L’Hashtag – #ilmilanpeggiore (part 2)

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Sono più sconfortato che arrabbiato. Capisco che non sono più i tempi in cui si vinceva a Barcellona, ma è inaccettabile perdere contro squadre con calciatori che guadagnano cinque volte meno dei nostri.

Fino a ieri sera la parola “sconforto” aveva rarissimamente fatto parte del vocabolario pubblico, privato, politico, economico e calcistico di Silvio Berlusconi. Cercando su Google “Berlusconi sconfortato” come suggeriva di fare Benitez l’altro giorno, un risultato che non sia legato a Milan-Atalanta compare per la prima volta solo a pagina 3: un altro “lungo sfogo” di Berlusconi raccolto dai suoi fedelissimi del PDL, a proposito dei tanti procedimenti giudiziari che pendevano sulla sua capoccia (ehi, aveva ragione a esserlo!), e niente più fino a pagina 8. Lo sconforto è un sentimento da vecchi, prende chi ha smesso di sognare e pensa non ci sia più nulla da fare. Sembra lo stato d’animo di chi è disposto da mesi a mollare tutto, ma non ci riesce per motivi personali (la squadra di calcio può diventare una specie di droga, l’unico anello che tenga legati a una vita attiva e partecipativa) o finanziari. Lo sconforto ti assale quando non hai più prospettive concrete e i ricordi, pur lontani, si fanno sempre più insopportabili. Lo sconforto si associa talvolta a idee di miseria, depressione e morte – concetti che il Silvio dei tempi belli (ok, relativamente belli) associava ai suoi “nemici”, mentre ora invece sono evidentemente affari suoi.

berlusconicorna

Non sono più i tempi in cui si vinceva a Barcellona.

A Barcellona il Milan ha vinto due volte nella sua storia. Una nel 2000, 0-2 al Barça di Kluivert e Rivaldo, gol di Coco e Bierhoff. In campo Chamot, Giunti, Helveg e Comandini, in panchina Alberto Zaccheroni: difficile che Berlusconi si riferisse a quella serata. Sappiamo bene che invece la mente corre al 1989, Milan-Steaua, l’esodo dei 90 mila eccetera. E qui il lapsus freudiano di evidenza quasi imbarazzante: perché la citazione di Barcellona ’89 arriva in pieno revival sacchiano, tornato in auge venerdì in sala da pranzo e ora, secondo molti, addirittura futuro tutor occulto del giovine Pippo. Ma che Sacchi è, quello che da anni è la caricatura di sé stesso, divorato dallo stress qualsiasi cosa faccia, sclerotizzato nei suoi continui rimbrotti sull’inferiorità culturale del calcio italiano, incapace di proposte concrete da vent’anni? Finiremo forse come quelle società senza soldi che prendono Zeman per tenere buoni i tifosi? Berlusconi “capisce” che non è più il tempo delle coppe, ma arriva il riflesso involontario a confronti impossibili, che avviliscono i tifosi e persino l’allenatore. Ora davvero lo sa, Inzaghi, che si trova lì non per ciò che ha fatto in Primavera (comunque poco), ma per il calciatore che è stato e per le coppe che ha alzato. Qualsiasi caratteristica attuale e presente passa in secondo piano, di fronte alla gloria procurata (e ai voti, dicono i maligni). Ecco la sfumatura più triste: un Berlusconi vecchio e stanco, burattino e non più burattinaio, finito alla mercé di tutti quelli che ha creato. Una specie di Mastro Don Gesualdo brianzolo.

Lieve mancamento per Silvio Berlusconi

Inaccettabile perdere contro calciatori che guadagnano cinque volte meno dei nostri.

“E’ una cosa indegna!”, ruggirebbe il Silvio furioso (“cribbio!”, aggiungerebbero gli imitatori scarsi). E cosa preme più di ogni cosa al Silvio? I dané, gli stipendi rubati, i mangiapane a tradimento. Un sussulto grillino, in parte supportato anche dai fatti: la somma degli ingaggi annuali dei 14 milanisti anti-Atalanta era 29,1 milioni di euro, a fronte dei 7,18 dei 14 atalantini. Ma anche l’ultima ammissione di perdita di fiuto, di essere fuori dal mondo, perché non è l’Atalanta a essere scarsa, quanto i nostri a essere sopravvalutati. Berlusconi è diventato cieco e non si accorge delle ruberie che i domestici gli fanno sotto il naso. Senza prendersela coi giocatori o con altre bizzarre figure dell’organigramma come il povero Gianni Vio che adesso sembra diventato una specie di saponificatore di Milanello, in fase di mercato Galliani si avvale della “collaborazione” di Rocco Maiorino e Giuseppe Riso, ex cameriere di Giannino diventato procuratore e agente FIFA (perché noi, i nuovi Mino Raiola, ce li alleviamo in casa). Così debole e lunare, ancora convinto che i calciatori crescano sugli alberi di Milanello, le parole di Berlusconi rimarranno lì dove sono, tra le scarne righe di un’agenzia ANSA delle 19:40. E magari venerdì prossimo all’ora di pranzo, con un po’ di formalina e tante mollette per il naso, riesumeremo anche la salma di Liedholm.

berlusconivecchio

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