I cinque Verona-Milan della nostra vita

lobello90

20 maggio 1973, Verona-Milan 5-3. Non c’è più nulla da aggiungere sulla “fatal Verona”, a cui peraltro dedicammo un lungo pezzo l’anno scorso a inizio campionato. Oggi, più di quarant’anni dopo, rimane una sconfitta epocale, la Caporetto sportiva per antonomasia, il tracollo inspiegabile contro una squadra che non aveva mai segnato più di due gol in quel campionato, una slavina scandita dai cognomi improbabili dei giocatori dell’Hellas: Sirena, Mascalaito, Glauco Cozzi, Livio Luppi. Ancora lontane dalle risse a mezzo Gazzetta dello Sport, Juve e Roma furono sorelle di pasticciaccio, con i giallorossi che si aprirono misericordiosamente a due minuti dalla fine, consentendo a Cuccureddu di ingarrare il tiro dal limite dell’area che valse lo scudetto (in caso di segno X in Roma-Juve, ci sarebbe stato lo spareggio Juve-Milan). La Juve vivrà la sua nemesi veronese 27 anni dopo, il 1° maggio 2000, in un altro pomeriggio infame al Bentegodi in cui i panni del castigamatti saranno vestiti da una delle meteore più grandi di sempre: niente meno che Fabrizio Cammarata.

23 aprile 1978, Verona-Milan 1-2. C’è ancora il bianco e nero, ché la RAI ha già avviato da un bel po’ le trasmissioni a colori ma ancora non si fida a sdoganare un mezzo di comunicazione così sovversivo. Milan in faticosa rincorsa di un piazzamento europeo, ma Liedholm ne approfitta anche per assegnare la maglia numero 6 a un piscinin che diventerà maggiorenne solo tra due settimane: all’anagrafe si chiama Franchino Baresi, ma per dargli maggior virilità lo chiamano tutti Franco. Fior di libero, signori. Il Verona passa in vantaggio con un autogol di Aldo Bet, ma nei primi 10 minuti della ripresa ribaltiamo la situazione con i gol di Bigon e Buriani su rigore, con il pareggio veneto di Fiaschi misteriosamente annullato. Sulla Stampa Franco Mognon liquida Baresi con poche e malaccorte parole: “Suo fratello gioca nell’Inter, il suo debutto non ha entusiasmato”.

25 ottobre 1987, Verona-Milan 0-1. E’ il match passato sbrigativamente agli annali come “la partita della svolta”. Antefatto: il Milan è quasi fuori dalla coppa UEFA, dopo un disonorevole rovescio in casa contro l’Espanyol nella partita d’andata, e già i giornali chiamano a gran voce la cacciata di Sacchi. Due giorni dopo Berlusconi si presenta a Milanello e si affaccia sulla porta dello spogliatoio, indicando l’Arrigo: “Sappiate che lui resta. Voi, non so”. Poi si concede ai taccuini: “Per vincere bisogna essere paranoici, intrattabili alla vigilia. Se i nostri giocatori non hanno questi stimoli, li cambiamo. Prendete Pippo Baudo: a 51 anni non ha certo bisogno di soldi, ma le motivazioni le trova nel fatto professionale” (vabé, Berlusconi straparlava già allora). La domenica è un Milan diverso, rinfrancato: il migliore in campo è il portiere veronese, il povero Giuliani, più volte superlativo su Colombo e Gullit. Nulla può sulla capocciata di Pietro Paolo Virdis, che vale i due punti. A eccezione della sconfitta a tavolino contro la Roma per il petardo su Tancredi, il Milan non perderà più per il resto del campionato.

22 aprile 1990, Verona-Milan 2-1. Altro buco nero della storia rossonera, ancora più doloroso perché stavolta lo scudetto sarebbe sacrosanto, meritato corollario di una stagione che si concluderà a Vienna con la seconda Coppa Campioni consecutiva (ultima squadra a riuscirci). In Italia regna invece sovrana una vischiosa alleanza tra il Napoli di Moggi/Ferlaino e la classe arbitrale, con il meridionalista Rosario Lo Bello (degno figlio di indegno padre) inviato a dirigere Verona-Milan in maniera proditoria. Dopo il vantaggio di Simone, ingoia il fischietto, ci nega un paio di rigori solari e fa saltare i nervi persino a Van Basten, che si toglie platealmente la maglia gettandola per terra e viene espulso, insieme a Costacurta, Rijkaard e ovviamente Sacchi, quel giorno su livelli di stress ben oltre la soglia. Il Verona prima pareggia con Sotomayor e poi vince con Davide Pellegrini, partito naturalmente da posizione di fuorigioco. Tra la vergogna di Verona e la monetina di Alemao, campionato dal finale putrescente che qualcuno etichetterà come la “vendetta” napoletana al titolo 1988, vinto in rimonta dal primo Milan di Sacchi in circostanze anche lì non chiarissime. Il coperchio del pentolone dei sospetti è ancora ben lontano perfino dal socchiudersi.

28 aprile 2002, Verona-Milan 1-2. Un’altra penultima giornata di un campionato piuttosto convulso, in cui scudetto, quarto posto Champions e salvezza si decideranno una settimana dopo, il 5 maggio. Dopo essere stato settimo a febbraio, il Verona di Malesani è in caduta verticale, ha assoluto bisogno di punti e passa poco prima della mezz’ora con una perla di Mutu da fuori area. Come se non bastasse, all’inizio del secondo tempo Serginho tira sul palo il rigore del possibile 1-1. Per lunghi minuti vediamo volteggiare le streghe dell’Intertoto, finchè a metà ripresa Kaladze si scopre improvvisamente Franco Baresi e lancia Inzaghi, che ovviamente fa secco il portiere: 1-1. Il sopracciglio di Ancelotti torna su livelli di guardia e gli si allunga un ghigno premonitore – perché, non so se lo sapete, ma Ancelotti vede il futuro come il Dottor Manhattan. Passa un quarto d’ora: ancora Kaladze, alla partita della vita, filtra per Pirlo, che sterza brusco sull’uscita di Ferron e appoggia in rete il pallone della vittoria. E che vittoria: abbinata a quella sul Lecce della settimana dopo, varrà un preliminare di Champions che ci condurrà dritti dritti a Manchester. Mentre l’Hellas, ha ha ha!, perderà a Piacenza lo scontro fatale e scivolerà in B. E poi in C1, e poi quasi in C2. Gli ci vorranno undici anni, per dimenticarsi di essere stati battuti da Kaladze.

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