Il Trofeo TIM come luogo dell’anima

antoninillorente

Non voglio rubare il mestiere al Conte Fiele (non ne sarei neanche capace), ma ieri sera ho vissuto anch’io il mio personale Dopobomba in sedicesimo. Ho assistito dal vivo a quasi quattro ore difilate di Trofeo TIM, questa rassegna di calcio estivo per tossicodipendenti al cui confronto le maratone di Manoel De Oliveira organizzate da Enrico Ghezzi diventano allettanti come un weekend a Las Vegas.

Mi trovavo dunque in quel di Reggio nell’Emilia, città dall’appeal di una crosta di gorgonzola dimenticata su un davanzale prima di lasciare Milano per le vacanze estive (mai provato? Scoprirete un mondo nuovo). Una città nella quale avrei potuto persino finire a viverci nelle mie peripezie da universitario, se non fosse che optai più saggiamente per Roma come sede della specialistica. Qui sorge l’ex stadio Giglio, oggi ribattezzato Mapei Stadium per venire incontro alle ugge del dottor Squinzi, che vi farà giocare le partite interne del Sassuolo la prossima stagione. Uno stadio che in altri posti più civili del nostro non esiterebbero a definire fatiscente, benché sia stato inaugurato appena nel 1995, mentre da noi fa la figura del “gioiellino”, pur essendo sprovvisto di cronometri e tabelloni e scorte d’acqua minerale e bibite già alle 23, ed essendo dotato di appena due cancelli e sei tornelli in croce per tutta la tribuna distinti.

In questo stadio che è uno stadio sia in senso edilizio sia in senso medico (nel senso che il trofeo TIM è appunto l’ultimo stadio della mia calcio-patologia probabilmente irreversibile), si radunano mandrie di juventini che come tradizione passano il tempo a insultare gli avversari. Sapevate che gli juventini sono l’unica tifoseria al mondo ad aver composto un coro su Mauro Suma? Bene, questo vi dà una volta per tutte un’idea sulla loro caratura, perciò non tornerò più sull’argomento. Milanisti molto pochi, forse in egual numero con i tifosi sassolesi cui non par vero di giocare (e vincere!) un torneo con Milan e Juve, e sembrano a tanto così dal cacciare fuori le salamelle e preparare il barbecue. Le squadre sono largamente incomplete e in pochi minuti le partite assumono la dignità di un primo turno di coppa Italia di serie C. A ravvivare la serata ci pensano un bell’infortunio ad Antonini e una prestazione monstre di De Jong, che assurge a idolo dopo 45 minuti di soli contrasti vinti e palloni sradicati senza commettere neanche un fallo. Nigellone, mai più senza. Poi Robinho per il quale non ritengo di sprecare aggettivi, un Constant sempre più schizzato che ormai tenta la giocata spettacolare anche quando batte le rimesse, e la serataccia del povero Bryan Cristante che si prende il poco commendevole record di farsi espellere in una partita gagliarda come un torneo di backgammon.

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Altre considerazioni (cit.): il Sassuolo farà un girone d’andata coi fiocchi chiuso tra le prime 10, poi calerà e si accontenterà di una salvezza tranquilla, ma è quel tipo di squadra che non vorremmo mai incontrare nelle prime 4-5 giornate di campionato. Corrono, giocano quasi sempre di prima e si conoscono a memoria: finché reggono entusiasmo e voglia di pedalare possono giocarsela quasi con tutti. Quanto alla Juve, pur fortemente rimaneggiata, mi ha dato una sensazione strana, ben precisa: difficilmente potrà fare meglio di come ha fatto negli ultimi due anni. Ciò non toglie che possa ugualmente tiranneggiare il campionato: dipenderà da Conte e da quello che saprà trasmettere a un gruppo sempre più spremuto, oltretutto con il Mondiale alle porte a distrarlo ulteriormente. Ma ecco, ho la sensazione che le sue spasmodiche ricerche di tante punte nuove che la sbattano dentro siano destinate a fare flop: a meno di stravolgimenti tattici, il 3-5-2 mostra ormai la corda e non basta certo Llorente a cambiare le cose (ma forse Tevez sì e mi riservo qualche altra settimana per rifletterci). Quanto al Milan, beh: 15 anni fa i giapponesi forti li comprava Gaucci per bullarsene con i suoi amici dell’ippodromo, oggi li acquista (forse) Galliani e ce li spaccia anche per dei Cristiani Ronaldi platinati cogli occhi a mandorla. Ed è tutto qui.

Ma queste sono considerazioni ovvie, che comunque troverete su Internet e giornali. Quello che volevo chiedermi e chiedervi va oltre tutto questo, lo sorvola, lo prevarica: single e padri di famiglia, disoccupati e iper-occupati, vacanzieri e work-aholics, cosa ci spinge il 24 luglio a guardare il Trofeo TIM, a sbuffare sui palloni persi da Niang, a smadonnare sui fuorigiochi sbagliati da Bonera e finanche a leggere quest’articolo? Io me lo sto chiedendo da che ho iniziato a picchiettare sulla tastiera, decine di righe fa.

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P.S. Probabilmente ora arriverà qualcuno di Repubblica a dirmi che non potevo non sapere e che andrei escluso a vita da tutti gli stadi italiani, ma io non ho sentito alcun buu buu rivolto a Constant né ad altri giocatori in quattro ore di torneo – al massimo, un solo “se saltelli muore Balotelli” intonato da alcuni infelici juventini che però non saranno stati più di tredici. Constant se l’è presa con un settore della mia stessa tribuna lontano circa 60 metri dal mio posto; pochi minuti dopo sentivo una ragazza discutere con altri spettatori e dire “Allora io gli ho fatto così (gesto dell’ombrello, ndr) e lui s’è incazzato“, ma non saprei dirvi se si riferisse proprio a Constant. Cerchiamo di non morire di politically correct: calciatori stupidotti, irascibili e tendenti a fraintendere ce ne sono sempre stati, sempre ce ne saranno e sono in egual misura sia bianchi che neri.

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