Asado vs Wurstel

Non so se avete una vaga idea di cosa sia il concetto di ‘determinismo familiare’. Beh, mettiamola così: è la tendenza a valutare ogni situazione non oggettivamente, ma in base al proprio tornaconto o interesse personale. Cioè, fatevela andare bene come spiegazione, perché l’esame di Sociologia l’ho fatto nel 1993 e non ho certo intenzione di andare a scartabellare fra gli appunti che prendevo (distrattamente) mentre ammiravo le morbide forme post-adolescenziali delle matricole in gonnellina sedute davanti a me nell’Aula Magna.

Per questo motivo, quando l’altra sera ho visto i miei cari orange abbattuti a centro campo, mi sono subito detto: e adesso che faccio? La mia unica e vera favorita se ne va a casa e in finale mi ritrovo due nazionali che storicamente detesto, come Argentina e Germania.

Perché non amo gli argentini è presto detto: trauma generazionale. Anzi, doppio trauma. Adesso fa chic essere fan di Maradona: certo, Kusturica, Mano Negra, il terzomondismo cheveguarista, la lotta con il Fisco e tutte quelle altro robe lì.

Ma se eri milanista nel 1990, Dieguito l’avresti volentieri sotterrato con un rullo compressore.

carmando-alemaoVi ricordo giusto qualcosa? La monetina, Alemao per terra con Carmando che bestemmiando (ricordatevelo, bestemmiando) gli urlava di stare giù. E soprattutto Verona 90, una partita di cui si parla troppo poco e che nell’ordine ha visto: due rigori solari negati, un gol di Pellegrini in fuorigioco di un numero imbarazzante di metri, tre espulsi, fra cui anche Marco Van Basten, uno così educato che già fischiargli fallo era da Ufficio Indagini.

Nella cucina di casa dei miei ascoltavo ‘Tutto il calcio minuto per minuto’, ed ero annichilito davanti a tanto sfacelo. Mio padre, giuro, un gentleman che fumava la pipa e ascoltava Brahms in ricercate edizioni della Deutsche Grammophon, augurava a tutta la famiglia Lo Bello sventure inenarrabili. La sera in televisione vedevo i pulcinellas in delirio che agitavano Magnum di cartapesta con scritto ‘Lacrime di Ramaccioni’.

E già questa.

Passa la finale con il Benfica, passa Giovanni Galli inginocchiato in lacrime davanti alla Sud a Vienna, e arrivano le Notti Magiche. Ancora Diego. Napoli. I fischi all’inno, la coppia tutta interista Zenga –Ferri che non si chiama la palla e Caniggia che ce la mette. Io, che avevo solo sfiorato, perché troppo piccolo, il Mundial dell’82 e che sentivo che quelli sarebbero stati i miei mondiali, sono rimasto cristallizzato dalla delusione.

Da allora, mai amato l’Argentina. Mai

Perché invece non i tedeschi? Beh dai, sono tedeschi. Da che mondo è mondo, i tedeschi sono i cattivi. Arrifano i tetezschi. Salvate il Soldato Ryan. Inglourious Basterds. Sono quei cattivoni che in Fuga per Vittoria pistano il povero Pelè prima che O’Rey gliela spari nel sette con una rovesciata che nemmeno Maiellaro dei tempi d’oro.

Che poi in pratica non abbia mai conosciuto un crucco antipatico, ma invece francesi insopportabili, inglesi ubriaconi, greci truffaldini e soprattutto italiani stronzi, beh questo è un altro discorso. Però dai, tifare per i tedeschi non si può. Oltretutto tendenzialmente si vestono male, questo va detto.

E quindi? Ho provato a scavare dentro di me alla ricerca di un valido motivo per provare della simpatia per Argentina o per la Germania, e anche lì. Crespo merita il massimo rispetto, ma tutto è tranne che roba nostra. Sì, c’è Ayala, che se non altro ha avuto il merito di far buttare fuori Ronaldo in un derby e soprattutto Ernesto Grillo, Campione d’Italia nel 1959, di cui mio padre mi raccontava le fughe e le susseguenti lacrime per farsi perdonare da Gipo Viani. Di là almeno c’è Karl Heinz Schellinger, un Defender of the Faith, una colonna del milanismo, uno che non se ne è mai andato da Milano e che non per nulla è tutt’ora seguito su facebook da orde di casciavit in adorazione.

Però dai, i crucchi tendenzialmente sono roba delle Merde: Lothar, Andy, Jurgen, ci siamo capiti.

Andres GuglielminpietroE allora? Allora posso solo tornare ad una giornata di Maggio del 1999. Perugia. Renato Curi. Fa caldo. Sono allo stadio con cinque punti in un ginocchio, perché saggiamente pochi giorni prima sono volato sotto la pioggia sul pavè di via Beatrice d’Este con il mio Kawasaki Z500 del 1981. Siamo scarsi, siamo brutti, giochiamo così così, c’abbiamo Luigi Sala in difesa. Eppure, se vinciamo, siamo Campioni d’Italia.

Dopo due anni di schiaffi presi ovunque, due derby persi per 3 a 0 e 3 a 1, l’1 a 6 in casa dai gobbi, la Coppa Italia buttata via contro la Lazie dopo che aveva pure segnato Albertini. Bastano tre punti. In tutto il campionato, siamo stati in testa una sola giornata: questa.

Ci bastano due gol. Dopo dieci minuti la mette Andres Guglieminpietro detto Guly. Arrivato come riserva di Ziege, si è imposto con le sue sgroppate sulla fascia. Partite giocate con la nazionale argentina 6. Gol 0. Lo scambieremo due anni dopo con Brocchi.

bierhoff-perugiaIl secondo è di Oliver Bierhoff. Mai visto uno più scarso con i piedi. Mai. Ma nemmeno a Trenno quando facevo i tornei del mio liceo. Però bastava piazzargli un cross che quello la scaraventava dentro. Arrivato al Milan a 30 anni, a fine carriera,

dopo una gavetta infinita fatta di Serie B con l’Ascoli e poi a Udine. Tedesco sì, ma con un cuore tanto.

Nel tabellino di quel giorno c’entrano loro due. Un argentino e un tedesco. In una squadra dal padre inglese e che ha fondato il suo mito su svedesi, olandesi, qualche brasiliano un po’ mignotta che ci ha fatto soffrire, persino un liberiano e un ucraino.

Guly e Oliver. Me li immagino domenica sera davanti alla televisione, o se sono proprio fortunati, lì in tribuna al Maracanà. A soffrire, bestemmiare e imprecare. Chissà se si ricorderanno di quando quindici anni fa, hanno scritto una piccola grande storia. Insieme.

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  1. Io tifo per Oliviero, è lì con lo staff della Germania e sta pubblicando delle immagini della nazionale tedesca sul blog di Leica, e poi Messi non l’ho mai digerito!

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