a Milano venne fondata una squadra. Diversi anni dopo, con lo sviluppo della metropoli, iniziò a crescere anche una cintura di piccoli paesi che vivevano di rendita nel suo cono d’ombra: sembrò comunque giusto che avessero anche loro una squadra, che ne riflettesse le attitudini: gli operosi provinciali eccellevano nell’artigianato e nella produzione di manufatti (mobili, scudetti di compensato) e nei servizi (telefonia gestita in modo disinvolto, per non parlare delle bollette della luce manipolate a proprio vantaggio). 

Così, ci è parso opportuno, vista la nostra consueta abitudine di omaggiare gli avversari esaltando le qualità dei loro luoghi di provenienza, dedicare le nostre Pagelle Senza Voti a quei piccoli centri che con ammirevole umiltà (per quanto molto ben mascherata da apparente, smisurata, delirante tracotanza) sostengono la squadra dai colori funerari che li rappresenta, e che ieri sera ci ha persino battuti: è giusto guardare con simpatia ai risultati ottenuti da queste piccole realtà e dai loro buffi signorotti. Potete cantarlo con orgoglio, tifosi dell’altra squadra: l”hinterland siete voi, solo voi. Perché le parole non si usano per caso: gh’è Milan, e gh’è l’Interland.

Diego Lopez: Trezzano sul Naviglio. Voluminoso ma complessivamente non esaltante. E quando appare all’orizzonte, il cittadino ammodo prova una spiacevole inquietudine. Sul gol forse non potrebbe fare di più, no; eppure per tutta la serata il territorio che gli compete dà la sensazione di essere più liquido che solido.
Abate: Grezzago. Mettiamola così, è già un grosso risultato il fatto che non consegni personalmente le chiavi della città ai lagnosi, nemmeno quando entra Palacio; però il piede è tornato grezzo, permettendoci un giocherello di parole che offenderebbe il senso dell’umorismo di un bimbo di 9 anni – cosa che rende vantaggioso scrivere queste pagelle col senso dell’umorismo di un bimbo di 7 anni e mezzo.
Zapata: Sesto San Giovanni. Lotta, s’industria, e ogni tanto accanto all’impegno mostra qualche momento che ci richiama, un po’ sorpresi, ad antichi valori dimenticati. Imprevedibilmente, è la nostra Stalingrado. Purtroppo l’area che lo circonda è conquistata dall’opposta fazione: un partito di ingrugniti esteticamente incresciosi, piuttosto penalizzati dal punto di vista evolutivo e guidati da un tizio un po’ troppo premiato dalle circostanze. E tuttavia, è giusto riconoscerlo, capaci di un certo brutale pragmatismo.
Romagnoli: Rho. L’Expo non è un flop come dicono i malevoli, ma ora come ora ci vuole un certo sforzo di fantasia per affermare che lascerà una testimonianza imperitura tipo certi immensi monumenti col braccio alzato (…il riferimento è alla statua della Libertà, non al Mahatma Baresi). Sicuramente col tempo giudicheremo meglio; per ora e per un bel po’, continueremo fatalmente a pensare a quanto abbiamo dovuto pagare.
De Sciglio: Gorgonzola. Ovvero, quando buttarla in vacca porta al marchio DOP: in ritardo nella chiusura sul gol (anche se non è il solo), in perenne affanno sui fuorigioco. Qualcuno suggerisce di insistere, e prima o poi troveremo l’abbinamento che soddisferà il nostro palato – peraltro sempre meno esigente. Quel che è certo è che dalle sue parti si sente perennemente un odore un po’ intenso.
Montolivo: Segrate. Prova a fare quello che non è, cioè il centro moderno, produttivo, all’avanguardia – ma quanto a profondità, se la gioca con l’Idroscalo.
Kucka: Paderno Dugnano. A tratti offre scorci di inaspettata grazia, ma alla lunga vien fuori la tamarreide.
Bonaventura: Inzago. Ah, come gli manca.
Honda: Monza. Non si può più far finta: non ci si ama, non ci si capisce, persino il Carnevale lo festeggia a modo suo. Va detto che non soffre di complessi di inferiorità: così come il giapponese non ha partorito lo straccio di una azione, il rispettabile capoluogo brianzolo non ha partorito Bruno Munari, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Enzo Jannacci, Alessandro Manzoni, Claudio Abbado, Carlo Emilio Gadda, Alda Merini – però ha regalato al mondo Morgandeibluvertigo. Che il mondo non si prenda quest’ultimo, così come nessuna squadra sensata si prenderebbe il nostro numero 10, non è che un dettaglio. 
Bacca: Assago. A un certo punto si accende una luce che fa ben sperare (il taglio dettato a Luiz Adriano) ma questa sera lo spettacolo non c’è.
Luiz Adriano: Pero. Sembra che venga da lì – cadendone giù. Un po’ più di killer instinct, e forse avremmo sei punti – e li avrebbero anche i futuri, inevitabili, gloriosi campioni d’Italia 2015-2016.
Poli: Rozzano. Beh, non riteniamo necessario fornire spiegazioni.
Balotelli: Novara. Sulla carta è difficile credere che sia dei nostri – insomma, sta in Piemonte, una terra tutta paturnie e musoneria – eppure rispetto ad altri nomi che daremmo per assimilati, manifesta una sorprendente sintonia con il nostro centro nevralgico e una apparente buona volontà. Certe sere l’annessione non pare totalmente assurda. Ma troppe volte ci siamo scontrati con la realtà dei fatti. Ah, (sospiro).
Cerci: Opera. Comune che contiene sia il Santuario della Madonna dell’Aiuto, che una galera – e non sappiamo, tra i due, dove mandarlo.

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