Transmission from the satellite heart. Capitolo V: Milan-Udinese

Chissà cosa è passato per la testa di Jens Stryger-Larsen nato il 21 Febbraio a Sakskobing, ridente località della remota provincia danese. Chissà. Le luci dei riflettori, la tensione dell’ultimo secondo, chissà. Sta di fatto che ha deciso che doveva e voleva entrare nella Storia del Milan, magari non in un capitolo di quelli principali- ma va- ma in un capitoletto, in un capoverso di una pagina tutto sommato dimenticabile che stava volgendo verso l’inevitabile tragedia.

Sta di fatto che ero nel silenzio di casa mia, solo, senza amici e senza audio, perché le cose buttavano veramente male, in una partita che già si vedeva subito sarebbe stata fiacca e poi rapidamente trasformatasi in drammone di quello Jeanpaoliani, con i nostri che ce la mettono tutta per suicidarsi e poi, con lodevole impegno, ci riescono pure, e spiace che premere il grilletto della pistola che ci siamo puntati alla tempia sia stato proprio Gigione, lui che è grande e grosso e vola come un airone da palo in palo, improvvisamente impacciato per una mozzarellina a due all’ora che Becao- sempre lui, il maledetto- gli aveva spedito praticamente in mezzo ai suoi piedoni.

Eccallà, avevo detto, e mi ero chiuso in un silenzio tombale, azzerando i civettuoli commenti di DAZN e sorseggiando con malcelata sofferenza una Moretti da 66 cl mentre i nostri creavano per la verità il nulla cosmico e scivolavamo dentro una fredda disperazione. E ho pensato. Che differenza. Tanto era stitico, noioso, inguardabile e frustrante questo Milan-Udinese, tanto quello di un anno fa era stato il Carnevale di Rio. Vi ricordate? Il giorno che abbiamo espugnato San Siro dopo mesi di magra, in cui ci siamo innamorati di Theone, in cui Ante è uscito dal letargo e ha cominciato a metterne una dopo l’altra. In cui soprattutto è cominciata quella splendida rincorsa che è durata tutto il 2020 e che adesso ahimè, sembra averci lasciato senza fiato. Ululavo al 3-2 al 90esimo e oltre e come me era impazzito lo stadio, pieno, grondante milanismo e cajenna. Come manca, che sofferenza.

Invece a questo giro niente birrette, niente abbracci, niente ribaltarsi in modo scomposto sui seggiolini, niente pezza da slegare alla fine.

Niente.

Ho seguito concentratissimo il millesimo rigorino che il Presidente ha messo glaciale come sempre e ho tirato un sospiro di sollievo, che perdere così davvero no dai, anche se ce lo saremmo pure meritato.

Bad Moon Rising cantavano i Creedence Clearwater Revival, e la luna che si è alzata su San Siro non è esattamente delle migliori, ma tant’è. I ragazzi sono stanchi e incerottati e viaggiano a corrente intermittente. In modo crudele le contraddizioni che avevamo visto ad inizio stagione stanno chiedendo il conto. E vabbè.

Ne abbiamo passate tante, tante ne vedremo: per un po’ ci avete fatto sognare, magari c’è una via di mezzo prima di precipitare nell’incubo conclamato, no?

Male che vada, mai ci sentiremo come deve essersi sentito Jens Stryger-Larsen al 96 di Milan-Udinese. Almeno quello.

 

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