I cinque Roma-Milan della nostra vita

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Roma-Milan 0-2, 17 aprile 1988. E’ un peccato che su YouTube sembri mancare il servizio della Domenica Sportiva, che si apriva sulle delicate note di “Me sò magnato er fegato” di Gigi Proietti, omaggio all’incrocio Milan-Liedholm un anno dopo l’addio del Barone da San Siro. Un anno soltanto, ma sembra passato un secolo: il Nuovo Milan Paradiso di Sacchi spadroneggia dappertutto e così succede anche nell’unica trasferta stagionale all’Olimpico (la Lazio è ancora in B), in verità la più sudata delle tante imprese rossonere del 1988. La Roma strameriterebbe il pareggio, perché Galli è provvidenziale su Desideri, Giannini calcia alto da ottima posizione, il vecchio Pruzzo sviene inspiegabilmente al momento di toccare nella porta vuota e Pairetto nega a Policano un rigore netto per fallo di Donadoni. Stavolta lo spettacolo rossonero è in dosi più omeopatiche: zuccata di Virdis su classico schema da corner con sponda di Gullit, e assolo di Massaro a due minuti dalla fine. Contemporaneamente il Napoli si sfarina al Comunale di Torino, riuscendo a prendere gol pure da Ian Rush: è il segnale di uno strano malessere che avrà strascichi lunghissimi.

Roma-Milan 1-2, 17 settembre 1995. La notte dell’Epifania di Giorgione Weah, l’orco buono che alleggerisce il sonno dei bambini (anche di chi scrive: il mattino dopo lo aspettava il primo giorno di prima media, con gli insegnanti che non sono più “maestri” ma “professori” e compagni di classe sconosciuti e tutti nuovi). Sulle ali della sua classica partenza-sprint, il Milan di Capello vince all’Olimpico anche se va sotto dopo un quarto d’ora, a causa di una punizione di Balbo non toccata da Fonseca su cui SebaRossi prova ad alzare inutilmente il braccio, come ogni volta che subisce gol. Ma Weah è impressionante, una specie di Ibrahimovic nero ma ancora più dominante: tra palleggi e movenze feline, tiene da solo in scacco l’intera difesa giallorossa, aprendo spazi in cui si avventa felice il suo grande amico Marcolino Simone. Al 45′ Savicevic approfitta del sonno di Giannini per tenere in campo il pallone e scaricarlo sul chirurgico destro di Giorgione: 1-1. Il gol della vittoria riassume il black power rossonero: Weah irride un monumento come Aldair, scappandogli via come se fosse un Bonera qualunque, e trafigge Cervone di mezzo esterno. Due minuti dopo, ancora in preda ai giramenti di testa, il buon vecchio Pluto si farà sostituire da un implume Francesco Totti.

Roma-Milan 1-1, 27 maggio 2001. Pur con i soliti impacci primaverili, Capello è al rettilineo finale del suo sudatissimo scudetto giallorosso. Il Milan del tandem Maldini-Tassotti non ha molto da chiedere alla stagione: dopo lo 0-6 nel derby, la sconfitta in casa contro la Fiorentina (colpa di quel maledetto Chiesa) ha significato l’addio alle residue speranze di Champions. Rimane un robusto orgoglio casciavìt da difendere in casa di una Roma che, per sua natura, ogni volta che intravede la vittoria inizia a scoattarsela un bel po’. Perciò arriva la purga, più o meno a fine primo tempo: gran colpo di testa di Coco e curva Sud ammutolita. Lazio e Juve, dirette inseguitrici, sono in vantaggio: il popolo giallorosso trema. Nella notte dell’elezione di Veltroni a sindaco daa Capitale, a sbloccare la Magica ci pensa Vincenzo Montella con un gol strepitoso, comprensivo di pallonetto a SebaRossi che è pur alto un metro e 97. Ridotto in 9 per le espulsioni di Kaladze e Serginho, Maldini padre ordina a Maldini figlio di erigere un fortino nel quale ci stiamo benissimo, visto che la Roma è cotta. All’89’ quasi Roque Junior piazza la beffa, colpendo un palo clamoroso da due metri. Al 93′ l’Inter raggiunge la Lazio con un tiraccio di Dalmat: l’Olimpico esplode come neanche a un gol del Principe Giannini.

Roma-Milan 1-2, 6 gennaio 2004. Dieci Natali fa, la notte in cui nacque l’Albero di Natale. The Original, altro che chincaglierie da cinese: Rui Costa e Kakà dietro Shevchenko, e scusate se è poco. E’ lo scontro diretto che, se vinto, potrebbe definitivamente mandare in fuga una Roma a cui è difficilissimo segnare (solo un gol subito nelle ultime 11 partite). Milan reduce dal dicembre nero, con al centro di tutto la sconfitta ai rigori a Yokohama contro il Boca Juniors (con battutina allegata: “Hanno trovato Saddam, era nella buca di Costacurta”). Epperò Milan sontuoso: la variante tattica di Ancelotti manda in tilt la super-Roma dal centrocampo muscolare (Emerson-Lima-Dacourt) e i due geni Totti e Cassano dietro il perticone Carew. Dominiamo, passiamo una prima volta con Sheva (delizioso pallonetto a irridere i merli Chivu e Pelizzoli), subiamo l’1-1 di Cassano in circostanze controverse, ma Sheva piazza la seconda stilettata con un diagonale dei suoi, dopo lunga e incontrastabile galoppata di un grande Rui Costa. A conti fatti, è quella sera che vinciamo lo scudetto numero 17.

Roma-Milan 2-2, 11 gennaio 2009. Di nuovo una fredda serata di gennaio, che poi a Roma non è mai fredda, tuttalpiù fa freschetto. Eravamo partiti con Weah, proseguendo con Shevchenko arriviamo ad Alexandre Pato: il modo in cui si fuma Mexes (quoque tu) nell’azione dell’1-2 è qualcosa di impressionante ancora oggi, roba da primo Ronaldo tout court. Non pago della devastante dimostrazione di velocità, a 19 anni ha già la freddezza di scucchiaiare dolce sull’uscita bassa di Doni. Credevamo di avere un campione, ma per esserlo i piedi e il cervello hanno obbligatoriamente bisogno di un collegamento. Partita a suo modo storica perché è anche l’esordio nel Milan di David Beckham, il cui arrivo ci dà diritto a tutta una serie di benefici economici di sponsor e merchandising che non abbiamo capito bene ancora oggi. Beckham è decoroso, corre pochissimo ma il piede è sempre di livello. I mattatori sono il suddetto Papero e il solito Vucinic, che contro il Milan ha sempre fatto partite disumane. Abbastanza balordo il gol del 2-2, con un blando colpo di testa rimbalzello cui Abbiati assiste impagliato come sempre.

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