Noi e il Toro: un odio piccolo piccolo (Aggiungi un gol a Camola). Featuring Diego Formia

Io il Milan non lo odio. Ma per voi che siete così avanti da solleticare i peggiori sentimenti del genere umano cercherò di far finta che sì.
Il fatto è che, sportivamente parlando, non riesco a odiare nessuno. La carica agonistica, la voglia di vincere, la sana cattiveria che si impara sguazzando nelle tonnare dei centrocampi del Canavese; persino il disprezzo classista verso quelli che apparivano predestinati alla vittoria e sembrava che non si sporcassero mai, quelle sensazioni le conosco benissimo. L’odio no, mi spiace.

Allenatori (non) comuni: Gustavo Giagnoni

Come dite? “E la juve, allora?” Ma scusate, la juve (o meglio, la Tiessecì – Trentasulcampo, come mi sono imposto di chiamarla da questa stagione, per onorare la Verità Autoproclamata con tutto il rispetto di cui sono capace), la juve dicevamo, cosa c’entra con lo sport e il concetto di sportività? Quella è la quintessenza dell’arroganza cieca, della pulsione rozza a prevalere umiliando gli altri con ogni mezzo, l’evidenza più plastica del Male Assoluto da quando Attila l’Unno è sceso dal suo cavallo diserbante. Ma quello che provo verso la juve non è proprio odio; è più voglia di ignorare qualcosa di molto cattivo.

Ma qui dobbiamo parlare di Milan, no?
E allora diciamo che tra tutti i Milan ne ho tollerati molto male due in particolare.

Il primo è un Milan dei primi anni ’70. A parte Rivera e (immagino) Albertosi, non so nemmeno chi ci giocava, perché ero un bambino veramente piccolo. Però mi ricordo che mio papà, che in quegli anni era un tifoso piuttosto devoto e a volte seguiva il Toro persino in trasferta, andò a San Siro e la sera tornò molto, molto spaventato. Disse che all’uscita dal parcheggio i tifosi rossoneri bloccarono qualche pullman, tra cui il suo, e che li presero a sassate e sprangate per diversi minuti. Lui si era protetto nascondendosi sotto i sedili. Si capiva che aveva avuto paura, ma cercò di metterla sul ridere e mi disse che il peggio era stato fare tutto il viaggio di ritorno senza più nemmeno un vetro, col freddo che faceva. Però in trasferta non ci andò più.

Allenatori in comune. Gigi Radice

Quel giorno pensai che il Milan no, non era per niente una bella squadra se il mio papà aveva cocci di vetro fin dentro le tasche. Tecnicamente me la sarei dovuta prendere coi tifosi del Milan e non con i colori rossoneri.

Ma voi che leggete SIETE tifosi del Milan. Allora, visto che la vendetta è un piatto che va assaporato freddo, ecco, gradite questo sorbetto criogenico che è montato da una quarantina d’anni in qua. Vi vada di traverso.
Il secondo Milan che ho davvero detestato è stato quello che nell’autunno del 2002 ha di fatto impallinato e affondato Giancarlo Camolese.
Capite? Noi granata che abbiamo visto, pur se da bambini, lo scudetto del ’76 (e soprattutto abbiamo imparato ad amare il calcio vedendo giocare quel Toro là, quello che sembrava l’Olanda e regalava emozioni, bel gioco e felicità senza confini, con una generosità che nemmeno il vostro Presidente con il suo parco-amiche), siamo fatti così. Anche al netto del sentimentalismo che ci assegnano i luoghi comuni, ci sappiamo accontentare di emozioni piccole e modeste come quell’allenatore. Che si capiva subito che non avrebbe sfondato nel pallone hollywoodiano dei nostri giorni, ma che ci era entrato dritto nel cuore per la sua semplicità ancora prima che per i risultati (che comunque, detto per inciso, il Toro da allora in poi non ha più eguagliato). Un tipo che se lo vedevi dall’altra parte della strada quando aveva appena parcheggiato la sua Punto (sì, esatto, “la sua Punto”, e non scommetterei sul fatto che fosse di una cilindrata esuberante) e gli facevi una voce, ti guardava quasi con timidezza, ma poi ti salutava e ti regalava un sorriso molto più incredulo che compiaciuto.

