Meani Streets – Restaurati e contenti

E’ stato fatto più volte un parallelo tra il 5 maggio 1821, che come sapete, fu il giorno in cui Napoleone Bonaparte si arrese al solo nemico realmente imbattibile, la morte, e un altro 5 maggio più recente, che una squadra di Milano sempre in cerca di visibilità causa insicurezza (e, secondo qualcuno, invidia del pene) scelse per la propria resa. In questi giorni, pensando al fatto che 7 anni fa venivano emesse le sentenze della cosiddetta Calciopoli, viene da pensare che il vero parallelo con Napoleone possa essere un altro. Ovvero, la cosiddetta Restaurazione.

Cercherò di essere breve: sia per coloro che non ricordano bene o non hanno avuto l’opportunità di studiare la Storia, sia per me stesso che sono un po’ somaro e non la so così bene come vorrei farvi credere.

Ma in buona sostanza andò così: i vecchi regnanti, toltisi dalle scatole il piccoletto con smanie di grandezza che si era incoronato imperatore da solo nella cattedrale di Notre Dame (oh, ma per portare liberté, egalité e fraternité a tutti, beninteso) mandarono i loro emissari a Vienna nel 1815 e si misero d’accordo per risistemare tutto com’era prima, che diamine: si stava così bene. 

Ecco, a sette anni dai giorni in cui l’Inter, in buona sostanza, si incoronò da sola imperatrice (oh, ma per portare liberté, egalité e siamosimpàttici a tutti, beninteso) la sensazione è che stiamo vivendo ai tempi della Restaurazione. Finite le campagne d’Italia e la campagna d’Europa, per le quali La Grande Armée aveva usato le risorse provenienti dai paesi sottomessi, per poi spremere se stessa come un pompelmo, ecco la controriforma: il più antico tra i regimi si riorganizza, dà una spallata ai nemici esanimi, e poi un bel colpo di spugna. Da un lato sembrano tornati gli anni 70/80, in cui la Juventus si annoiava del campionato italiano (concesso sporadicamente a qualche avversaria che si produceva nel massimo sforzo) e faceva un mercato mirato alla Coppa dei Campioni. Quella è l’epoca che viene in mente, ancora più che non gli anni dell’era Moggi, iniziata nel 1994, e nonostante investimenti paurosi da parte delle “sette sorelle” (ve le ricordate?), conclusasi con 7 campionati su 12 terminati coi peana di Tuttosport, salvo quelli che premiarono i blitz di Milan, Lazio, Roma. Ma perlomeno in quell’epoca c’era la sensazione, se non altro, che qualcuno, Inter compresa, potesse contendere lo scudetto alla Triade. Invece al momento, un’occhiata alla mappa del campionato lascia pochi dubbi: c’è un solo strapotere in Italia. Ed è sempre quello là. E c’è pure, come in passato, il c.t. della Nazionale tanto in sintonia con le strategie societarie da valorizzargli le riserve.

Chissà da cosa dipende, questo potere. Forse non è solo conseguenza dello stragrande numero di tifosi, riscontro emblematico di un popolo come quello italiano, nato per correre – in soccorso del vincitore. Forse dipende anche dal fatto che la Juventus è la squadra che più fa coincidere il dominio con la gloria: non è l’impresa, sembrerebbe, a far sognare i suoi tifosi (…chiedete qual è “LA” partita a un tifoso di una squadra qualsiasi. Tra tutti, solo lo juventino esita a rispondere) quanto, appunto, il potere assoluto.
Alla periferia dell’impero, si arrabattano tutti gli altri: noi, alias “la mafia del calcio”, ormai con pochissimi fantasmi dei nostri fasti (…però Constant ha detto che De Jong sarà il nostro vero grande acquisto. Quale parte della frase vi procura più sconforto?) (oh, ma siamo certi che con Honda non prenderemo più decine di gol su palla inattiva). Poi le romane, sorelle coltelle tornate a vivere in funzione der derbi. Poi un Napoli che sostituisce Mazzarri e Cavani con Benitez e Leandro Damiao (voi cosa dite?) e una Fiorentina che sembra l’unica a voler credere in se stessa. L’anno prossimo oltre tutto non patirà le fatiche della Cempions. Dovrebbe ringraziarci! E appunto l’Inter, letteralmente svenatasi per la propria breve grandeur.

Sì, poi si sa: basta la parola. No, non “Falqui” (che poi, se avete detto così, si vede quanto siete vecchi. O teledipendenti). E non è nemmeno “un anno e otto mesi di condanna” – che intanto, è più di una parola, e poi comunque non è un concetto che possa turbare l’onestà in-di-scus-sa della dirigenza più limpida del mondo. La parola ovviamente è triplete: con quello, come è noto, il mondo finisce. Però evidentemente qualcosa in Calciopoli è andato storto, se tutto quel che ha generato è stato 1) una breve orgia di nerazzurro 2) un fiorire di tifosi juventini in grado di citare atti procedurali e intercettazioni a memoria, e 3) la sensazione, in tutti i tifosi, di tutte (tutte!) le squadre, che non sia stata fatta giustizia. Ciascuna tifoseria, da quel luglio di sette anni fa, ha la precisa sensazione che siano stati usati duecento pesi e duecento misure, e ciascuna tifoseria si è fatta il film che vuole, in barba alle sentenze, e ha il palmares che vuole, che le altre contestano. Perché quei due scudetti farlocchi, quello scudetto di cartone, quella coppa cui non dovevate partecipare, quella prescrizione, quella penalizzazione risibile. Eccetera. Divide et impera, era il principio che permetteva ai grandi imperi di non avere seccature da qualcuno che avesse alzato la testa.

Poi, per carità, tutto può darsi, anche che la Fiorentina vinca il campionato, che Benitez costruisca una macchina da calcio, che Robinho si scateni e, sapendo di avere alle sue spalle De Jong, imponga alle difese avversarie la propria spietata legge – o la spietata legge di qualcun altro, che sarebbe meglio. Però di fatto, sette anni dopo, Calciopoli è stata la più cruda applicazione dell’abusato principio gattopardiano: tutto è cambiato, affinché nulla cambiasse.

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