Mino alla fine

L’anno scorso, dopo la terribile strage terroristica che colpì la splendida città della Costa Azzurra a metà luglio, un quotidiano di Nizza cambiò la propria testata aggiungendoci una frasetta: “Nizza non è più la stessa. È migliore”. Non vogliamo certo paragonare le tragedie della Storia a questa mediocre faccenda di tradimento, ma facciamo nostro l’insegnamento, a maggior ragione perché Nizza è a un tiro di schioppo da Montecarlo, il buen retiro dove i Raiolas tre settimane fa hanno ricevuto invano la delegazione milanista pronta a fare un’offerta indecente, eppure rifiutata.

Perché c’è qualcosa che conforta in questi giorni marci nei quali pullulano sia le lezioncine di opinionisti di ogni risma che gli insulti per Gianluigi Donnarumma, suo fratello e la sua fidanzata – in ogni caso ingiustificabili, per quanto il suo addio possa bruciare (…e lo diciamo, scottatissimi, proprio noi che in un libro appena uscito lo avevamo inserito sulla fiducia tra le leggende del Milan).

Ed è la fine dell’infezione Raiola che ha appestato il Milan in questo decennio.

Per due anni di Ibrahimovic ci siamo dovuti smazzare Robinho, Emanuelson, Balotelli, Didac Vilà, Rodrigo Ely, Salamon, Mastour, Niang, il mago Gabriel. Mattioni, Leandro Grimi, un tale argentino che finirà indagato per sequestro di persona nel 2009. Un certo Lucas Roggia, arrivato all’ultimo momento del mercato invernale 2011, forte di sole sei presenze nel campionato brasiliano. Se volete possiamo considerare sufficiente (voto 6, non certo 7) l’esperienza di Van Bommel – giocatore di carattere che non ha precisamente illuminato San Siro. Ma di una cosa siamo certi: il viscido maneggione in questi anni ha continuato ad avere un occhio di riguardo per la squadra del suo consimile Luciano Moggi, e non certo per la nostra. Che il giorno del colloquio a Casa Milan si sia presentato in ritardo dopo aver pranzato con Marotta e Paratici non ci stupisce nemmeno troppo.

Oh, sia chiaro, forse ha pure ragione chi ne apprezza il cinismo turbocapitalista e commenta “Fa il suo mestiere che è quello di far soldi e farne fare”. In realtà se abbia fatto il bene di tutti i suoi giocatori non lo sappiamo – caso vuole che alcuni dei suoi rappresentati siano esempi lampanti di come ci si può buttare via nella vita, a meno che lo scopo non fosse fracassarsi di continuo con delle fuoriserie. Quel che è incontestabile è che se mai Raiola ha fatto il bene di una squadra, non è mai stata la nostra nonostante tanti graziosi favori.

Ed è per questo motivo che guardiamo con una certa inquietudine ai suoi ultimi addentellati in rossonero. E non parliamo tanto di Ignazio Abate, che con tutta la buona volontà non riusciamo a immaginare come pilastro del futuro Milan ma solo come emblema della squadra frustrata che si è trascinata malamente in questo decennio. Nè in tutta evidenza a Rodrigo Ely. No, ci riferiamo ovviamente a Jack Bonaventura, uno dei tanti che Raiola è riuscito a strappare nello spazio di un mettino a un rivale (la sua seconda attività preferita, e del resto Donnarumma è arrivato al Milan proprio grazie a questo tipo di colpo di mano nei confronti del povero Martorelli, una delle sue vittime più frequenti).

Ma anche i giornali e i giornalisti in fondo amano Raiola che fa sempre notizia, che insiste serissimo che Milan e Inter dovrebbero fondersi, che entra negli spogliatoi di San Siro nell’intervallo come fosse lui il padrone (è capitato davvero, in Milan-Fiorentina 0-2 del novembre 2013, in mezzo alla peggior partita della storia giocata a San Siro dal Milan di Berlusconi), che istiga i suoi giocatori a comportarsi in modo non professionale per esasperare gli allenatori e i tifosi e favorire le cessioni: per qualche motivo i media sono sempre un po’ soggiogati dal cattivo che irride i regolamenti e le istituzioni parruccone. Raiola che sull’asservimento di Galliani, inutile negarlo, ha sempre potuto contare, e ora è indispettito dal fatto che i nuovi arrivati non lo assecondino in tutto. È il fascino e la dannazione di Tony Montana, che per la smania accumulatrice e il desiderio di sentirsi dire “The world is yours” finì a pancia in giù in una piscina. E Montecarlo è piena di piscine.

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