Giorni Da Milan Remix: Colpi Lontani, Sempre Presenti

(il Giorno Da Milan Extra di oggi è una versione alternativa per club (per gli addetti ai lavori: un 12”) di un capitolo pubblicato su un libro del quale non vorremmo parlare troppo per non essere accusati di fare pubblicità. Ilaria Calamandrei ci racconta tre Giorni Da Milan, con vista sul quarto, molto recente)

Credo che in inglese si dica “different strokes for different folks” che suona un po’ rap e vuol dire tante cose. In generale si usa per indicare che a ciascuno si legano cose diverse. In origine è una delle tante trovate linguistiche di Mohamed Alì che descrisse così la sua tecnica pugilistica, i suoi knock out a Sonny Liston e a Floyd Patterson, e come in altri casi, la sua capacità di comunicare: “Non ho un solo colpo: picchio un uomo talmente tante volte che gli piacerebbe, se ne avessi uno solo.” E poi aggiunse: “Ho colpi diversi a seconda di chi ho davanti”. Oggi vale anche per dire che per ciascuno di noi, la stessa cosa provoca reazioni differenti. Ad esempio. Non so se vi ricordate il lungo letterone di addio che PippoInzaghiAlè fece pubblicare sul sito del Milan, a me pare che iniziasse dicendo che “noi” (tifosi) non sapevamo che stesse arrivando ma “loro”, cioè lui e Galliani, sì.

In effetti non mi pare di ricordare nemmeno che nell’estate del 2001 qualcuno si aspettasse l’arrivo di Inzaghi, ricordo bene che non mi sarei mai pensato di venirne informata come in effetti lo fu.

Il primo colpo. Avevo 18 anni e il mio fidanzato romano e romanista di allora mi svegliò nella camera di albergo di Lisbona schiaffandomi una Gazzetta dello Sport in faccia (di quelle estere, con il rosa meno rosa). Appena aprì gli occhi mi urlò tutto contento: “TOOOOH! AVETE PRESO ER GOBBO DEMMERDAAA”. Aveva accompagnato questo bonjour con un vaffanculo di quelli forti, da flebite.

Restai di sasso. Prima che per Inzaghi – gobbo, cascatore, capocannoniere poi capo non cannoniere – per il colpo, lo stroke insomma. Vedete, era il 2001, e la Roma quell’anno aveva vinto lo scudetto, uno dei suoi tre. Anzi lo aveva scucito “dar petto” dei laziali. Ma prima degli annali, c’era stata la settimana della vigilia di Roma-Parma, con i romani in un curioso delirio calcistico collettivo. Avevano paura di perdere, ma più di tutto, paura di vincere. Sembrava che alle porte della città non ci fossero i nazisti, aspettavano proprio il Risorgimento o gli Alleati. E questo, ammetto, fu interessante da osservare, se non divertente. Poi c’era stata la partita, con la sospensione per invasione di campo a pochi minuti dalla fine. Sempre con il privilegio dell’infiltrata super partes (avrei preferito clandestina ma venivo preceduta da un “Lei è milanista”) posso dire di aver visto non solo Totti in mutande, ma Buffon pronto a giocare scalzo pur di fare esplodere l’Olimpico. Come cambia la gente. Commovente, senza dubbio. L’esplosione rivoluzionaria della città, con l’ordine capovolto, gente buttata a caso nel Fontanone, lupi e Totti dipinti ovunque. A cui seguirono due mesi con colonna sonora di Brusco e Venditti, gadget giallorossi, cori a caso lanciati in nome del “facciamoci riconoscere”.

Il secondo colpo. In tutto questo il mio essere milanista si era dislocato in un angolino da cui non usciva mai. Non parlavo mai di calcio, ma proprio mai. Prima ero stata comprensiva, poi la comprensione era diventata ridimensionamento, infine cominciavo a diramarmi in un delta di rassegnazione. Quando il tuo uomo è così rincitrullito da non parlare che della Roma Inevitabilmente Campione d’Europa e dell’Universo e si arriva a non poter mettere bocca sul valore di Nesta, perché, non scherziamo: “Nesta UNO è da’a Lazio, DUE, Totti je fa la stessa mossa da quando ‘sso regazzini e Nesta se la pija ancora in culo, ahah, cor cazzo che viene da voi, cominci a tacere con rassegnazione.

Insomma, stavo diventando una donna normale.

