Annata da incorniciare. Come L’Urlo di Munch

E alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare terzi, in capo a una serata balorda, con un Milan inguardabile, prigioniero per 85 minuti delle proprie paure e della propria mediocrità. Poi è successo qualcosa di sportivamente paragonabile a un miracolo: due gol piovuti dal cielo, profondamente immeritati. Il calcio è uno sport violento e crudele, lo andiamo ripetendo da sempre; stavolta è andata bene a noi, altre volte in passato era andata diversamente, altre volte in futuro andrà diversamente. Insomma, se il calcio fosse uno sport in cui vige un’incrollabile meritocrazia, pensate che sarebbe così popolare in Italia?

E quindi? Abbiamo rubato, come vanno scrivendo fiorentini imbelviti e juventini insospettabilmente ironici (che carini, avete sempre un pensiero per noi)?

No. Il rigore per il Milan c’era, Felipe trattiene Balotelli, la cosa è lampante a chiunque abbia visto almeno un replay. Allo stesso modo, noi avremmo dato il rigore per trattenuta di Ambrosini su Terlizzi nel primo tempo – ma i precisi informano che la palla era ferma, quindi non c’era. In compenso non c’era un fuorigioco fischiato a El Shaarawy solo davanti a Pegolo. Ma tra noi, vogliamo parlare di questo, ascoltare tutti gli isterici (e i giornalisti furbi)? Sapete come si dice: don’t feed the troll. Tanto ci romperanno le palle lo stesso, si sarebbero lagnati anche se a Balotelli avessero sparato con una spingarda. Quindi non mettiamoci a fare i Pistocchi, delle stucchevoli moviole non ce ne può fregare di meno. Proviamo a parlare di calcio.

E parlando di calcio, in questo Milan è quasi impossibile riconoscersi.

La società? Si barcamena tra un Galliani (passato da “club più titolato al mondo” alla nuova hit “stessi punti della Juve”), e un Berlusconi che quest’anno ha incessantemente lavorato contro l’Associazione Calcio Milan. Salvo mettere a segno il colpaccio Balotelli in tempi elettoralmente sospetti (…perché lui, come i fattoquotidianisti, è uno che ci crede, che la gente che non arriva a fine mese lo voterà per un centravanti).

L’allenatore? Non ha mai avuto un gioco decoroso, né la personalità per motivare i tanti furbastri in rosa, ma solo la sorprendente capacità di schierare a ogni partita una formazione più delirante di quella precedente. Anche quest’anno poi ha deciso di far capire a tutti che ha il pistulino accanendosi su un uomo amato dai tifosi – solo che l’anno scorso era il vecchio Pippo Inzaghi, quest’anno è stato il nostro capocannoniere nonché giocatore col potenziale per prendersi la squadra sulle spalle nei prossimi anni – lui e Montolivo.

I giocatori? Molti di quelli che in queste ore siamo tutti tentati di giudicare positivamente, sono stati di un’inaffidabilità desolante. Parlare di Balotelli significa parlare più di rigori, punizioni, ammonizioni, che non di azioni di gioco. Pazzini ha vissuto di fiammate che ne hanno dissimulato il frequente anonimato. La difesa è letteralmente abbonata ai gol di testa – cosa che non può non coinvolgere lo spesso miracoloso Abbiati. A centrocampo, Muntari, Flamini e Ambrosini sono inclini a beccarsi cartellini per pura isteria – mentre Nocerino, nemmeno quelli. Lo spogliatoio non promette benissimo, c’è da rimpiangere quell’atmosfera bacchettona al limite del ciellino che ci ha impedito di sbracare come l’Inde negli anni 90: oggi siamo i bad boys, siamo le creste, le risse, le macchinone che fanno bruum, le bagascione da bungabunga – in buona sostanza, siamo Boateng.

E i tifosi? Che dire: a San Siro, il clima è mesto. Gli eroi che hanno fatto la tessera – no, non quelli che la ricevono in regalo e occupano la curva – hanno la nostra ammirazione: in tempi di crisi, hanno versato soldi veri per vedere spettacoli agghiaccianti, e avere pochissime soddisfazioni: unica vittoria di pregio, quella sulla Juventus, meritata, ma ottenuta – maledizione – col rigore che sapete. In compenso non abbiamo mai vinto (anzi) con le squadre del nostro livello: la Roma, il Napoli, la Fiorentina, l’Inde. Guarda un po’: la stessa solfa dell’altr’anno. La nostra autorevolezza emerge preferibilmente dal Catania in giù. Se i cori e la creatività negli striscioni ristagnano, non c’è da stupirsi.

E in tutto questo, ecco l’occasione di fare due lire – pardon: la Champions League. Che dire, pensando a certe partite che hanno fatto seguito alla musichetta quest’anno, forse è il caso di adottare, al posto dell’entusiasmo, un sano disfattismo militante, nella speranza che dia un infinitesimale contributo ad avviare una reazione d’orgoglio rossonero. Perché se questa squadra non ritrova un po’ di cuore, non ci saremo meritati davvero quell’abnorme culo che ci permette di festeggiare ora.

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