TRANSMISSION FROM THE SATELLITE HEART, cap. II: Milan-Spezia

Beh, andiamo al punto. Voi dove eravate. Perché ve lo dovete ricordare per forza. Per dire, io ero in piedi, girato di schiena rispetto al televisore, con Mirko inchiodato sul divano e Colo errabondo che vagava fra le birrette e il telefono, disperandosi un calcio di rigore dopo l’altro. Che per altro manco li ho visti tutti, va detto. Vedevo i nostri sbagliare e con la morte nel cuore mormoravo ‘ecco, è finita’, finché sentivo il boato e capivo che quegli scemipagliacci dei portoghesi avevano sbagliato ancora. Scemipagliacci!

Finché sul dischetto va Kjaer again, questo bellimbusto danese raccattato per due lire che invece da solo sta tenendo in piedi la baracca da mesi. E lui, affidabile, tranquillo, praticamente un uomo senza emozioni come si confà a chi arriva dalla terra di Ibsen (che per altro era norvegese come i Darkthrone, ma fa niente), spara una mina come se fosse fresco come una rosa. Oplà. Dai che tocca a loro. E a quel punto, DAZN salta. Si impianta. Niente, non ne vuole sapere. Cazzo facciamo. Falla ripartire. Cazzo cazzo cazzo. Nulla. Panico. Terrore. Salivazione azzerata. Le cavallette. Le manguste. Le sette piaghe d’Egitto. Smanetto il telecomando. Impreco. Cosa sarà successo. Cosa. Ci attacchiamo compulsivamente ai cellulari. Attesa come la nascita del primogenito Colo legge la news. Hanno sbagliato. Finita. 10-11. Dieci a Undici. Siamo passati. Dio Santo. Dazòn riparte- grazie al cazzo eh- comoda comoda, giusto in tempo per farci vedere Gigione che se ne va dal campo bestemmiando tutti i santi di Castellammaredistabia contro i suoi compagni, che l’hanno costretto a buttarsi di qua e di là contro questi poveracci portoghesi che se ne stanno sul prato riversi a piangere tutte le lacrime del creato, pensando alla loro dabbenaggine e alla sfiga lusitana che li tormenta dai tempi di Bela Guttmann.

La sfilza di birrette vuote da buttare e il leggendario hangover del giorno successivo inchioderà per sempre nelle mie malandate sinapsi il nome suggestivo del Rio Ave, che converrete con me suona come una marca di tonno da discount. Uno di quei meteoriti che ogni tanto è passato per il nostro cielo, come che ne so, il Waregem, il Magdeburgo, nomi che spesso ci hanno detto sfiga e meno male che questa volta no, che era un attimo che questa diventava una figuraccia come il Lugano o l’Helsingborg per cui abbiamo a lungo e giustamente preso per il culo quei babbi dei cugini. Del resto, i preliminari sono spesso lacrime e sudore, che non so se vi ricordate quei minuti di terrore a Liberec nel 2003, quando rischiava di diventare tragedia quello che è stata la nostra gioia di più grande di sempre.

La pioggia, il vento, Calha avvolto nella copertina, 120 minuti più 24 rigori. Pure l’aeroporto chiuso. Chiaro che con un giovedì così non è che l’avvincente sfida con lo Spezia potesse essere altrettanto drammatica. Però due cose ci ha detto. Una che siamo stati bravi. Alla fine questo bisognava fare. Entrare in Europa, intanto. E poi nove punti nelle prime tre. Sette gol fatti, zero subiti. E’ vero, contro Bologna, Crotone e Spezia. Ma ai tempi belli, anzi brutti, qualche punto sicuro l’avemmo lasciato per strada. Senza Ibra, senza Rebic, senza Roma, con la gente ancora imballata, con i ragazzini che poveretti sono stati spediti dai campi della Primavera (B oltretutto) a fare sportellate.

E questo è il secondo punto. Che si è visto chiaramente in Portogallo e durante il Primo Tempo Domenica. Cioè dopo i titolari c’è poco. Poca esperienza, poca scelta, ma soprattutto poca qualità. Fino alle 20 di ieri sono rimasto speranzoso ad aspettare buone nuove. Cercavamo un esterno destro, un terzino destro, un centrale. Alla fine sono arrivati Hauge, Dalot e soprattutto Stocazzo. Diciamoci la verità, speravamo in qualcosa di più. Un gran prospetto preso come Tonali, ma nessun titolare. Due centrali due buoni su cinque, un centravanti titolare di 39 anni. Elliott, si è capito, ci tiene a tenere i conti in ordine, speriamo per vederci con una certa solezia. Basterà per arrivare fra i primi quattro?
Legittimamente e con tanto amore, io ho i miei dubbi.
Non so voi.

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