Gente in comune. Massimo Giacomini

Due stagioni prima, lo stesso Camolese ci aveva portati dalla B alla A, prendendo la guida della squadra quando si trovava in fondo alla classifica e risalendola tutta a suon di record.
E una volta approdati alla massima serie, ci regalò una stagione tranquilla e divertente come non si viveva da ere geologiche. Con lo sfizio della qualificazione finale all’Intertoto (l’Europa, signori, ma chi avrebbe potuto immaginarselo?) e la bellezza di due derby su due conclusi in parità, il primo dei quali addirittura epico, con una rimonta da 0-3 a 3-3 che per provare a lasciarsela alle spalle i gobbi hanno persin buttato giù il Delle Alpi.
Ma l’avvio di quella stagione 2002-2003 era stato un po’ claudicante. Si era vinto col Chievo, ma si era perso con Inter, Lazio e addirittura a Modena. Il prosieguo del torneo certificò poi che la rivelazione era proprio il Modena, ma allora lo intuivano in pochi, soprattutto l’accoppiata dirigenziale più lombrosiana che abbiamo avuto: Tilli Romero, il Fumoso Presidente Capellone, e la buonanima di Franco Cimminelli, il Paròn Che Tifava Manifestamente juve. Il duo mise Camolese nel mirino, e la partita col Milan assunse i contorni dell’ultima spiaggia.

Un famoso allenatore del Torino (1963-67)

Quindi: o i fuoriclasse Fattori, Castellini e Sommese facevano un partitone contro quei peracottari di Seedorf, Pirlo, Shevchenko, oppure per Camolese sarebbero stati guai. La missione si presentava facile come bere un bicchiere di acido cloridrico.

Ora. Posso odiare il Milan perché quel giorno ci suonò come tamburi infliggendoci un fragoroso 6-0? No, sinceramente no, perché quei 6 goal sul groppone ce li meritammo tutti.
Però posso contestargli la sfacciataggine, la boria, il sadismo purissimo con cui infierì su una squadra in evidente stato di prostrazione. Non dite di no, si vedeva che godevate a calpestarci.
E non lo facevate con quella vena di nobiltà con cui gli All Blacks di solito calpestano la nostra nazionale di rugby. No, no, no. Ci stavate calpestando con la prepotenza gratuita con cui il bulletto che ripete per la quarta volta consecutiva la terza media se la prende col gracile primino appena entrato a scuola.
L’immagine che mi è rimasta di quel Milan è quella di una bandaccia di gradassi. Gradassamente radunati a celebrare il più sprezzante tra di loro, tale Inzaghi Filippo. Uno che a due minuti dal novantesimo insacca la rete numero 6 (sei) e la festeggia, urlante e sbavante, con una combinazione di scompostezza e volgarità che oggi sembrerebbe eccessiva anche al cast di Jersey Shore.
Eppure, pensandoci bene, capisco pure lui. In fondo ha avuto la sventura di formarsi alla juventus. E con tutti i cori d’insulti che si è beccato dai tifosi del Toro, quel pomeriggio orgiastico dev’esserselo goduto come una bella rivincita. Qua la mano, maledetto invasato.
Allora torniamo a Camolese. Che non venne esonerato subito, ma che quella sera capì che la sua avventura sulla panchina del Toro era in dirittura d’arrivo. Come lui, lo capimmo in tanti. E infatti di lì a poco, dopo una sciocca partita di Coppa Italia (Empoli?), venne esonerato.

Il resto della stagione fu una lunga agonia, verso la più mesta e avvilente tra le retrocessioni a cui pure già stavamo facendo il callo. Ulivieri, Zaccarelli, Ferri conclusero assai meno di Camolese e finimmo ultimi con la pietosa farsa della squalifica per 5 giornate del campo dopo gli incidenti avvenuti (ohibò) nel corso del match di ritorno col Milan.

Camolese si felicita con Galante: la solita prova impeccabile

Nessuno può dire con certezza che con “Camola” ci saremmo salvati. Nessuno tranne me, che so quanto fosse perfetta in quell’uomo l’alchimia degli elementi (preparazione tattica, intelligenza, tempismo, presa sullo spogliatoio, fortuna) che avrebbero potuto giocare a nostro favore.
Quindi la peggiore stagione del Toro che io ricordi svoltò in senso negativo per causa rossonera, e da allora si identifica con il volto trasfigurato dalle smorfie di un Inzaghi berciante.
Non è certo abbastanza per odiare il Milan, né tantomeno voi. Ma per augurarvi altre cento Istanbul senz’altro sì.

Beh, lui mica poteva mancare.

Buon Toro-Milan, signori. E casomai fate sapere a Chévinprìns e al Faraglione che dal quinto goal in poi sarà meglio che non facciano gli smargiassi. Perché se mi sgambettano anche Ventura, stavolta vi dichiaro guerra sul serio.

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