Que reste-t-il, eccetera

Sono stato frainteso

“Una squadra così illiberale non l’ho mai vista”.

Con quell’aria schifata ci ha fatto sentire come Veronica. Avremmo voluto essere più belli e giovani, meritare le sue attenzioni come un tempo. Bastava chiedere, ci saremmo travestiti come le Olgettine e avremmo ballato nudi e mascherati da Obama o da Boccassini. Ehi, pur di non vederlo così.

Che poi, sento dire: vedrai, sotto elezioni compra Tevez, tutto calcolato. Oh, sono 30 anni che sento dire che lui ha calcolato tutto, che ogni sua fesseria, incluse le canzoni con Mariano Apicella, nasconde astuzie turpi e machiavelliche. Perché lui è un caimano, uno psiconano, un egoarca. Quest’uomo qui, che come migliori amici aveva Emilio Fede e Lele Mora e si comprava donne che poi dicevano che ha le chiappe flaccide. Mah. E’ pur vero che sta raccogliendo i resti della sua Grande Armée, senza i traditori, i Murat e i Marmont (ma con Constant. A centrocampo). Ma solo per andare incontro alla seconda, definitiva batosta. Lo sa anche lui, che il destino di Napoleone è quello.

Nell’attesa, in questa vicenda di passioni depresse, noi cosa possiamo fare? Noi Veroniche, noi Desirée, che lo sapevamo che ci avrebbe sedotti, ma forse non pensavamo che ci avrebbe abbandonati. Come se finanche i nostri voti gli facessero schifo.

Sapete, c’è una generazione di milanisti che sta dicendo all’altra: “Sai, non è così terribile, noi ci siamo passati. E in serie B facevamo il doppio di spettatori di quanti ne facevano in A i Futuri Prescritti, e poi ci siamo ritrovati a incoraggiare Luther Blissett, a confidare in Peppino Incocciati, e poi l’immagine di Hateley svettante sulla testa cotonata del gvande difensove Fulvio Collovati è stata per anni una ragione di vita e di speranza”.

E c’è una generazione di milanisti che sbuffa: “Sì, me l’hai già raccontata. I tempi eroici, il Cuore Rossonero. La Fossa dei Leoni, Vinicio Verza e Ray Wilkins. La cantera: Evani, Battistini, Galli, Icardi e Mahatma Baresi – e il primo Milan di Berlusconi affondato dal gol di Barbuti. E poi l’arrivo dei principi olandesi che portarono Cenerentola al ballo al castello di Barcellona e tutti vissero felici e contenti. Posso andare ora?”

 

Ci sono molte cose che non sono ripetibili rispetto a quei Glory Days in cui comunque anche le legnate dalla Cavese o dal Waregem venivano vissute con fierezza. Una su tutte, è la difficoltà tremenda nel guardare questa squadra, questi resti di un esercito glorioso, e dire che amiamo questi giocatori. Che amiamo Abbiati, Bonera, Flamini. Il velino Boateng, il duttile Emanuelson, il volitivo Abate. Il capitano? Dire che amiamo Ambrosini è un po’ tanto, vero? L’allenatore? Ahaha! Insomma, forse l’unico per il quale tutti proviamo qualcosa è Nocerino, arrivato come l’ultimo degli schifosi, con quella barbina da assistente pizzaiolo. Lui è l’ultimo per il quale possiamo rispolverare quel buffo coro: “Uno di noi!”

E da questo punto di vista, si può anche capire la fissa per Kakà, l’ultimo grande amore ripudiato – per calcolo – come Giuseppina Behaurnais. Perché comunque, qualcuno da amare ci vuole, anche negli anni bui. Se ha intuito almeno questo, qualcosa di milanista sopravvive in lui.

Qualcosa cui aggrapparsi in questa stagione da esuli.

Fermo restando che c’è chi ha avuto dei 5 maggio peggiori.

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