Scrivo e ho i tic

(di Fabio Cormio)

Scrivo. Scrivo, suono e mi tocco la punta del naso tre volte con la mano destra, avendo cura di non sbattere le palpebre nel frattempo. E poi strimpello di nuovo, poggio la chitarra sul suo supporto con una gestualità rituale che non posso svelarvi per il vostro bene, nel senso che anche da quello dipende il destino del nostro Milan.

Per noi ossessivo-compulsivi, non c’è niente di peggio dell’attesa, di questa attesa che cola tossine come migliaia di piccoli rivoli sulle pareti di un bagno turco (ed è l’unica cosa turca di cui sono disposto a occuparmi al momento). Quei rivoli, nei quali confluiscono milioni di gocce di qualcosa che-sembra-acqua-ma-non-è (spoiler: è veleno), riempiono di angoscia ogni cavità della nostra anima. Del resto noi ansiosi patologici non possiamo credere nel caso, né tantomeno nel libero arbitrio.

O meglio, possiamo far finta di crederci, ma sappiamo che il buon esito delle cose che ci stanno a cuore dipende dalla rigorosa applicazione di regole che gli anfratti più nascosti e arcaici del nostro cervello hanno partorito chissà quando e chissà come. Abbiamo bisogno di pensare che Rebic domenica pomeriggio insaccherà una mina perché noi abbiamo salito le scale di casa mettendo il piede sinistro sui gradini pari. Noi fortemente crediamo che Gasperini sbaglierà moduli e formazione perché abbiamo spento lo stereo premendo il bottone con il pollice.

Sogno un censimento di questi riti, una grande enciclopedia che includa quelli più classicamente apotropaici (gonadi strofinate, dita intrecciate, corna e cornetti) ma che soprattutto si soffermi sui più assurdi e inconfessabili tic che attanagliano molti di noi, noi moderni uomini occidentali, discendenti di Ulisse e post-illuministi disposti a razionalizzare su ogni cosa, a patto che sia qualcosa a cui non teniamo quanto al Milan.

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