“Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente – ma è uno zingaro, un trucco…”

Mi sembra di vederlo Raiola, in questi ultimi giorni, discutere col cugino, Raiola anche lui: “Ma Vincè, se po’ sapè indove l’avete messa sta clausula?” I cugini non si danno pace, giurano che c’era, che la clausula loro l’hanno messa, solo che adesso non la trovano più, non sanno dove è andata a finire. E proprio adesso che sarebbe diventata ancora più appetibile: Gianluigi Donnarumma, ex Gigio per i più, senza una qualificazione del Milan per la prossima Champions League si sarebbe infatti liberato alla modica cifra di 40 milioni di euro: 35 in meno di quanto sarebbe costato in caso di qualificazione rossonera alla massima competizione continentale.

E visto che la classifica milanista piange miseria, con il quarto posto lontano millemila punti, i Raioler’s erano già pronti a pregustare il lauto banchetto che la cessione del più promettente diciottenne del mondo garantisce. Perché bisogna capirlo una volta per tutte: Minone guadagna spostando i suoi giocatori da un club all’altro. A lui dei rinnovi frega poco, soprattutto se poi sono come quello sottoscritto a luglio da Donnarumma: senza cioè commissioni extra.

Il core business dei Raiola è nei trasferimenti: per capirci, se Donnarumma va al Psg, della somma stanziata dagli sceicchi per il suo acquisto, meno va nelle casse del Milan, più in quelle del procuratore. Questo a patto che, in sede di rinnovo, non sia stata messa una percentuale sulla futura rivendita a favore del procuratore. In quel caso allora conviene cercare di gonfiare il prezzo più che è possibile. Come successo con Pogba, per esempio. “Dove cazzo è clausula Vincè? Adesso vedi come divendo ostil’ e violente!” Eppure loro giurano di averla messa, cavolo, stavano lì a Casa Milan, c’erano coso lì, l’avvocato, come si chiama? Insomma, lui; poi c’era Vincenzo che controllava, Fassone e il calabrese, che poi doveva depositare tutto in Lega. Il calabrese. Mino non c’era, non voleva esserci. “Ma a clausula noi l’abbiamo firmata noi, Vincè?”

Cioè, capiamoci: io arrivo ad un accordo che non mi soddisfa per niente, anzi nemmeno lo volevo l’accordo, però ormai sono costretto a sottoscriverlo e che faccio? Le firme le metto, ovunque servano no? Il calabrese. “Ma non mi ha detto Vincè che se l’è messa lui nella giacchetta ‘a clausula?”

La clausola non è una parte del contratto: è un accordo a parte che viene allegato e depositato assieme al contratto. Sono due carte, distinte. Due carte. Una carta vince, una carta perde, la mano è più veloce dell’occhio, seguite con attenzione, questa vince, questa perde. “Dov’è a clausula?” È per questo che la clausola va firmata da entrambe le parti: altrimenti perde di validità, anche qualora fosse depositata. Carta canta. Carta perde. Mino Raiola avrà pensato di essere stato fregato. Ma non può dirlo, perché altrimenti passa per fesso e tanti saluti alla reputazione di squalo del calcio. Bisogna abbozzare, limitarsi ad un “non cado più nei tranelli di Mirabelli”. Ma abbozzare. Non si può dire tutto, c’è troppo da perdere.

In un film di qualche decennio fa, l’emergente criminale sfida apertamente il boss del carcere ad un confronto nel cortile. Nel giorno prefissato, al boss arriva il sospirato trasferimento in un altro carcere. Non può andare al duello, ha troppo da perdere. E sorride, mentre preparando le sue cose per partire sente l’emergente criminale gridare dal cortile: “don Antonio è nu guappo ‘e cartone”.

Più o meno Raiola deve viverla così. Ora però vuole la sua rivincita. Che vale almeno 75 milioni, tanti quanti il Psg è disposto a mettere sul tavolo per prendere Donnarumma, con Raiola già convinto dall’offerta di 13 milioni netti al giocatore. Il Milan però al tavolo non si siede per meno di 100 milioni. Tanto il prezzo lo fa la società, ‘a clausula non c’è. Si è persa in mezzo a quelle tre carte. “Ma rideva ‘o calabrese, Vincè?”

“Chi mi ha fatto le carte? Mi ha chiamato Vincenzo, ma è uno zingaro, un trucco…”

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