Io il Milan lo odio. Non siamo noi: è lui. (feat. Lorenzo De Marinis)

Da un genoano ci si aspetta magari che il suo odio per il Milan trovi radici nell’assurda e orrenda morte di Vincenzo Spagnolo, soprattutto se come nel mio caso si era a pochi metri dai fatti quella disgraziata domenica.

Invece no. Il mio odio per il Milan nasce molto dopo.

Quando ero piccolo vivevo da estraneo la divisione fra casciavit e bauscia, ma se qualcuno mi avesse obbligato a scegliere non avrei avuto dubbi: vuoi mettere gli onesti, allegri, sfiossi casciavit che abitavano le sette porte con quegli sfigati dei bauscia dei palazzi e dei quartieri nuovi e senz’anima, così preoccupati di sembrare più importanti, più ricchi e più intelligenti di quanto fossero? Nel mio cuore non c’era alcun dubbio: io odiavo l’Inter (e la odio tuttora, e l’ho odiata al mio meglio soprattutto quando si sono ammantati della retorica della sconfitta, quando quelli che avevano la stessa classe del commendator Zampetti iniziarono a menarsela da beautiful loser… “Non si vince mai? E allora non vincere mai diventa molto figo… TAC!”)

Il Milan della mia infanzia non era in effetti degno di alcun odio, a dirla tutta non era degno di alcuna considerazione. Appena rimasto orfano di Rivera, si barcamenava fra A e B senza grandi mezzi e grandi speranze. Erano dei simpatici sfigatoni, niente fa bene alle PR come soccombere alla Cavese. Così quando

1982: Castellini regala un corner in modo mai più visto, per poi NON opporsi a un NON marcatissimo Faccenda. Genoa salvo, Milan in B. Il bravo Castellini troverà poi lavoro all’inter.

rialzarono la testa, in un derby vinto con quel gol in cui Hateley salta a metà del primo tempo, rimane per aria anche nell’intervallo e poi la infila nel sette, fui sinceramente felice per loro.

Poi avvenne il fattaccio.

Sì, quel fattaccio lì. Ora, non vorrei tediare nessuno con le numerose prove del fatto che Berlusconi sia interista (dal tentativo di comprare l’Inter prima di comprare il Milan, alle foto della squadra della Edilnord, con maglie rigorosamente nerazzurre), ma Berlusconi è ontologicamente interista, è l’UrBauscia, fa sembrare il prototipo del bauscia Massimo Moratti una figura popolana e arguta appena uscita dalla penna del Porta.

Per un po’ il campo soffocò il ribrezzo. Il Milan di Sacchi era fantastico da vedere, gli olandesi qualcosa che nella vita mi è ricapitato raramente e quando una squadra italiana spazzola in quel modo il Real Madrid credo che un minimo attacco di orgoglio patrio venga anche a un ladino.

Il Milan di Capello un pochino lo odiavo, ma è quell’odio che provi di fronte a una macchina esatta. Se avessero fatto affrontare a quel Milan il test di Turing l’avrebbe battuto 1-0 con gol di Massaro nel finale. O anche 3-0 in una di quelle serate in cui Savicevic era d’accordo con chi lo chiamava Genio. Era una squadra perfetta nella sua praticità, nella sua noiosità e nella sua capacità di ammonticchiare argenteria con l’atteggiamento di chi fa un bancomat.

Poi il giocattolo si smonta e lì inizia l’odio, quello vero. Anni di intrighi, di affari poco chiari, di arbitri Cesari che mandano il Milan in Champions e se stessi in tv con sciagurata mancanza di pudore, di azioni in pegno, di telefonate rivoltanti e tante altre cose.

In mezzo al declino, la propaganda suona la grancassa a più non posso, fino a superare il grottesco, fino a diventare un’insostenibile violenza. Il Milan vince con Zaccheroni uno scudetto che non potrebbe che fare simpatia, fra scarponi, scarti riciclati, botte di culo e unsung heroes come Guly e Ganz. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per volergli bene a quella squadra, ma non si può. Perché una società che dovrebbe ringraziare e sorridere, si appropria della vittoria di un allenatore e di un gruppo di giocatori che non ha mai voluto e la racconta come l’ennesimo capitolo di una storia che non si è mai interrotta. Ne fa un altro trionfo del Grande Milan, della Squadra più Titolata al Mondo. Al di là del fatto che gli istituti di statistica sportiva (per il niente che contano) non sono d’accordo, Berlusconi svuota il Milan di tutto ciò che non sia l’immagine di sé stesso che vince.

Nel Milan non c’è più Milano, non ci sono i casciavit, non c’è un’idea precisa di calcio (a parte i deliri del parvocrinuto), non c’è spazio per la tradizione o per i tifosi. C’è spazio solo per la vittoria in sé e di per sé, un concetto completamente estraneo allo sport sotto ogni latitudine. Forse solo il Real Madrid ci si avvicina, ma infatti è la squadra più odiata del mondo.

Fino ad arrivare all’attuale declino, alla pirotecnica estate scorsa, ai “grazie presidente” di quella figura grandguignolesca che è Mauro Suma, per poi vendere tutto pur di spazzare via dei costi. E poi dichiarare a mercato chiuso che con De Jong (uno che Capello avrebbe destinato a una risaia, forse) “il Milan era da scudetto”. Disonesti, fino in fondo, sempre. In qualsiasi ambito.

Capisco che quando si è trascinato un intero paese sull’orlo dell’abisso, aver svuotato di senso una squadra di calcio sia tutto sommato un minuscolo danno collaterale. E capisco anche che tifosi milanisti di lungo corso e anziani come me vogliano e possano ancora sentire quella maglia come loro e non del SuperBauscia (quelli giovani no, quelli che si sono avvicinati al Milan da Capello in poi hanno scelto, non so quanto consapevolmente, di parteggiare per il Male).

Ma l’odio è un sentimento e come tutti i sentimenti non conosce ragioni. Qualunque risultato avesse raggiunto sul campo non credo avrei mai odiato il Milan di Rizzoli (uno che nella vita aveva una bacheca di sfighe tale che ogni istituto di statistica sportiva non avrebbe opposto alcunché), ma i Bauscia li ho sempre odiati e sempre li odierò. Ma un giorno spero non lontano tutto questo finirà e potrò fare pace con la squadra che comunque è l’unica che rappresenta la mia città. (l’altra no: non solo sono bauscia, ma l’hanno fondata degli svizzeri). Per l’intanto, io odio.

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