LA SERA DEL FOLLETTO

(di Fabio Cormio)

“L’ho cercato nel freddo
Se ne stava solo là
Il mio volto nel fango di Istanbul”.
(Istanbul, Litfiba, 1985)

Dopo il 25 maggio 2005, 20 anni dopo la sua pubblicazione, uno dei più celebri testi della premiata ditta Renzulli-Pelù si è arricchito di significati nuovi. Meno ermetici.
Saranno stati proprio i Litfiba (o ciò che ne resta), impegnati ultimamente a tempestare di “hua” i palchi d’Italia nel loro Ultimo Girone – così si chiama il tour d’addio – o forse sarà stata la incessante opera di martellamento della nostra inappuntabile stampa calcistica sul nostro mercato, comparato con gli scintillanti acquisti dei dominatori dell’universo. Come sia sia, l’altra notte ho fatto un sogno orribile e, purtroppo, non si è trattato di un semplice incubo ma di un flashback, una reminiscenza. Ho rivissuto qualcosa che avrei voluto dimenticare per sempre. Ciò che sto per raccontarvi è successo davvero, lo giuro sul poster di Andrea Icardi (conoscete altri Icardi?), in omaggio con Forza Milan nel 1985.
Allo stadio Ataturk è il 38’: Kaka imbecca Shevchenko, Sheva vede Crespo, appoggio facile: 2-0. Shhhhffffff, fa la mia lattina di Bud, trrriiiiii, fa il citofono. Non aspettiamo nessuno. Mi adombro. Mentre risponde, noto che nello sguardo di mia moglie la colpevolezza sostituisce la sorpresa.
“Ah sì, è vero, ora le apro. Quarto piano”.
Non è un rompipalle qualsiasi, è Il Tizio Del Folletto. L’aspirapolvere. L’aspirapolvere nel senso dell’elettrodomestico, ma presto avrò la certezza che anche lui, il tizio, aspiri.
“È il tizio del Folletto… La mia amica Valeria (nome di fantasia) per schiodarselo l’altro giorno gli ha dato cinque indirizzi per una dimostrazione, me n’ero dimenticata e poi che ne sapevo della partita… ma non ti preoccupare, tanto farà in fretta”.
No, Il Tizio Del Folletto non fa mai in fretta amici.
Questione di secondi e bussa alla porta del nostro micro bilocale. È molto basso, Il Tizio Del Folletto. Ha il nodo alla cravatta formato A4, molto gel nei capelli e in tasca certamente un abbonamento al solarium “Neri Per Sempre”. Porta con sé un metro cubo di armamentario, è assai pezzato e, soprattutto, non viene da solo.
“Piacere, London” dice la ragazza che lo accompagna.
Canotta, minigonna e trucco da cubista, un metro e ottanta più tacchi, lo sguardo spento di chi ha cominciato ad annoiarsi molte ore prima. Quando ci si chiama London, poi.
L’uomo del Folletto si piazza al centro del piccolo soggiorno, tra me e il televisore e, mentre gli faccio presente che io starei guardando la partita, e che insomma abbia pazienza ma ci tengo molto. Mentre con la mano lo invito a spostarsi, Crespo segna il 3-0 con un pallonetto. Io non l’ho visto. È il quarantaquattresimo. Non posso credere di essermi perso il terzo gol del Milan nella finale di Champions League.
Shpalman cerca di riguadagnare terreno e con aria da noi-uomini-che-capiamo-di-pallone mi dà di gomito: “Ah, le piace il calcio eh? E mi dica, chi gioca, chi gioca?”. Alzo gli occhi al cielo, poi li poso severi su mia moglie, che fa tristemente spallucce. London fissa il nulla oltre la finestra, sognando Ibiza o le Rotonde di Garlasco.
Accolgo l’intervallo come una buona notizia: 15 minuti basteranno a levarci di torno i graditi ospiti, no?
Quindici minuti non bastano nemmeno ad affievolire l’irruenza delle supercazzole del mio avversario, Rocky Bilboa: ha deciso che sarò proprio io il capro espiatorio, è su di me che dimostrerà che sono serviti tutti i corsi motivazionali, piramidali, de-cerebrali dei quali si è pasciuto a forza negli ultimi mesi. Apre custodie, ne estrae accessori, monta e smonta pezzi, aspira briciole, si incunea nel divano, rotola sotto il tavolo come uno spaniel sulle tracce di molecole sconosciute.
Punizione di Shevchenko, parata. Gerrard, colpo di testa, 3-1. Smicer, 3-2. Lo so amici, cribbio se fa male rivangare, tutti l’abbiamo vissuta male ma non so quanti tra voi l’abbiano vissuta male quanto me.
“Ah ma stia tranquillo, dai, state ancora vincendo”, mi fa il Gongolo color pera bruciata mentre mi allunga una pacca sulla spalla. A quel punto il rigore, la parata e la ribattuta in rete da parte di Xabi Alonso… ecco, non saprei come dirlo, ma non mi colsero completamente di sorpresa. Nella mezz’ora successiva, quella dell’angoscia, l’essere si impadronisce del tavolo e, novello Gordon Gekko, calcolatrice alla mano sciorina le irrinunciabili condizioni di pagamento. Non si rivolge più a me, io ormai mi limito a girarmi ogni tanto verso di lui e lo vedo in una pozza di sangue. Mia moglie ha la saggia idea di dirgli chiaro e definitivo, che no, non compreremo l’aspirapolvere.
Ma no, nemmeno questo pone fine all’invasione del critter di Cinisello. Mentre io sono a bagnomaria nel veleno dei supplementari, esso comincia a chiedere nomi. Nomi, indirizzi, numeri di telefono. Contatti di amici e conoscenti da sottoporre alla stessa tortura. Noi dare contatti, lui andarsene fuori dalle palle. Nessuno si farà male. Le prova tutte, Il Tizio Del Folletto. E cambia varie volte maschera: simpatico guascone, serio professionista, vittima del sistema sull’orlo del licenziamento. Mi si schiarisce lo sguardo, almeno per un attimo, quando avverto tutto il disprezzo con cui London lo scruta.
La gattona e il volpino abbandonano finalmente casa mia. Sbam, fa la mia porta d’ingresso. Wohhh, fanno i Reds quando Dudek para il rigore di Pirlo. Crac fa il mio cuore dopo il tiro di Sheva.
Amici che state leggendo, stasera mangiate leggero, non vorrei faceste incubi.

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