Ma con il secondo colpo ebbe fine l’indigestione romana. Alla mia indigestione romanista avevo provveduto da sola, lasciando il fidanzatino per via. Nessun rimpianto. Svariate rotture di scatole perché avevamo deciso di restare amici e il suo concetto di restarmi amico era di raccontarmi di quanto scopava. Different strokes in inglese vuol dire pure questo, del resto.

Un anno dopo Nesta venne presentato all’Hotel Gallia dopo un’estate di calciomercato riducibile a tre assiomi: grazie Inter, grazie Cragnotti e grazie Inzaghi che ci fece passare i preliminari di Champions ad agosto. Nesta ha detto pochissimo di quell’estate, del resto è uno degli uomini che parla meno sulla faccia della terra.

Adesso non resta che spiegare come mai ho aperto con Mohamed Alì. C’entra il terzo colpo, ad oggi – ahinoi – l’ultimo: Ibra.

Il terzo colpo. A Milano, in Largo La Foppa, c’era (o c’è) un enorme cartellone pubblicitario, e per un po’ di tempo ci campeggiò su Ibrahimovic con la maglia delle Bave, anche se non ricordo con precisione se fosse quella con il biscione o quella bianca, con la croce di San Giorgio. In entrambi i casi quando ci passavo davanti, pensavo che Ibra all’Inter, non si potesse vedere. Zero. E fin qua, tutto occhei, stiam parlando solo di me. La cosa bizzarra è che non ero la sola milanista a pensarla così. Mi capitò di parlare con un bel po’ di persone. Si arrivava a vette altissime di romanticismo calcistico, che avete presente, sono un repertorio di idiozia. Ibra all’Inter era sprecato. L’Inter senza Ibrahimovic non avrebbe avuto gioco. Capello aveva detto che somigliava a Van Basten – così riportavano i giornali, in realtà le parole di Don Fabio furono altre – ma quelli che li avevano visti entrambi dal vivo spergiuravano che era vero, e come poteva uno che sembrava Van Basten stare all’Inter, siam matti? Gli interisti in tutto questo godevano. Si erano appena vendicati della loro rivale storica, e non credo siamo mai davvero noi, non così radicati nel tempo dell’odio, se si può fare la storia dell’odio, ma con la Juve, con cui formano la nobiltà dell’universo calcistico, mentre noi saremmo gli scappati di casa miracolati per trent’anni. Questo almeno valeva per quelli della generazione antecedente alla mia. Per la mia, le cose stavano diversamente. Nel 2006, l’interista coetaneo era reduce da vent’anni di umiliazioni e solitudine, disperato al punto da attaccarsi ai gruppetti milanisti pur di non guardare il derby solo – che perdeva – come un cane. Ciascun gruppetto aveva il suo, era immancabile, come il laziale che entra nel bar dei romanisti. Ora gli invidiavamo Ibrahimovic e speravamo gli cascasse dal carro in uno dei tanti scambi di sponde che han caratterizzato il primo decennio del ventunesimo secolo. Fa un po’ strano pensarci a posteriori, perché non ricordo che ci fossimo mai filati Ibrahimovic fino al suo sbarco all’Inter pur avendolo incontrato con l’Ajax – doppia parata di Dida – e con la Svezia, il tacco che ci costò gli Europei del 2004. E non sarebbe arrivato, come pacco dono, cascando dal carro degli interisti ma grazie a Leo Messi che nel Barcellona preferiva stare nel centro. Sbarcò a San Siro a campionato iniziato e a fine mercato con un ingresso da spaccatutto: “Vinciamo tutto”. Guardandolo da vicino e leggendolo, di Van Basten aveva una cosa: il consiglio di non sprecare le energie in difesa perché gli attaccanti dovevano attaccare e basta. Capello gli fece vedere le videocassette del Cigno, quando allenava i Gobbi, questo è vero, ma per “togliergli l’Ajax fuori a bastonate” e farlo diventare un’attaccante più decisivo. Del resto, il Re degli Zingari è un golem di improbabilità che solo la necessità può produrre: l’imitazione di Ronaldo (il brasiliano) in Svezia di un ragazzino che non sa ancora che sarebbe diventato un gigante, le bastonate di Capello a Vinovo, e solo un altro mito oltre al nove brasiliano, quello di Alì. Different strokes for different folks.

(Ilaria Calamandrei)

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