I cinque Milan-Napoli della nostra vita

 

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Milan-Napoli 4-1, 3 gennaio 1988. L’anno nuovo inizia con la partita della svolta. Non già di un’epoca né tantomeno di una stagione, ma forse del Calcio intero. Scriviamo Calcio con la C maiuscola, allo stesso modo in cui i giornali stranieri si rivolgono al pallone italiano: “Que pensez-vous du Calcio?”. Il Napoli ha perso solo 3 dei 24 punti a disposizione nelle prime 12 giornate e ci guarda con l’alterigia di chi ha 5 punti di vantaggio sulla quarta (nell’era dei due punti a vittoria, per nulla pochi). Che diventano 7 dopo meno di dieci minuti: splendida palletta di Maradona per Careca che scavalca Galli senza mai far toccare terra alla boccia. Poi l’asse terrestre cambia improvvisamente senso di marcia: Tassotti manda nello spazio Gullit, che è già questo di per sé un concetto rivoluzionario, lo spazio da attaccare di corsa anche contro una difesa schierata, invece che occuparlo militarmente. Il neo-Pallone d’Oro Gullit galoppa e scarica indietro per il nostro portatore d’acqua Angelino Colombo, per un gol che è anche manifesto ideologico del sacchismo. Infatti non ne verranno di più belli: le altre tre reti che sgretolano un Napoli colpito allo stomaco sono frutto più che altro di svarioni collettivi (il 2-1 di Virdis o il 3-1 di Gullit con la difesa azzurra imbambolata) o individuali (il 4-1 di Donadoni su paperona di Garella). Mai come stavolta, il saggio indica la luna e se qualche stolto guarda il dito sono solo cavoli suoi.

Milan-Napoli 3-0, 11 febbraio 1990. Pomeriggio di pioggia battente e lunghi coltelli, tonitruante come un’opera di Wagner: una delle migliori esibizioni in serie A del Milan sacchiano. Alla Domenica Sportiva Franco Zuccalà fa procedere il suo racconto da un cartoon di orripilante bellezza: il Ciuccio in fuga acchiappato per la coda da un Diavolo scalpitante. Il campo è indegno, Bigon (avanti di 2 punti su Sacchi) sceglie la via della trincea (all’epoca non erano ancora in voga neologismi come “parcheggiare l’autobus davanti alla porta”). L’assedio dura un bel po’, ogni volta le saette del Diavolo trovano stinchi o calcagni altrui. Finché non si decide di prenderli a cornate: splendido cross di Evani e inserimento aereo di Massaro, che manda il Ciuccio a gambe in aria. Di lì è tutta discesa, con Maradona impantanato e Careca malconcio incapaci di offendere. Il demiurgo Arrigo trova anche il tempo di sorridere per la perfetta applicazione di due schemi da palla ferma che portano ai gol di Maldini e Van Basten. Come facevano all’epoca senza Gianni Vio, solo loro lo sapevano.

Milan-Napoli 5-0, 5 gennaio 1992. Vittoria fotocopia di quella di due anni prima, con addirittura un gol identico, l’ultimo di Van Basten su schema da corner con la spizzata di Maldini. Il primo Napoli post-maradoniano, allenato da quel brav’uomo di Claudio Ranieri, si sfarina dopo appena 30 secondi sulla solita zuccata di Maldini. Poi è Nuovo Cinema Rossonero, con i mammasantissima ringalluzziti da Capello che solfeggiano calcio celestiale: Van Basten e Rijkaard rifanno a Galli – che ben se lo ricorda – lo stesso gol decisivo della finale di Coppa Campioni 1990 col Benfica. Poi segna ancora Massaro, nauralmente di testa, e persino Donadoni al primo gol stagionale. Dopo un 1991 promettente ma ancora un po’ balbettante, il 1992 inizia alla grande presentandosi come l’anno di Tangentopoli e del più grande Milan della storia: 47 partite ufficiali, 34 vittorie, 12 pareggi e una sola sconfitta (in coppa Italia, contro la Juve). Uno strapotere tale che sul 5-0 Capello può persino permettersi di mandare in campo Giovanni Cornacchini, attaccante di periferia, che a 26 anni non si capisce bene cosa ci faccia in un Milan del genere.

Milan-Napoli 5-2, 13 gennaio 2008. L’abbiamo rivista l’altra sera questa Milan-Napoli, la stavano ridando su Sky, e c’era un’aria friccicarella per nulla post-natalizia, anzi avreste giurato che fosse il 20 dicembre e non il 13 gennaio. Quella notte inventarono il Ka-Pa-Ro, ovvero Kakà-Pato-Ronaldo, il tridentone delle meraviglie. Pato era addirittura all’esordio, dopo sei mesi a bagnomaria a Milanello da minorenne: era timidino, gracilino, velocissimo. Ronaldo era agli ultimi fuochi della carriera, esattamente un mese dopo si sarebbe rispaccato tutto contro il Livorno – ma gente, che notte quella notte! In campionato il Milan non aveva mai fatto più di un gol a partita a San Siro, ma il Napoli fu impallinato cinque volte, con gemme di bellezza assoluta come la fiondata del fresco Pallone d’Oro Kakà (come Gullit vent’anni prima) o lo stop a seguire con cui Pato si liberò dell’uomo, per poi beffare Iezzo sotto i piedi. Sembrava l’inizio di una nuova era, la scoperta dell’acqua bollente: affidare un attacco a tre brasiliani talentuosi come Gesù Bambino, e poi sedersi e aspettare. L’Utopia durò 90 minuti, in cui riuscimmo comunque a prendere gol dal Pampa Sosa e da Domizzi, a conferma che le Utopie contengono il germe del dubbio fin dai loro primi passi.

Milan-Napoli 3-0, 28 febbraio 2011. Il miglior Milan di Allegri, almeno in campionato, . Rispettando la tradizione dei Bianchi e dei Bigon che avete già potuto leggere in alto, Mazzarri – privo dello squalificato Lavezzi – viene a fare le barricate sperando di lucrare un pareggino, dovendo fare la guerra con gli Aronica, i Dossena e i Peppe Mascara. Il Milan 2010-11 è all’apogeo della propria potenza e li prende a pallonate, aspettando come di consueto un tempo per concretizzare. Anche se il gol sta per arrivare da un momento all’altro, in avvio di ripresa l’ineffabile arbitro Rocchi (ha! Che sagomaccia) ci fischia un rigorino non esattamente cristallino, per un braccetto di Aronica non si capisce quanto volontario. Ibra trasforma e il Napoli la chiude qui, consegnando armi e bagagli ai nostri lanzichenecchi. Dopo una mezza decina di occasioni sprecate per raddoppiare, il due e il tre arrivano nel giro di tre minuti: prima Boateng e poi Pato, al culmine di altrettanti contropiedi irresistibili. Certo, la coppia difensiva Nesta-Thiago Silva era un discreto punto di partenza.

 

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